Temples – Sun structures (2014 – Heavenly Records)

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Articolo di Antonio Asquino

Siamo nei primissimi mesi del 1970, i fiori sono spariti o morti, le idee e i colori si sono tramutati in abitudine, ordinarietà e grigiore. Le arti, negli anni immediatamente precedenti, hanno prodotto e lasciato tanto e la musica non fa eccezione purtroppo però, soprattutto in ambito psichedelico, questo lascito enorme sta per essere accantonato e si involverà nei peti autoreferenziali del prog, emessi da giovani nati già vecchi (o addirittura defunti, una sorta di Benjamin Button della musica insomma).

Fortunatamente nel giro di qualche anno anche loro saranno spazzati via dal punk che già solo per questo non smetteremo mai di ringraziare ma la storia di cui scrivo è altra anche da questa. Qui si parla degli anni dieci del ventunesimo secolo e, con buona pace dell’ascoltatore italiano medio, ci siamo lasciati alle spalle anche gli anni zero tanto cari a qualche cantore italiano del nulla innamorato (per manifesta incapacità di scrittura) del cut-up da réclame pubblicitaria.
In questi ultimi anni il lascito di cui parlavamo prima, quello di bellissimi dischi semisconosciuti, di gruppi che sembravano non essere mai esistiti, di idee e colori, di esplosiva bellezza e accecante lucentezza, è stato raccolto, recepito nel modo giusto, rielaborato e ripreso da alcuni dei migliori gruppi che la storia recente della musica ha prodotto, parliamo di gente come Tame Impala, Unknown Mortal Orchestra, Jacco Gardner, Jonathan Wilson e soprattutto i benedetti Temples.
Quartetto inglese composto da James Edward Bagshaw (voce e chitarra solista), Adam Smith, (tastiere,chitarra e voce), Thomas Edison Warmsley (basso) e Sam Toms (batteria), dopo due ep arriva al debutto su disco con questo “Sun Structures” che si candida, con ottime probabilità di vittoria, alla palma di disco migliore dell’anno e il fatto che siamo nella prima metà del 2014 la dice lunga sulla bontà della proposta. In faccia a chi non si rassegna all’assunto che per fare buona musica devi conoscere a menadito e saper valorizzare il passato, i Temples realizzano un disco ispiratissimo, memore degli insegnamenti dei migliori gruppi di area psych della seconda metà degli anni’60 (come dicevamo: il periodo più florido e prodigo di gemme nascoste della storia della musica) e riescono a fare quello che ogni gruppo dovrebbe saper fare: sviluppare un sound coerente con una idea musicale definita, mescolare con gusto e intelligenza le suggestioni migliori dei propri maestri e non complicare le intuizioni melodiche delle canzoni mortificandone la deliziosa vena pop (questo è il motivo per cui, ad esempio, i Temples hanno delle canzoni che, gruppi pur validissimi come i Tame Impala, possono solo immaginare e sognare nel loro miglior trip lisergico).
Nello specifico: del primo punto di cui sopra possiamo dire che la produzione è opera e merito dello stesso James Bagshaw che sembra avere un gusto eccelso, oltre che nella scrittura, anche dal punto di vista del sound ricercato e ottenuto (anche per merito delle potenzialità che ti offre uno studio di registrazione del ventunesimo secolo rispetto al secolo scorso, va de sé). Sul secondo punto possiamo solo suggerire di ricordare, mentre scorrono le dodici perle di questo disco, la lezione impartita da gente come Beatles, Kinks, Zombies, i Byrds in quota David Crosby fluttuanti nella quinta dimensione, Syd Barret, i Kaleidoscope inglesi, il miglior Marc Bolan, professori di psichedelia più recenti come i Flaming Lips ma anche l’impronta del revivalismo ludico e ossequioso degli XTC nel loro side project degli anni’80 come The Dukes Of Stratosphear. Infine il terzo punto è, se vogliamo, il più immediato e piacevole dei tre perché in queste dodici tracce non possiamo trovarne neanche una meno che interessante e potenziale singolo, trovo difficile preferirne qualcuna perché farei davvero torto alle altre ma segnalo con piacere l’avvio perfetto con “Shelter Song”, la successiva title track, la divertita e divertente “Keep It In The Dark” (uno di quei brani che ascoltati al risveglio è in grado di mettervi la giornata nel verso giusto), “Move With The Season” deliziosa pasticceria psych-pop, gli arabeschi acidi di “Sand Dance”, lo stomp in salsa blues lisergico di “A Question Isn’t Answered”, l’incalzante e melodica “Mesmerise” per un caleidoscopio inattaccabile che potrebbe addirittura migliorare con l’acquisizione di una maggiore consapevolezza dei propri mezzi da parte della band nei dischi futuri. Siamo nel 2014 e “Sun Structures” riesce a ridipingere il mondo della musica con i colori migliori di una tavolozza che sembrava chiusa in uno scrigno abbandonato in soffitta ma che i Temples hanno ritrovato e riportato splendidamente alla luce.

 

 

TRACKLIST

01)     Shelter song
02)     Sun structures
03)     The golden throne
04)     Keep in the dark
05)     Mesmerise
06)     Move with the season
07)     Colours to life
08)     A question isn’t answered
09)     The guesser
10)     Test of time
11)     Sand dance
12)     Fragment’s light

 

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