Ian Curtis. Vivere e inappartenere

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ian curtis

Articolo e illustrazione di Mauro Savino.

Ian Curtis si è impiccato ed è morto. Ian Curtis soffriva fisicamente e psicologicamente. Ian Curtis era il fuori della musica della fine dei ‘70. Era troppo vivo così non gli restava che soffrire. Esiste una lunga linea grigia che ci separa da certi destini definitivi e comprensibili solo in dimensioni del vivere che fanno a meno della razionalità come critica dell’incomprensione di sé.


Viviamo più volte lo stesso dramma della ripetizione. Quest’alienato era una ripetizione per se stesso e lo sapeva. Gli capitò di scrivere qualche canzone e per un po’ si salvò. Ma non ci si salva dall’essere Ian Curtis. La muraglia della gioventù, che alcuni di noi scavalcano dopo averla vissuta più o meno bene, per questo ventenne non fu abbastanza.
Lo dichiarò e qualcuno capì che non erano solo canzoni.
Un artista paga con la vita il fatto di essere un artista, perché non separa l’artista dall’uomo. E gli uomini possono decidere di farla finita.
La coscienza di essere per la morte conduce certi decani dell’ombra a dire tutto in poco tempo, perché il resto non può essere che silenzio. La parabola dei Joy Division è la parabola dell’internamento nel guscio capitalistico ed esistenzialista che strangolando l’Occidente avrebbe finito per riempirlo di coriandoli e barattoli d’odio. L’incomprensione per ciò che è attorno a noi e dentro di noi è la nostra come lo fu di questi talentuosi cantori del segreto che ci fa piangere.
Purtroppo per la vita non ci sono medicine come per l’epilessia. Siamo usciti allo scoperto perché l’espressione necessita di mura da sfondare. Non siamo ancora in grado di prolungare il gioco infantile dell’essere per noi stessi e basta. Ecco perché Ian Curtis e i Joy Division si cercarono un pubblico.
Un pubblico che paga ancora per averli avuti nel cuore e nelle ossa.
Ma i sentimentalismi non sono per il mondo che ci sta uccidendo.
Perciò chiamiamo tutto questo: Atmosfera.

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