Nick Drake. “E venne il giorno che le voci tacquero”

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nick drake
Articolo e illustrazione di Mauro Savino.

Non fu soltanto perché ai tempi bastavano ancora voce e chitarra che Nick Drake chiese e non ottenne di fare un album con solo la sua. Fu perché era un poeta. Aveva ragione Gregory Corso, quando diceva che uno scrittore può e deve trovarsi un lavoro, uno qualsiasi e scrivere nel tempo libero, mentre un poeta questo non lo può fare, destinandosi così a giorni poco felici e a claustri con poca luce e mani intrecciate. Così Drake voleva il suo album acustico.

Di che altro poteva aver bisogno il poeta delle foglie che cadono? Che di lavorare, è vero, non aveva bisogno, ma il cui mare era lo stesso di quelli che, scelti, dice qualcuno, non sanno e non possono vivere una vita comune. Né possono diventare delle rock stars. Questo talentuoso inventore di armonie inaudite si presentava con la sua seggiola e guardando in basso suonava la sua chitarra in un modo sublime, troppo per il pubblico che gli capitò durante il suo primo e unico tour. Demoralizzato, troppo debole per lo strepito del mondo, il poeta si ritirò. Come i cavalli se ne andò a morire da solo. Devastato dai farmaci. La poesia è un affare sterminato. Purtroppo o per fortuna lo è anche la vita. E certo, a proposito dei poeti, tutto quel che si dice non si può dire.

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