R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Ritornare è un album che non aggiunge altri mondi all’universo già ricco di Enzo Favata, ma ne mette a fuoco le stratificazioni, come se il tempo, invece di depositare soltanto esperienza, avesse lentamente eliminato ciò che non era essenziale. E allora il ritorno evocato dal titolo non coincide semmai solo con il ritrovare il proprio punto di partenza. Tornare significa scoprire che tutto cambia e come la saggezza consista nell’accettare questa inevitabile trasformazione. Forse è proprio tutto ciò che caratterizza l’atmosfera malinconica che pervade l’album, un clima caratterizzato da una continua dissolvenza del paesaggio musicale, per altro molto evocato e riconoscibile nei suoi confini mediterranei.  Nato ad Alghero nel 1956, il sassofonista e clarinettista ha costruito negli anni un itinerario nel quale la Sardegna, il jazz, il Mediterraneo con le sue tradizioni popolari e nordafricane e gli immaginari sudamericani, non hanno costituito compartimenti separati, ma differenti stati della medesima elaborazione sonora. La sua vicenda artistica non si è formata attraverso appartenenze esclusive ma ha assorbito, trasformato e restituito le suggestioni musicali ricevute dando loro una caratteristica connotazione personale.

L’incontro con le grandi figure del jazz moderno, una corposa discografia, l’interesse per gli strumenti e le forme musicali della cultura isolana, le esplorazioni elettroniche e acustiche, hanno concorso nell’insieme a creare una lingua libera, nella quale la tradizione non si è certo dimostrata un’influenza chiusa. La riunione del quintetto Atlantico, avvenuta nel 2023 dopo diversi anni di separazione, non produce l’effetto nostalgico di una formazione che cerca di ricostruire se stessa. Al contrario, il gruppo sembra interrogarsi su nuove possibilità da indagare nel presente. Enzo Favata, Marcello Peghin, Daniele Di Bonaventura, Salvatore Maltana e U.T. Gandhi non si comportano come musicisti intenti a ricomporre le pose di una vecchia fotografia, bensì come persone che si incontrano nuovamente sapendo di non essere più le stesse del passato. La performance che ne scaturisce possiede infatti una singolare capacità di trattenere salda la propria storia senza esibirla. È una musica di sostanza caratterizzata da una particolare forma di umiltà che ne allontana l’autocelebrazione e questa è una qualità umana tanto più preziosa quanto più evidente è la statura dei musicisti coinvolti. Il risultato è un organismo di particolare finezza, nel quale ogni strumento possiede un carattere riconoscibile ed un timbro quasi di natura amichevole. Il soprano di Favata conserva una duttilità di tipo vocale, potendo diventare sottile, meditativo, persino ombroso, oppure assumere una luminosità che sembra provenire da un tempo arcaico. I clarini introducono invece ad una dimensione più terrestre, fatta di legno, fiato e gravità. La chitarra a dieci corde di Peghin non si limita a costruire armonie e dissemina il tessuto di rifrazioni, piccoli dettagli e aperture improvvise. Il bandoneon di Di Bonaventura porta con sé una memoria geografica immediatamente riconoscibile, ma la sottrae alla semplice funzione illustrativa. Maltana e Gandhi, infine, operano spesso ai margini dell’evidenza con i rispettivi strumenti – contrabbasso e percussioni – per mezzo di un lavoro basato sull’equilibrio e sulla sintesi. Favata sembra aver raggiunto una condizione nella quale non ritenga utile opporre tra loro luce ed ombra creando un netto contrasto. Semmai le due componenti si sovrappongono, realizzando una veduta crepuscolare che aleggia tra le tracce dell’album, uniformandone la percezione e indirizzandola verso una forma di velata malinconia di stampo latino. Non si ritorna, parafrasando il titolo di questo album, per recuperare ciò che si era lasciato ma per verificare quanto è cambiato. Favata non cerca la Sardegna della memoria, né il Sudamerica immaginato o tantomeno il jazz della propria formazione. Li convoca tutti nello stesso presente e li costringe a convivere. Sono ospiti a tavola, per così dire, senza che nessuno debba occupare il posto d’onore. È un gesto musicale tutt’altro che apodittico. Favata non credo voglia stabilire verità incontestabili che riguardino l’identità o la tradizione. La sua musica sembra invece tracciare il profilo di quello che è diventata attraversando il tempo e l’esperienza, accettandone l’inevitabile cambiamento. Anche la presenza di Manfred Eicher e l’ingresso nel catalogo ECM acquistano, in questa prospettiva, un significato che supera l’esclusivo dato discografico. Registrato ai Bavaria Musikstudios nel gennaio 2026, con la mano felice dell’ingegnere del suono Stefano Amerio, Ritornare beneficia di una concezione dello spazio nella quale ogni particolare può assumere peso senza diventare ingombrante. Il suono non viene lucidato fino a perdere la propria fisicità ma lasciato a dilatarsi naturalmente come la sequenza d’un respiro.

