Majakovich – Il primo disco era meglio (2014 – To Lose La Track / Metrodora Records / V4V )

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majakovich - cover

Articolo di Eleonora Montesanti

Chiudi tutto dentro una scatola, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Ogni tanto aprila per darci una rapida sbirciata e poi richiudila fino al momento in cui, troppo piena, ti esplode confusamente tra le mani. A quel punto ordina il caos senza lasciarti sopraffare, canalizza tutti i contenuti con fermezza verso un obiettivo preciso, occupati dei dettagli, dimentica il passato, impara sulla tua pelle lezioni preziose, esplodi anche tu.

Potrebbe essere questa la genesi de Il primo disco era meglio, il secondo lavoro degli umbri Majakovich, che scelgono di abbandonare l’inglese di Man is a political animal by nature (uscito nel 2010) e si sperimentano per la prima volta con la lingua madre. Un titolo peculiare, una presa di posizione netta, una provocazione nei confronti di chi preferisce non evolversi mai. Un disco fatto di affermazioni, di opportunità per confrontarsi a muso duro con se stessi e con gli altri, di sberle in faccia a volte dolorose ma sempre necessarie e di carezze delicate che fanno ancora più male. Il primo disco era meglio è un urlo potente, una necessità di sfogare e metabolizzare quello che si è capito sugli aspetti più intimi dell’esistenza.

Fin dalla prima traccia, Devo far presto, l’impatto è devastante. Questo brano è uno di quelli che più spettinano e in cui si nota la densità ritmica arricchita da un’infinità di dettagli, i quali si possono cogliere solo ascolto dopo ascolto. In generale, infatti, le undici tracce sono un tesoro da accogliere pian piano nella propria quotidianità, come si fa quando ci si imbatte in una nuova conoscenza interessante, perché questo disco diventa un amico raro e saggio, un compagno che ha il coraggio di buttarti addosso le verità più scomode, anche se non le vuoi (come recita il ritornello del secondo pezzo), ma poi ti resta accanto, non se ne va, è sempre lì per un abbraccio o una pacca sulla spalla. Restando sulla scia esplosiva bisogna parlare di Perché Francesco migliora, due minuti e mezzo di fiato sospeso, un giro di basso pazzesco, uno dei testi più belli di tutto il disco, costruito sull’urgenza di dichiarare qual è il proprio spazio nell’universo e di marchiarne indelebilmente i contorni. Colei che ti ingoia è il primo respiro delicatamente agrodolce in cui ci si imbatte. Il pezzo nasce da un crescendo basato soprattutto sulla melodia della tastiera che, nel finale, aumenta di velocità come a voler rincorrere qualcosa che sfugge o come a scappare da qualcosa che sta per risucchiarci. Arriviamo a Ufo, una sorta di ballata che scioglie un po’ la tensione. Una canzone d’amore aspra, nostalgica ma mai arrendevole che si concede di perdere tempo per ricordare qualcosa di bello e importante – anche se incompreso – come succede in Era meglio, la traccia seguente. Quest’ultima è una riflessione emotiva ed ordinata di consapevolezze giunte troppo tardi.

I Majakovich però non piangono mai sul latte versato, affrontano i loro rimpianti e la loro inadeguatezza in maniera combattiva, come in L’hype del cassaintegrato, l’ennesimo pugno nello stomaco in equilibrio tra la forte completezza sonora e l’essenzialità armonica del finale, che si appoggia alla pura sensibilità di voce e tastiera tra inferni glaciali e caldi respiri di sollievo, come a dire che il peggio è passato: non hai più da perdere, puoi solo stare meglio. C’è subito un’altra affermazione: Ho già deciso, titolo del brano più particolare dell’album, notevole per le sue sonorità fresche, amabilmente pop. L’incipit afferma che “il tuo mondo ha già deciso qual è la fine che farai”. Il resto della canzone gira attorno a questa consapevolezza e la affronta di petto con quella sana arroganza che serve a non pulirsi la coscienza, nell’idea in cui è la società ad avere l’ultima parola sui nostri sogni o sulla nostra realizzazione e a chiamare così i nostri fallimenti. Ho già deciso, l’ultima parola su quello che sono e voglio spetta ancora a me. La chiusura de Il primo disco era meglio è nelle mani di un piccolo miracolo. Prodezze è quasi intoccabile, nel senso che ad ogni ascolto si ha come la sensazione di aver ricevuto un grande regalo, forse immeritato, che, nel dubbio, si mette sulla mensola per ammirarlo e non consumarlo. L’atmosfera di Prodezze è corale e viscerale, è un ritorno alla quiete dopo la tempesta, è un richiamo a tuffarsi in un mare caldo, fatto di condivisione, fatica e soprattutto amore.


Tracklist:

Devo far presto
La verità (è che non la vuoi)
Perché Francesco migliora
Colei che ti ingoia
Ufo
Era meglio
L’hype del cassaintegrato
Ho già deciso
Cristo
Una vita al mese
Prodezze

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