Adolfo Dececco – Metromoralità (Zelda Music/Warner – 2014)

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Articolo di Eleonora Montesanti

Prendete un cantautore semplice, legato ai valori più puri e genuini, alle relazioni profonde, che nascono e crescono con naturalità e mettetelo in un presente fatto di tecnologia, social network, reperibilità perenne, smarrimento e apatia: eccolo Adolfo De Cecco, un giovane che appartiene a una generazione che non è in grado di fare rivoluzioni ma le pretende restando comodamente seduta sul divano; una generazione in cui la superficialità dei rapporti umani è una conquista, perché ciò che più importa è apparire sempre al meglio; una generazione formata da individui che esistono solo ed esclusivamente se hanno un profilo su facebook; una generazione apparentemente senza futuro e con un passato ingombrante da portarsi sulle spalle, sia dal punto di vista storico, sia culturale. Ne deriva un grande disagio, sostenuto dall’incapacità di vivere nell’attualità e di trovare una dimensione individuale, uno scopo, un’identità.

E’ proprio da quest’ansia esistenziale che nasce Metromoralità, il secondo disco dell’artista abruzzese, un esperimento di cantautorato folk molto vicino agli anni Settanta, nello specifico a Bob Dylan, Neil Young e Francesco De Gregori. La produzione infatti è affidata a Guido Guglielminetti (bassista di De Gregori) e Vince Tempera (autore di alcune delle più famose sigle di cartoni animati appartenenti proprio a quell’epoca): ogni scelta artistica, dunque, sembra orientata con nostalgia verso un’altra epoca. Le tematiche però sono molto attuali. I testi sono semplici, alla portata di tutti, ma mai banali. Le melodie e gli arrangiamenti sembrano costruiti con estrema delicatezza, proprio per valorizzare la centralità delle parole.
Si comincia dalla title track, il primo grido di protesta nei confronti di quella generazione immobile, in balia del disagio e dell’inadeguatezza che si ritrova anche in Touchscreen e Tempo Tecnico, brani molto orecchiabili che in realtà celano la frustrazione della gioventù moderna: ci perdiamo dentro a sogni imprecisi e precari, crediamo di conoscere il mondo solo perché abbiamo una connessione internet, ci lasciamo stordire da parole come freelance, blog e movida, e soprattutto ci nascondiamo dietro la scusa che l’Italia non ha più niente da offrirci.
L’essere perennemente fuori tempo e fuori luogo è una condizione che si ripercuote anche nelle relazioni amorose: nella ballata dalle sonorità esterofile Il tempo dell’amore, infatti, De Cecco sostiene – con un velo di amarezza – che l’amore non è camminare insieme, bensì rincorrersi.
C’è una forte necessità di riscoprire qualcosa di semplice, come possono essere un piatto di pasta al pomodoro o un mazzo di fiori di campo (Canzone semplice), uno sguardo verso un cielo pulito e un’estate che porti con sé il coraggio di cambiare (Dietro le nuvole) o la speranza di costruire prima o poi un amore incondizionato, genuino e paziente (L’amore paziente).
La malinconia di fondo che accompagna i giri di chitarra e la dolcezza dell’armonica lascia spazio, alla fine, ad una canzone divertente e brillante: A cena da soli, infatti, è un brano allegro, un inno allo stare bene con se stessi, perché sapersi da soli vuol dire sapersi davvero. La solitudine diventa dunque una conquista, forse il punto da cui partire per riscoprirsi, per non lasciarsi vivere né sopraffare dagli eventi, dal passato e dalla tecnologia.
Ripartire dalla conoscenza del proprio io e del valore della propria essenza per costruire una nuova identità collettiva, ricominciare dai piedi per scoprire di avere le ali.


Tracklist:

01)      Metromoralità
02)      Chiara che pensi?
03)      Tempo tecnico
04)      Touchscreen
05)      Il tempo dell’amore
06)      L’amore paziente
07)      Canzone semplice
08)      Come si coltivano i fiori
09)      Dietro le nuvole
10)      A cena da soli

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