I N T E R V I S T A
Articolo di Sabrina Tolve
Alessandro Errico rappresenta un momento molto importante della mia vita. È apparso sugli schermi più o meno nello stesso periodo in cui io iniziavo a scrivere poesie – e in quell’età fatta di innocenza e vulnerabilità, avere come punto di riferimento un ragazzo che riusciva coraggiosamente a mettersi a nudo, portando negli spazi televisivi la sua musica fatta di fragilità, prime esperienze, rabbia e serietà, è stato molto impattante. Ho portato quel ricordo con me per trent’anni, ed è stato sempre un ricordo d’amore e di custodia. Quando ho saputo dei due concerti organizzati a Roma per il trentesimo anniversario de Il mondo dentro me, non ho potuto tirarmi indietro.
Quella che segue è un’intervista a cui sono estremamente grata.

A 22 anni ti sei trovato dentro un successo molto grande, con Il mondo dentro di me, Sanremo e una forte esposizione mediatica. Immagino ci sia qualcosa di quel periodo che oggi rileggi in maniera completamente diversa rispetto ad allora.
Rileggo tutto in maniera diversa – e grazie al cielo direi!
Gli occhi con cui vivevo in quel periodo erano fatti di cuore e sangue. Tutto era vita o morte per me, non c’erano vie di mezzo. Ad oggi provo tanta tenerezza. Anche oggi, l’idea di celebrare il compleanno di Il mondo dentro me nasce dal desiderio di recuperare quel momento e i ricordi relativi a quel disco – al di là degli aspetti estetici, al di là dell’innocenza e dell’incoscienza di quel tempo, l’intento era riconnettermi a quella dimensione di purezza. Le canzoni de Il Mondo Dentro Me e di Esiste che sono nate fuori dal mondo della musica. Sono canzoni scritte quando ancora si va al parchetto con gli amici – non avevano la velleità di uscire su un disco. Erano il mio modo di voler conoscere il mondo. Ricantarle dopo trent’anni è per me un’emozione incredibile – ricantarle ora, con occhi estremamente diversi.
Quando si parla dei tuoi anni ’90 si parla soprattutto del successo e delle copertine. Qual è invece il ricordo meno glamour di quegli anni che secondo te racconta meglio chi eri davvero in quel momento?
Sono molto legato agli anni ‘90 e al me di quegli anni. Avevo già sviluppato ai tempi una forma di intransigenza che poi non ho mai perso, nonostante forse non sia mai emersa come avrei voluto – ma era decisamente un periodo particolare. Non c’erano ancora i social, né c’erano commistioni tra tv e musica. Possiamo dire che inconsapevolmente io sia stato il primo esperimento sociale di questo tipo. Mi piace ricordare un momento con Maria De Filippi, quando per scherzare mi chiese di cantare My Way aspettandosi di trovarsi di fronte a un ragazzo stonatissimo. Invece quando mi sentì cantare, decise di farmi conoscere Caterina Caselli. La prima cosa che mi chiese Maria fu: sei ad Amici da due anni, e non vieni a dirmi che sai cantare? Ma la verità è che per me musica e televisione erano due elementi della mia vita ben separati: la musica era qualcosa che facevo con i miei amici, intima e privata. E all’epoca era tutto molto ben distinto, come se ogni mondo fosse diviso in compartimenti stagni: il mondo della televisione, il mondo della musica, il mondo della cultura, il mondo della critica musicale.
Mi sono trovato in un tempo in cui venivo ripudiato a prescindere, proprio perché venivo dal mondo della televisione. Ho tentato di lottare contro quel pregiudizio il più possibile, perché mi sentivo molto strutturato e per me la musica era una cosa serissima. Scrivevo col sangue, ed era importante per me far passare proprio quello – invece spesso e volentieri, dopo un rifiuto da parte di un critico o di un giornalista, mi ritrovavo solo nella mia cameretta. Non avevo la possibilità di connettermi al mio pubblico, spiegarmi, dire cosa provavo – la mia dimensione finiva lì. E allo stesso tempo, l’intransigenza di cui parlavo prima non mi permetteva di scendere a compromessi.
Per esempio, Il Mondo Dentro Me – il brano che chiude l’album omonimo – ha una parte strumentale al piano in sette ottavi. Ebbene, quando mi proposero di sistemare il brano per renderlo più pop e orecchiabile, io ricordo di aver lasciato lo studio di registrazione. Per me era importantissimo che il brano restasse assolutamente come scritto – dissi sinceramente che non mi interessava pubblicare un disco se dovevo piegarmi alle logiche di mercato.