Tukuman, collocato all’inizio del percorso, non è soltanto una dichiarazione d’intenti. È una sorta di prolessi narrativa, anticipa un movimento che l’album svilupperà successivamente, lasciando intravedere fin dall’inizio quella mobilità geografica e sentimentale che attraversa l’intero progetto. Il preludio percussivo contornato dal contrabbasso, anticipa l’ingresso degli altri strumenti. Il bandoneon di Di Bonaventura e la chitarra di Peghin non evocano semplicemente un altrove sudamericano ma lo sottopongono ad una moderata rivisitazione interna, mentre il soprano di Favata attraversa la composizione con una linea tematica molto melodica che sembra conoscere già la destinazione senza avere alcuna fretta di raggiungerla. È qui che il passato letterario di Atlantico torna a essere determinante. La vasta costellazione di letture sudamericane che ha accompagnato Favata, non funziona come un riferimento colto da esibire nella scheda critica. Sono piuttosto forme mentali. In quegli scrittori – Borges e Marquez, ad esempio – il reale non viene mai considerato sufficientemente tale da poter fare a meno dell’immaginazione. Allo stesso modo, nella musica di Favata, il dato geografico non coincide con il semplice luogo. El Sur rende particolarmente evidente questa disposizione. L’arpeggio chitarristico introduce a melodie che, tra le dita di Favata e Di Bonaventura, sembrano possedere una familiarità non immediatamente spiegabile, come se l’ascoltatore riconoscesse qualcosa che non ha mai effettivamente incontrato. Questa misterica fragranza di un Altrove è uno dei paradossi più interessanti dell’album per cui la musica produce ricordi senza necessariamente attingere a una memoria individuale. Ed è forse qui che entra in gioco l’infanzia come un varco nel tempo felice, non nel senso regressivo di un’idealizzazione dell’età perduta, ma come possibilità di accedere a una zona della percezione ancora intima e libera dai condizionamenti della vita adulta. Escuchame approfondisce questa dimensione con una concentrazione sonora quasi tattile. Il clarino di Favata apre le porte percettive non cercando l’effetto lirico facile ma pare procedere per inflessioni, esitazioni e curvature. Intorno a esso, gli altri musicisti sembrano stabilire una conversazione nella quale la pausa conta quanto il suono. Gandhi interviene con tocchi minimi, Maltana lo ascoltiamo in un breve, ombroso assolo mentre Di Bonaventura e Peghin costruiscono le strutture di sostegno aperte nelle quali la musica sembra conoscere una lettura scarnita della materia musicale. Non perché il quintetto rinunci alla complessità, ma perché ne elimina l’ostentazione. Restano grumi di colore residui, piccole concentrazioni timbriche che emergono dalla superficie e subito si riassorbono. A metà percorso appare quello che sembra una sorta di riff portato dal clarino, qualcosa che ritornerà più volte nel contesto del brano, l’unica ma tangibile certezza in una traccia che profuma di nostalgia. Donde nace el viento porta questa poetica verso una dimensione ancora più sospesa. La chitarra di Peghin sembra distribuire nell’aria una serie di piani sonori quasi trasparenti attraversati dal bandoneon e sostenuti dall’abituale, discreta screziatura ritmica di Maltana e U.T. Gandhi. Il soprano di Favata interviene quando il brano acquista un ritmo più definito, con la sua voce melodica più suadente che mai. Le molte sfaccettature strumentali diventano così quasi più importanti della figura complessiva. Sine nomine è una composizione di Di Bonaventura. Il titolo sembra già mettere in discussione l’esigenza di identificare, delimitare o catalogare l’ispirazione. La musica procede invece per apparizioni e dissolvenze, con una qualità cinematografica che può richiamare tanto certo cinema contemplativo est-europeo quanto la malinconia nomade dei gitani. È la chitarra di Peghin ad evocare un mondo fatto di sembianze e movenze emergenti dal vuoto, ombre nelle quali via via s’animano figure richiamate dalla memoria. Si evidenziano il sax soprano, i brividi percussivi e soprattutto l’assolo di Di Bonaventura, in perfetta simbiosi con le ampie, ariose escursioni proposte da Favata. La musica assume tracce di ciò che i musicisti hanno incontrato nel tempo fino a che l’identità complessiva diventa davvero mobile. In tutto l’album il silenzio non separa i musicisti ma li rende necessari gli uni agli altri. Milonga del Sol introduce un’energia più esplicita, ma anche qui Favata e i suoi compagni evitano accuratamente di copiare una cartolina latinoamericana. La milonga non viene trattata alla stregua di genere o spazio da riprodurre, bensì come principio dinamico. Di Bonaventura ne assume il carattere mosso e malinconico, Peghin ne altera la superficie, la sezione ritmica ne conserva il passo senza irrigidirlo. La musica può quindi permettersi di essere insieme dolce e inquieta, sensuale e trattenuta. In essa convivono un indomabile subbuglio pulsionale e una disciplina formale che impedisce all’impulso di trasformarsi in manierismo. La superficie può apparire serena, ma sotto di essa lavorano memorie, migrazioni, separazioni e desideri rimossi. Da apprezzare, su tutto, la tersa lucentezza del soprano. Ventana (trad. finestra) porta il discorso ancora più avanti. La finestra è, per definizione, una struttura ambigua, consente di vedere senza necessariamente esporsi, separa mentre mette in relazione. La composizione sembra assumere questa contraddizione come principio costruttivo. Dopo l’intro di contrabbasso e chitarra, Favata apre una prospettiva che gli altri musicisti modificano, ampliandola. Quello che sembrava lineare acquista improvvisamente un’altra angolazione. Qui l’album raggiunge una delle sue intuizioni più sottili, dove la visione non è un atto neutrale ma quasi un fatto quantistico. Ogni sguardo modifica ciò che viene guardato. E la musica, proprio perché non possiede immagini concrete, rende questa trasformazione ancora più evidente. La batteria di Gandhi dona al brano un nerbo materico e robusto che non appariva nelle composizioni precedenti, sottolineandone l’aspetto peculiare. Infine c’è Albatros, dove il clarino basso simula il ritmico battito d’ali. Poi il soprano e il bandoneon risalgono la corrente e la composizione acquista ampiezza senza perdere misura. Non c’è alcuna volontà di chiudere l’album con un proclama. Al contrario, la conclusione conserva la stessa discrezione che ne ha accompagnato lo sviluppo ma con una tendenza al riassunto narrativo lasciato fondamentalmente al dialogo tra chitarra e bandoneon, sul quale gli altri strumenti intervengono per contribuire all’immaginario complessivo.

