Chet Faker – Fabrique, Milano. 4 Novembre 2014

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Giuseppe Caci

Settantadue ore fa, sapevo poco di Chet Faker e della sua musica. Avevo ascoltato qualche pezzo ma sempre con superficialità, complice il fatto che sono un deejay e che questa passione mi spinge sempre più a pensare come far muovere i piedi alle persone, piuttosto che a nutrire il mio spirito. Sapevo della sua collaborazione con Flume e che da qualche mese aveva pubblicato il suo primo album, Built on Glass.
Sono arrivato al Fabrique senza troppe aspettative: non speravo nel concerto della vita, semplicemente un’amica mi ha chiesto di accompagnarla ed ho accettato, spinto dalla curiosità e privo di pregiudizi.


In settantadue ore ho cercato di prepararmi adeguatamente ascoltando l’album e cercando informazioni in rete. Sui social ho trovato molti status dedicati all’evento e opinioni piuttosto controverse, in particolare c’era chi si meravigliava del sold out (un commento su tutti: “domani più bagarini fuori che gente dentro”) e chi invece esprimeva una genuina eccitazione. Ho cominciato a domandarmi se Chet Faker fosse veramente talento puro o il frutto di una strategia di marketing basata sul suo aspetto tipicamente hipster e sui continui live streaming di Boiler Room.

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Alla fine settantadue ore si sono rivelate troppe poche, non ero assolutamente pronto a ciò che mi sarei trovato davanti: Chet Faker è stato un pugno nello stomaco, mi ha travolto e smontato, pochi artisti lasciano un segno così grande. Solo sul palco, ha l’aria serena e la barba incolta, ma non lunga quanto immaginavo. L’aspetto nel complesso non mi è sembrato particolarmente naturale, la camicia bianca e l’assenza della cuffia sono apparsi educati sforzi di apparire elegante per il suo pubblico.
Quando cominciato a suonare mi rendo conto che Chet Faker è un musicista a trecentosessanta gradi, e credetemi, quando si ha a che fare con l’elettronica questo non è assolutamente un dato scontato. Il sapiente uso dei sequencer e della tastiera (unici strumenti sul palco) unito alla sua voce calda e profonda creano spesso un’atmosfera che solo una band sarebbe in grado di raggiungere in termini di complessità e corposità del suono. Le canzoni dal vivo hanno delle peculiarità che mancano nell’album rendendo l’esibizione live unica ed emozionante.
La setlist, organizzata per affascinare e addolcire gli animi, può essere paragonata ad un vero e proprio processo di seduzione, articolato in tre fasi.

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La prima parte è un incredibile dimostrazione di valore, che giunge al culmine quando al termine di Gold dichiara di voler improvvisare componendo qualcosa sul momento. Occhi e orecchie sono tutti per lui. L’apertura di ogni canzone catalizza l’attenzione grazie a un crescendo di suoni, che gradualmente esplodono insieme al progredire della traccia.
La fase centrale è finalizzata a far innamorare il pubblico, ma come? Semplicemente coinvolgendolo e facendolo divertire. Impossibile dimenticare i sette minuti in cui unisce due dei suoi più importanti successi, prima la sua famosa cover, No diggity (con quell’incredibile sample dei Groove Armada) e poi, senza preavviso né pause, ecco salire prepotente Drop the Game. Sui visi dei ragazzi del pubblico sono stampati dei grandi sorrisi, basta guardarsi attorno per capire che il concerto sta piacendo a tutti.
Si giunge quindi alla fase finale: Chet si prende una pausa, è il momento degli applausi, di lasciare un segno indelebile nel cuore degli spettatori, di sedurre senza pietà. Sebbene l’esecuzione di Gold sia impeccabile, è destinata a soccombere di fronte alla potenza di Talk is Cheap eseguita interamente alla tastiera, in una versione davvero struggente.
Chet Faker si è guadagnato un posto nel mio cuore martedì sera, non solo per la sua capacità di fondere musica soul, R&B ed elettronica ma soprattutto per quanto è apparso semplice e genuino, essendo allo stesso tempo un incredibile show man, che ha saputo far muovere i piedi mentre nutriva lo spirito.

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Foto: gentile concessione di Romano Nunziato/Cube Magazine

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