R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
La conditio sine qua non per apprezzare questo All Alone del chitarrista danese Niclas Knudsen è quella di saper godere delle sonorità del suo strumento. Perché questo musicista non fa molti sconti, è uno di quelli che quando imbraccia la sei corde non la molla più ed una cosa appare chiara, per lo meno in questo lavoro: c’è un leader e la coppia di strumentisti che l’accompagnano rispettano gerarchicamente il proprio ruolo. Il trio, quindi, in All Alone dimostra una struttura piramidale con al vertice le escursioni fraseggiate di Knudsen. L’architettura non tradisce comunque le aspettative, visto il percorso ormai consolidato dell’Autore, forte di circa una decina di album al suo attivo come titolare. Quest’opera ultima è attraente nel suo essere totalmente priva di qualsiasi appunto musicale che non faccia riferimento al jazz-rock blues ed allo swing, aiutato e facilitato da una delle migliori sezioni ritmiche danesi. Ricca di fascino magnetico e sottile virtuosismo, la musica del cinquantaquattrenne chitarrista di Copenaghen, formatosi al Berklee College of Music di Boston, porta con sé un bagaglio culturale costruito attraverso esperienze lontane tra loro, da quelle statunitensi ad altre che provengono dall’India e dall’Africa occidentale, passando per i linguaggi caraibici.

In questo album, a differenza dei precedenti lavori dove tali influenze erano più avvertibili – ad esempio in Migrating Songs (2023) – qui vengono assorbite in una sintesi personale che rende il fraseggio dell’Autore sorprendentemente naturale anche quando si misura con l’anima jazz blues delle otto tracce presenti in All Alone. È proprio questa palpabile qualità di un suono pulito – che può ricordare quello più collaudato di Bill Frisell – mantenuto senza particolari aggiunte effettistiche ad essere uno tra i principali punti di forza dell’album. Accanto a Knudsen, Matthias Petri al contrabbasso ed Espen Laub von Lillienskjold alla batteria formano qualcosa di più che una semplice sezione ritmica, costituendo il sostentamento del desiderio musicale di Knudsen, cioè quello di essere un organismo collettivo capace di riconoscere il ruolo principale della chitarra, senza peraltro trasformare il dialogo strumentale in competizione. Il trio funziona come un intreccio di maestrie, nel quale ogni intervento trova il proprio peso specifico ma riconoscendo implicitamente il protagonismo dello strumento solista. Qualora l’impressione iniziale possa suggerire una musica di immediata accessibilità, occorre comunque non limitarsi ad un’interpretazione superficiale. L’apparente semplicità cela un’importante organizzazione degli spazi sonori. E in effetti qui non si trovano improvvisi ingorghi di note saturate, né particolare dimostrazioni di tecnica muscolare. I sempre fluidi fraseggi di chitarra sembrano emergere da una reale necessità espressiva, prima ancora dell’effetto che potrebbero creare, lasciando spazio a linee melodiche piacevoli di per sé, capaci di imprimersi nella memoria senza artifici. Quando Knudsen decide di espandere il proprio discorso improvvisativo, emerge tutta la statura di un fiammeggiante solista, ma la sua energia non degenera nell’esibizione fine a sé stessa. Il suono si trattiene, disciplinato da una lucidità narrativa che ricorda come la maturità artistica coincida spesso con ciò che si sceglie di non suonare. In questa prospettiva, l’album supera abbondantemente il minimo sindacale di raffinatezza nonostante l’essenzialità del suono, dimostrando quanto l’eleganza possa nascere dal controllo e dalla sottrazione. Come si è sopra accennato, il percorso affiora di richiami al blues, ma non nel senso più convenzionale del termine. Piuttosto, si avverte un lessico che dialoga con il jazz, con il folk e con una piccola componente di sensibilità nordica sempre incline alla contemplazione. Qua e là emerge perfino una dimensione che rimanda al rock blues, suggerita più dall’atteggiamento ritmico che da esplicite citazioni stilistiche. Il risultato è un groove viscerale che procede senza ostentazione, lasciando che siano le dinamiche interne a generare tensione. Il timbro della chitarra, limpido e trasparente, solo con qualche sporadica distorsione naturale, lascia percepire una poetica che rifugge l’enfasi, e racconta invece di atmosfere corpose e materiche, che sono a tutti gli effetti le sonorità stesse del blues.