Non c’è un luogo a cui tornare davvero, perché ogni posto ritrovato esiste soltanto nella forma nuova che siamo capaci di attribuirgli. La musica torna, ma è diversa, sfumata in quella liquida linea nostalgica tra il ricordo e la rielaborazione dello stesso. Ogni ritorno è dunque un’operazione critica sulla memoria. Si rientra in un luogo e ci si accorge che il paesaggio ci ha già lasciati. Ritroviamo persone e comprendiamo che la loro presenza contiene gli anni trascorsi. Si riprendono musiche antiche e si realizza che esse hanno cambiato pronuncia. Favata sembra saperlo molto bene. Per questo Ritornare non ha nulla del reperto, della ricostruzione o della commemorazione. È piuttosto la prova sonora che l’identità, quando non venga irrigidita in uno schema, può continuare a generare forme espressive sempre nuove. Anche se permane il sottile velo d’un dolore appena accennato, stemperato di malinconia mediterranea.

P.S.: siamo estremamente dispiaciuti della prematura scomparsa di U.T Gandhi. Perdiamo così uno dei migliori batteristi e percussionisti italiani e altro non possiamo fare che esprimere la nostra compartecipazione allo sconcerto per questa inaspettata mancanza.

Tracklist:
01. Tukuman (5:37)
02. El Sur (6:50)
03. Escuchame (5:57)
04. Donde nace el viento (5:19)
05. Sine Nomine (8:40)
06. Milonga del Sol (6:17)
07. Ventana (4:38)
08. Albatros (6:24)


Riccardo Talamazzi è un insopportabile vecchiaccio che vuol sempre aver ragione su tutti e tutto. Va avvicinato con le dovute cautele perché morde. E non ama essere contraddetto.

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