Grazie per questa condivisione. Restando a quel periodo, hai lavorato con la Sugar di Caterina Caselli in un momento in cui il rapporto tra artista e discografia era molto diverso da quello di oggi.
Posso dire con onestà che il livello dei discografici di allora era altissimo. Carlo Antonelli, il direttore della Sugar di allora, era ed è ancora un uomo dalla cultura immensa. Quando c’era un confronto, le argomentazioni erano importanti, non si parlava quasi mai di posizionamento commerciale, ma piuttosto di altre questioni. Quando mi sono riaffacciato al mondo discografico nel 2003, la realtà che conoscevo non esisteva più. Con l’uscita di Spotify, poi, quella realtà è decisamente implosa. Invece, quando sono entrato nella Sugar, c’erano confronti, anche con Caterina Caselli, che potevano essere molto duri — eppure, come dicevo, il livello era così alto che aveva un impatto, e tutte e due le parti ne uscivano cambiate. Questa è sempre stata per me una cosa molto bella.
Riprendendo quel periodo di pausa, dopo Esiste che hai scelto di fermarti – e hai raccontato spesso il concetto del “prendersi il proprio tempo”. Però mi interessava sapere se c’è stato un giorno, una telefonata o un episodio preciso in cui hai capito che avevi bisogno di fermarti.
Sì, però era qualcosa che chiaramente metabolizzavo già da un po’. Dopo l’uscita di Esiste che, chiesi di ridurre le mie apparizioni televisive. La tv mi piaceva, mi divertiva – io avevo iniziato Amici durante gli anni del liceo, quindi quella per me era una dimensione puramente ludica pure. La musica invece era una dimensione in cui credevo tanto, e mi era davvero difficile unire le due cose. Sentivo che avevo bisogno di proteggere la mia parte più intima. Come dicevo, i brani erano i miei, ero un cantautore, e avevo paura (e sentivo) che la tv stava offuscando quella parte di me. Dunque, dopo Sanremo ‘97 chiesi di ridurre la mia presenza televisiva e concentrarmi sulla parte musicale. La cosa non fu presa benissimo ovviamente, ma per me andava bene così. Mi sono reso conto che non c’era comprensione per i miei spazi e ho preferito sparire per un po’. L’esperienza peggiore è stata forse l’apertura del concerto di Emerson, Lake & Palmer – che è stato anche il mio ultimo concerto. Mi proposero l’apertura e io accettai. Emerson, Lake & Palmer erano una cosa enorme per noi, ed Emerson era il mito di Roberto Gori e Andrea Campisano. Ovviamente accettammo e ci preparammo il più possibile. Ma non facemmo neanche in tempo a salire sul palco che partirono fischi e insulti. In quel momento dissi a me stesso: se non posso cantare, che senso ha tutto questo? Trascorsi sette mesi in un eremo in Veneto e poi da lì è cambiato tutto.
Durante quegli anni hai studiato, lavorato e vissuto lontano dal circuito musicale. Facendo una vita apparentemente lontana dalla musica, c’è qualcosa che hai imparato e che poi è entrato, magari anche inconsapevolmente, nelle tue canzoni?
I sette mesi all’eremo sono stati abbastanza duri – è stato un momento di isolamento, ed è stato un periodo complicato. Quando sono tornato a Roma, mi sono poi iscritto all’università.
Gli studi universitari mi hanno permesso di dare un rigore ai miei studi – sono sempre stato un lettore vorace, ma la verità è che potevo passare da Machiavelli a Rimbaud senza realmente essere in grado di contestualizzarli. L’università mi ha permesso di fare ordine nella mia cultura. E all’università ho scoperto Gramsci: non solo il Gramsci politico, ma l’interpretazione del pensiero gramsciano non solo come teoria politica, ma attraverso la lente di un approccio letterario, linguistico e strutturale, che colma il divario tra testo e azione. Ho scritto una tesi su Gramsci, che poi ho pubblicato. Ecco, Gramsci mi ha dato una capacità di leggere il mondo che resta ancora dentro di me – e che in parte è venuta fuori in Il mio paese mi fa mobbing. Per quasi trent’anni ho fatto parte del direttivo di International Gramsci Society Italia.
Vai a trovarlo ogni tanto alla Piramide Cestia?
Tutti gli anni noi della società festeggiamo il suo compleanno portandogli un fiore.

