Frédéric Gros – Andare a piedi. Filosofia del camminare (Garzanti, 2013)

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Articolo di Chiara Baini

In un mondo così frenetico come quello attuale, dove tutte le attività vengono svolte con l’intento di risparmiare tempo, Frederic Gros presenta un libro che vuole essere invece un elogio alla lentezza: Andare a piedi. Filosofia del camminare.
Pubblicato in Francia nel 2009, questo libro è un invito a riscoprire il mondo camminando.
Partendo dalla vita di scrittori e poeti del passato, lo scrittore francese analizza i diversi impulsi che stanno dietro a questo gesto tanto semplice quanto sottovalutato.


Nietzsche, famoso camminatore, si sentiva libero se circondato dalla natura: solo in mezzo agli alberi infatti riusciva a comporre e scrivere. La sua era una camminata per innalzarsi, per elevare lo spirito.
La rabbia e la smania di fuggire sono i motori che muovono Rimbaud da una città all’altra pensando che ci sia sempre un posto migliore dove andare. Cammina, avanza, arriva e riparte subito.
Thoureau cammina per conquistare il selvaggio: estremamente critico verso l’economia del tempo, abbandona tutto per vivere in una capanna da lui stesso costruita in mezzo alla natura. La camminata per lui non porta alcun profitto, ma solo benefici interiori. Lo fa per reinventarsi, per riflettere su se stesso.
La vita di Kant era noiosa e scialba, nato e vissuto sempre nella stessa città, poco avventuriero. In lui troviamo solo brevi passeggiate quotidiane, mai un lungo viaggio. Nelle sue camminate ci sono tre elementi fondamentali: la monotonia, la regolarità e l’ineluttibilità. Cammina ogni giorno, sempre lo stesso percorso, sempre alla stessa ora, sempre solo.
L’ultimo personaggio preso ad esempio è Gandhi. La camminata che compie è una protesta politica: cammina insieme ad altri, mai solo, ma con regolarità. Non percorre i soliti sentieri, si avvicina alla gente povera durante la marcia. Non porta nulla con sè, solo il suo bastone, si libera quindi dei bagagli ingombranti. Cammina per diffondere i propri ideali di amore e non-violenza.
Il camminare per ripulire la mente, per riordinare i pensieri, non necessariamente per raggiungere una meta. Troppo spesso si cammina senza godersi realmente il momento, senza rallentare per assaporare il paesaggio intorno. Gros ci invita ad andare con calma, a misurare ogni passo che facciamo, a non essere precipitosi. Ci siamo illusi del fatto che la velocità ci faccia guadagnare tempo. La fretta è cattiva consigliera, si sa: importante quindi rallentare, approfondire ciò che ci sta attorno.
Lo scrittore spende qualche parola sul pellegrinaggio: Il pellegrino è per definizione una persona che non è a casa propria laddove sta camminando. È una camminata che si fa per convertirsi, spesso per dare un taglio radicale al logorio della propria esistenza. Benchè il pellegrinaggio sia mosso da una motivazione mistica e spirituale, non lo si compie solamente per ritrovare Dio bensì per ritrovare sè stessi.
Uno dei capitoli più coinvolgenti è quello sulla solitudine: la persona sola non è necessariamente una persona “strana”. Il silenzio della natura ci permette di sentire i nostri pensieri e di capirli. L’anima si distrae con lo spettacolo della natura e si dimentica degli affanni che la opprimono. Gros ci spiega come la camminata in solitudine serva a riscoprire il rapporto con noi stessi, dialogare con i nostri pensieri, liberi da catene e costrizioni. Essere in solitudine non significa necessariamente sentirsi soli: “chi mai può sentirsi solo, quando possiede il mondo?”.
Anche se il sottotitolo del libro fa pensare ad un trattato filosofico, in realtà è tutt’altro: Gros ha un’ottima dialettica e la narrazione scorrevole gli permette di riempire 200 pagine senza essere banale e pesante. Terminato il libro, ci salirà subito l’impulso di uscire e passeggiare. Svuotare il cuore e la mente, mettere da parte il lavoro e i brutti pensieri per ri-crearsi ed essere pronti ad affrontare lo stesso mondo con gli occhi pieni della bellezza della natura che ci circonda.

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