Giovani eccellenze – intervista a Giuseppe Volonnino e Terry Paternoster

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Intervista di Sabrina Tolve.

Qualche giorno fa, nel resoconto della serata aRoma di Lucania, ho detto di aver perduto una parte importante dell’evento: la parte dedicata alla mostra di cortometraggi e a M.E.D.E.A. Big Oil, lo spettacolo del Collettivo Teatrale Indipendente InternoEnki.
Chi mi conosce, però, sa che sono una persona curiosa.
E allora non ho perso tempo: quella che segue è l’intervista – s’intuiva dal titolo, no? – a Giuseppe Volonnino – regista – e Terry Paternoster – fondatrice e direttore artistico del Collettivo di cui sopra.

Giuseppe, come nasce la tua passione per il cinema?
La prima immagine che ho, riflettendo su questa domanda, è  la mia famiglia seduta sul divano, di sera, davanti ad un film.
In casa abbiamo sempre preferito vedere una vhs invece di intrattenerci con programmi televisivi.
Ricordo l’immensa videoteca che mio padre aveva fatto, ricordo tutti i cartoni della Walt Disney registrati con il videoregistratore e ricordo l’attenzione che facevamo io e mio fratello per evitare di impressionare il nastro con gli spot, ricordo le lacrime preventive di mia madre quando intuiva che il protagonista avrebbe fatto una brutta fine, ricordo i boicottaggi che facevamo a mio padre quando voleva farci vedere un western con John Wayne, ricordo le mie imitazioni di Fantozzi o i primi effetti speciali che facevamo con mio fratello girando con la videocamera rubata a nostro padre. Credo che il cinema sia sempre stato presente nella mia vita… ora che ci penso bene, mi sto convincendo del fatto che forse non sono io ad essere appassionato di cinema, ma è lui che ad avere una gran passione per la mia vita, come per quella di chiunque altro.
A parte gli scherzi, penso di aver iniziato ad amare questo mondo quando ho passato il Rubicone, da spettatore ad addetto ai lavori. L’aria che si respira sul set è una sorta di droga per me, le luci che dipingono il volto degli attori e le location sono qualcosa che mi affascina ogni volta. E poi c’è lei, l’occhio che tutto vede, la macchina da presa che cattura il sogno e lo costringe in una pellicola o in un file.

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Puoi parlarmi delle tue esperienze?
Beh, tutto inizia undici anni fa!
Al mio primo anno di università conosco alcuni ragazzi, qui a Roma, alle prime armi come me: decidiamo di metterci insieme e cominciamo a fare i primi cortometraggi. Da lì ho imparato la strutta di un set, ho imparato a ricoprire praticamente tutti i ruoli di una troupe, anche perché avevo e ho ancora un’idea particolare della regia.
Il set è una Torre di Babele, ogni reparto ha una propria lingua e se il regista non è in grado di parlare con tutti, la Torre è destinata a crollare.
Come si può imparare una lingua velocemente, se non andare a vivere e lavorare nel Paese in cui si parla quella lingua? Io ho fatto proprio questo! Ho lavorato in tutti i reparti per apprendere il loro linguaggio e poterlo utilizzare, per gestire meglio il set durante la lavorazione dei miei progetti.
In undici anni le esperienze sono state molteplici: venticinque cortometraggi di cui otto diretti da me, due mediometraggi, un lungometraggio, due programmi televisivi, una puntata pilota di una serie tv, due serie web, qualche servizio giornalistico, una sit com, due documentari (uno dei due diretto da me), tre videoclip  (tutti diretti da me), dodici spot (di cui cinque diretti da me e tre prodotti dalla rai), tredici spettacoli teatrali, (di cui dodici come regia tecnica e uno come assistente alla regia) e una piccola comparsata nella serie su Rino Gaetano.
Nel 2011 mi sono diplomato all’Accademia di Cinecittà, NUCT, in regia cinematografica e televisiva.
Ognuno di questi lavori ha arricchito la mia esperienza e ho avuto la possibilità di vedere all’opera Daniele Ciprì, il primo filmaker italiano, grande autore e fenomenale direttore della fotografia.
Ma tutto questo elenco di lavori fatti non aiuta a comprendere le sensazioni che il set mi trasmette.
Non importano i ruoli ricoperti, che vanno dall’ultimo assistente volontario fino alla possibilità di raccontare qualcosa di mio tramite la regia: la vera esperienza resta il set, il fatto di sentirsi bene solo quando si è in quel contesto, il sapere che tutto ciò che si fa darà vita a qualcosa di talmente intangibile ed etereo da diventare fortemente concreto, esperienze che ti entrano dentro e restano lì.