Grazie ancora, Alessandro. Tornando a te – con i SoneTsenZ hai incontrato musicisti e personalità come Mauro di Donato, Gianni Maroccolo e Riccardo Tesio – e hai portato la scrittura in una direzione molto più sperimentale. Se oggi potessi recuperare una sola cosa di quell’esperienza e portarla nel tuo modo di fare musica oggi e adesso, cosa sceglieresti?
La prima cosa che mi viene in mente è che di quel progetto non ho mai pubblicato nulla – come di tutte le cose che ho fatto in quegli anni. Dei SoneTsenZ c’è qualche ripresa live, esistono delle tracce, ma al momento non c’è molto. Spero di riuscire a pubblicare tutto da qui ai prossimi mesi – non perché mi aspetto di diventare ricco, ma perché mi sono reso conto che tenere quella roba dentro il cassetto è sbagliato. Probabilmente quello che è nato dal progetto dei SoneTsenz non arriverà a tutti, ma per me Volume I è un disco capolavoro – perché mi ha permesso di mettermi alla prova a 360°, mi ha permesso di alzare l’asticella e dire a me stesso che potevo fare cose di cui non sapevo fossi capace. Volevo ricostruirmi, il 1997 mi aveva demolito, e volevo dimostrare a me stesso e agli altri l’artista che sono. Sanguineti è per me il poeta più grande del ventesimo secolo – e trovarmi a collaborare con lui, a scrivere cose con lui, portando avanti questo progetto avanguardistico, continua a dirmi che devo far uscire dal cassetto quanto fatto. Volume 1 è stato per me uno studio continuo. Mi ha permesso di raffinare la mia tecnica letteraria e musicale. Mi affacciai al progetto dei SoneTsenZ in punta di piedi e poi lavorai su di me – Myself è forse la canzone più intima che abbia mai scritto, sebbene l’abbia fatto seguendo uno stile avanguardistico. Insomma, credo davvero che sia un dono per i pochi che avranno voglia di sentirlo.
Se non sbaglio, all’epoca ne uscirono solo duecento copie – dico bene?
Esatto, duecento copie che distribuivamo gratuitamente.
Alla fine possiamo dire che Volume 1 dei SoneTsenZ sia rimasto per anni quasi un disco “fantasma”, nonostante il lavoro e i nomi coinvolti. Ti è mai capitato di pensare che proprio quel disco rappresentasse meglio di qualsiasi altro la tua idea di artista?
Ad essere sincero, oggi non lo riscriverei – e lo dico con la cognizione dei miei 52 anni. In quel momento era il tipo di ricerca che volevo e dovevo fare. Avevo conosciuto le avanguardie storiche, le neoavanguardie degli anni ‘60, Pasolini. Avevo la necessità di fare un disco così, soprattutto per la mia formazione prog e psichedelica. Sono cresciuto ascoltando Pink Floyd, King Crimson, i Genesis… Ho fatto mie le letture neoavanguardistiche, ho riflettuto su cosa poteva significare per me fare prog e sono giunto alla conclusione che per me la musica prog è un modo di fare musica senza schemi, avere libertà estrema e riportare quella libertà nella composizione. Oggi sono diverso, ed è inevitabile che sia così. Muoriamo e rinasciamo continuamente, attraversiamo fasi e dimensioni delle nostre vite. Io non rinnego niente, però oggi ho bisogno di altro, di confrontarmi con una forma canzone più tradizionale. Portare quelle esperienze lì, quella ricerca – lo trovo stimolante, sicuramente. In fondo sono mondi collegati, siamo sempre noi il filo che lega tutto.
Quando sei tornato con Mai e poi mai e Il mio paese mi fa mobbing, non eri più il ragazzo che il pubblico ricordava dagli anni ’90. Che tipo di esperienza è stata?