È la title track All Alone che apre l’album, un mid tempo dal profilo blueseggiante in ¾. Un tema orecchiabile s’appoggia ad un baricentro ritmico compatto che accompagna la chitarra fino all’impostazione del suo assolo. Un soliloquio ordinato e molto pulito, all alone, come nello stile personale dell’Autore. La musica scorre con meditata lentezza e un costrutto quasi artigianale, reso piccante dall’atmosfera raccolta e in un certo senso familiare della conformazione a trio. Misurarsi con la musica latina è un obbligo non scritto ma ampiamente seguito nel jazz ed è questo che accade in Big Bossa. La chitarra di Knudsen, alla ricerca di miniature minime, percorre il cielo sudamericano senza impazienza, un po’ alla Gabor Szabo, confidando in un accompagnamento ritmico di prim’ordine gestito disciplinatamente e ricco di fantasia. Blu Sky Blues si muove secondo i canoni del I-IV-V grado del blues ma lo swing spadroneggia con un palese affiatamento tra le parti e c’è pure un po’ di spazio in solitudine per contrabbasso e batteria. I temi, va detto, sono quasi sempre memorizzabili e non forzosamente ricercati. Quando poi la chitarra veleggia in assolo, Knudsen non dimostra fretta e si avventura nel giro di blues con i suoi abbondanti cromatismi, senza far trasparire atteggiamenti formulaici di sorta. Si saltella invece sul Gaelic Waltz in 6/8 dove apparentemente il folk si abbina al blues in una curiosa miscela ibrida che mostra in bell’evidenza, oltre ai bicordi di chitarra, il buon lavoro di contrabbasso che tende a ad essere, in coppia con la batteria, la vera forza motrice e trainante del brano, guadagnandosi inoltre anche un meritato spazio di solismo. Forever After torna sul latin mood ma inzuppandolo in un tè aromatizzato allo swing. Il corpo solido del brano segue una direzione più contemporanea, rispetto alle tracce precedenti, ed anche in quest’occasione il contrabbasso si guadagna uno spazio in assolo, seguito dai break della batteria che rimarcano, a forza di stacchi e rullate, l’andamento swingante dell’intero pezzo. The Long Haul viaggia in tonalità armonica minore attraverso una canzone nera, morbida e sommessa. Knudsen lavora di bending sulle corde di chitarra, distendendosi sull’accompagnamento minimale offerto dalla ritmica. Sotto traccia langue una pena oscura che ricorda il blues del Delta oppure, ancora meglio, il lento e grave divenire dell’Albatross dei Fleetwood Mac. Five Four Blues approfitta di un tempo composto per rientrare nella piena ottica del blues stesso, colorandolo con un ritmo jazzy. La musica srotola piacevolmente le sue battute, il controllo delle parti è pressoché perfetto e il finale si presenta un poco, ma non completamente, in dissolvenza. You Are All Thet I Wanted ha un tema molto orecchiabile, in perfetto equilibrio tra swing e timide tentazioni rock, completando l’album e offrendo a Petri un sanguigno assolo di chiusura. Tra i pezzi migliori di tutto questo lavoro, con una strizzatina d’occhio anche alla tradizione.
Esiste una forma di maturità artistica capace di comprendere che il valore di un’opera non dipende dalla quantità delle idee esposte, ma dalla qualità del loro sviluppo. Il jazz, quando raggiunge questa consapevolezza, smette di essere soltanto il linguaggio dell’improvvisazione e diventa una disciplina dell’ascolto, un esercizio di fiducia nella forza evocativa di ciò che rimane per lo più in sospensione anziché risolto. In definitiva All Alone è un album tanto discreto quanto seducente, capace di accogliere l’ascoltatore senza rinunciare alla sua precisa identità artistica e destinato a lasciare un’impressione ben più duratura di quanto la sua essenzialità lasci inizialmente immaginare.
Tracklist:
01. All Alone
02. Big Bossa
03. Blue Sky Blues
04. Gaelic Waltz
05. Forever After
06. The Long Haul
07. Five Four Blues
08. You Are All Thet I Wanted
Riccardo Talamazzi è un insopportabile vecchiaccio che vuol sempre aver ragione su tutti e tutto. Va avvicinato con le dovute cautele perché morde. E non ama essere contraddetto.






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