Ad aRoma di Lucania, hai proiettato il Calapranzi, tratto dalle opere di Pinter. Perché tra tutte le sue opere hai scelto proprio quella da portare sullo schermo?
Pinter è un autore teatrale che mi ha sempre affascinato molto; ho sempre pensato che lui non raccontasse storie, ma gli uomini che le vivono: i loro istinti, le loro costrizioni, i loro difetti. Tra le varie opere ho scelto “Il Calapranzi”, perché tra tutte era quella che in quel determinato periodo sentivo più vicino, a parte la storia in sé. Il sottotesto che cela era molto legato al periodo storico che vivevo in quel determinato momento. Il mio resta comunque solo un omaggio a questo maestro, anche perché un cortometraggio non può contenere tutta la poetica di questo grande autore.

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Come ti poni, tra cinema e teatro?
Li adoro entrambi: il cinema per il suo essere intimo e voyeurista, il teatro per la sua solennità e per il confronto diretto con il pubblico.
Il teatro e il cinema sono forme espressive di una stessa esigenza: la necessità di raccontare qualcosa.

So che fai parte del collettivo InternoEnki, che si occupa di teatro in maniera politica e assolutamente schierata. Com’è nato il collettivo e come sei riuscito a farne parte?
INTERNOENKI è Associazione di Promozione Sociale per la Ricerca, fondata e diretta da Terry Paternoster, autrice, attrice e regista appulo-lucana. È un collettivo di professionisti provenienti da esperienze eterogenee e consolidate: videomaker, scrittori, registi, attori, direttori della fotografia, eccetera. Si tratta di un gruppo composto da ragazzi  e ragazze di varie regioni italiane (Lombardia, Friuli, Campania, Lazio, Umbria, Puglia, Abruzzo, Sardegna) che lavorano coraggiosamente e incessantemente alla costituzione di un “Teatro IN-CIVILE”: un teatro capace di coniugare impegno civile e ricerca, alla riscoperta di un linguaggio in grado di comunicare l’oggi e di trasformare la scena in uno strumento d’arte e contro-informazione. Ho conosciuto il collettivo circa un anno e mezzo fa: sono andato a vedere “La Iatta mammona”, invitato da Valentina Izumì Coco, una delle attrici del Collettivo. Quest’ultimo mi ha affascinato subito per le sue iniziative teatrali e per questo mi sono messo a loro disposizione.
La nostra collaborazione è iniziata per la realizzazione di un video pubblicitario di M.E.D.E.A. Big Oil, realizzato insieme a Giuliano Capozzi e Leonardo Giambi, poi ho sostituito il loro disegnatore luci per lo stesso spettacolo ed ora siamo ancora in tournè. Le prossime date saranno a Frosinone, Sassari, Nuoro e Cagliari, ma la macchina non si ferma mai: il Collettivo sta preparando altri spettacoli che vedranno presto la luce.