Viviamo tempi terribili – 10 anni oggi vanno a una velocità pazzesca. Credo esista il tempo di fare delle cose, e forse quello era un tempo in cui ero pronto a riaffacciarmi al mondo della canzone tradizionale. Ma io sono cresciuto nel mondo della stampa – sono cresciuto in un mondo in cui non c’era internet e mi è sembrato che siamo stati travolti dalla tecnologia. Quando ero giovane, se avevo bisogno di un’informazione, avevo bisogno di trovarla. Se cercavo qualcuno, andavo a citofonargli a casa. Se volevo ascoltare un disco, dovevo comprarlo. E a volte quel disco lo ascoltavamo per mesi, anni, diventava una dimensione in cui riuscivamo ad abitare. Era un mondo fatto di carne. Oggi viviamo immersi in un flusso continuo, tutto è istantaneo, e in qualche modo siamo tornati a un mondo tribale – basta l’eco del più forte per scatenare la tribù. Prima riuscivi a distinguere la verità dalla menzogna, ora la verità è quella che viene urlata più forte. Quando ho iniziato a usare i social, avevo un approccio che mi portavo dietro da quella cultura – e in qualche modo anche il pubblico che mi seguiva negli anni ‘90 era nella stessa fase. Questo mi ha permesso di rompere tutte le mie aspettative. Prima facevo 50, 100 visualizzazioni. Ora ne ho migliaia. Credo che io e il mio pubblico siamo entrati in una nuova fase – una fase in cui ci siamo stancati di questo tipo di velocità, e stiamo tentando di recuperare quel tipo di autenticità. A volte mi sembra che siamo come dei Neanderthal che vivono coi Sapiens. Siamo un ponte tra la generazione analogica e quella nata dentro il feed, e io sento l’esigenza di diventare un ponte. Siamo di fatto una prima generazione bilingue – e possiamo recuperare una dimensione di traduzione recuperando tante cose autentiche.

Oggi, a distanza di trent’anni, torni a Il mondo dentro di me. Riascoltando quelle canzoni da uomo adulto, mi chiedevo se ce n’è una che ti mette particolarmente in difficoltà, perché magari ti permette di incontrare il ragazzo che eri.
Difficoltà no, mi emozionano tutte tantissimo. Sto preparando questi due concerti e sto facendo tantissime prove. A volte provo da solo, e mi capita di piangere perché penso al momento in cui canterò quelle canzoni con le persone che hanno amato quei testi. Mi riconnetto al me di allora e al me che sarà a quel concerto. Sai, spesso si dice che io sia stato una meteora nella storia della musica, ma io preferisco meteorite. Mi sento una chimera. Riuscire a fare questo concerto, leggere i commenti delle persone, mi permette di scoprire una connessione latente, una connessione che è sempre stata lì e che è autentica. Io in quelle canzoni ho messo tutta la mia vulnerabilità – e ne sono sempre stato orgoglioso. Avrei potuto essere miliardario, sai. Un artista estremamente famoso mi chiese una canzone, Poeta Fragile, mai pubblicata. Gliela feci sentire e lui l’avrebbe voluta, ma alla fine non me la sono sentita e non gliel’ho mai data. Nessuno si è mai capacitato di questa scelta, ma per me i miei testi erano il mio sangue, e ho preferito così.
Se togliessimo completamente il successo, Sanremo, le classifiche, le case discografiche e persino l’idea di carriera, qual è il motivo per cui Alessandro Errico continua ancora oggi ad avere bisogno di fare musica?
Non lo faccio per riposizionarmi perché non devo riposizionarmi. Tutto quello che sto facendo, lo sto facendo da solo, concerti compresi. Ho il supporto di Andrea e Roberto e di altre persone che hanno deciso di metterci la testa. Avrei altri tre dischi da pubblicare, ma questa cosa del riposizionamento mi terrorizza. Di fatto il concerto è un pretesto, perché sento che oggi mi manca la presenza – e non è nostalgia, piuttosto è la voglia di fare questa esperienza. Come dicevamo prima, oggi è tutto disponibile, ma abbiamo perso in profondità. E io invece vorrei questo, vorrei che questo concerto fosse un modo per riconnettermi con il mio pubblico, e vorrei che chi venga si riconnettesse con qualcosa che si è formato nel passato, tornando a un modo diverso di essere umani. Proprio quello che ti dicevo sull’essere ponte. Per me se anche solo una persona riuscisse a sentire quella connessione alla fine del concerto, allora tutto avrà avuto un senso. Ecco, questa idea mi fa svegliare con il sorriso sulle labbra.
E pensi di fare qualcosa in futuro, altri concerti magari?
No, ora come ora voglio pensare alle date di questi due concerti. Ho solo questo, come obiettivo.
Sono polvere che danza in un raggio di luce
una foglia che vibra su un ramo
Io non ho geometrie
(A. Errico, Il Grido del Silenzio)
Sabrina Tolve è con Off Topic dagli esordi, ha scritto di libri e teatro. Oggi si occupa di musica, prediligendo quella politica e sociale. Vive in Irlanda.






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