Terry, le vostre messe in scena, corali e collettive, ricordano un po’ il teatro greco. Ma anche i monologhi assegnati a un solo attore, che interpreta più personaggi. È una cosa pensata?
Il nostro studio non si limita alla riproduzione degli stilemi del coro classico, ma si muove fra le regole di un coro più moderno, un coro contemporaneo: il branco, la voce interna della paura di questa generazione, della caduta e della sconfitta di un’umanità divisa fra miseri e potenti. Il branco ha sempre il suo capo branco e, come la matassa che nasconde il suo capo libero (per non snodare l’intreccio), i nostri coreuti si muovono aggrovigliati l’uno all’altro, in un unico corpo, in un’unica complicità viscerale, in un’unica parola beffarda, reinventando la figura del buffone. È così che i nostri buffoni-coreuti arrivano a cantare, pregare, danzare e sputare, contro le illusioni e le disillusioni di un’intera generazione.

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“La iatta mammona” è stata presentata in prima nazionale al Premio Fringe di Napoli lo scorso anno. Nasce da una serie di dati raccolti dal National Catholic Reporter sugli aborti commissionati da preti e fatti illegalmente da medici cattolici.
Come vi ponete nei confronti della chiesa? E nei confronti dell’aborto?

Siamo contro tutto ciò che limita l’istinto e le necessità antropiche. Con questo riassumo il punto di vista di chi si schiera contro quelle regole che frenano e distruggono la libertà e l’evoluzione intellettuale dell’essere umano.

“Nel nome del padre” è arrivato finalista al Premio Calcante per la drammaturgia del 2011, e si chiude con un femminicidio. Quanto credete che il teatro aiuti la comprensione di certi temi?
Il teatro è uno dei più antichi strumenti di comunicazione in grado di “svelare”. Oggi esistono strumenti più veloci del teatro. Tuttavia il teatro conserva l’immediatezza del qui e ora, un meccanismo in grado di risvegliare la “consapevolezza” rispetto ad argomenti e tematiche assorbite passivamente, per mezzo dei più imponenti organi di informazione. È un periodo di resistenza per il teatro, e come tutte le forme di espressione, vive il disagio di inserirsi all’interno di dinamiche culturali sedate dagli organi mediatici, impegnati a distribuire notizia come merce di scambio.

Arriviamo finalmente a “M.E.D.E.A. Big Oil”, primo al Premio Scenario per Ustica, che parla senza troppi mezzi termini della situazione petrolifera in Basilicata, partendo dal Master in Management dell’Economia dell’Energia e dell’Ambiente organizzato e gestito dalla Scuola Enrico Mattei e fortemente voluto da Eni. Dove e come vi siete informati per mettere in scena lo spettacolo?
Non tutti hanno “coscienza” del fatto che in Italia si estragga del greggio, e che l’80% del petrolio italiano proviene dalla Basilicata, la regione più povera d’Italia e col più alto incremento del tasso tumorale. Così come tutti gli spettacoli da noi prodotti, anche M.E.D.E.A. Big Oil è il risultato di una ricerca sul campo che, anche questa volta, ha lasciato su di noi un segno indelebile. Nel giro di un anno abbiamo raccolto centinaia d’interviste rilasciate da cittadini ed eccellenze politiche lucane, ricompilate tra l’estate del 2011 e quella del 2012: ci siamo imbattuti in qualcosa di più grande di noi, in informazioni riservatissime che la comunità ha messo a disposizione del progetto. Ci siamo ritrovati fra le mani un’inchiesta indiffondibile attraverso i canali ufficiali e con certezza di censura. Abbiamo scelto, ciononostante, di andare controcorrente: il nostro non è stato un impulso incontrollato alla trasgressione, ma una volontà di lanciare un punto di vista alternativo capace di squassare, contemporaneamente, l’informazione e la scena contemporanea. Abbiamo deciso di relazionarci ad una realtà tanto dolorosa ed incomprensibile e di confrontarci con la pratica del fare: non si vuole costruire una bomba ad orologeria o un congegno a molla capace di far scattare l’indignazione senza cognizione di causa, ma “usare” l’arte per parlare delle contraddizioni del mondo. Che in fondo, a ben guardare, sono le contraddizioni di tutti noi.

Che piani avete per il futuro?
Continuare a resistere.

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[grazie a C S F adams e a Giuliano Capozzi per le foto]

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