Edda – Stavolta come mi ammazzerai? (Niegazowana, 2014)

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edda

Articolo di Luca Franceschini.

Non credo di avere nessun diritto e nessuna competenza per recensire il disco di Edda. Mi è stato chiesto e ho accettato di buon grado ma mi sembra il caso di mettere vigliaccamente le mani avanti, dicendo che no, non sono certo io quello che avrebbe dovuto fare questa recensione. Quando “Mantra” si impose a forza nel panorama rock italiano, consacrando i Ritmo Tribale come la più grande rock band italiana, io ero uno studente liceale totalmente dedito all’heavy metal. Ricordo che la rivista specializzata che allora seguivo aveva recensito il disco e ne aveva anche parlato benissimo (difficile non farlo, in effetti) ma io ero all’epoca troppo focalizzato sulle mie cose per potermi accorgere di qualcuno che faceva una musica così lontana dai miei schemi.


La “rivoluzione” dei Ritmo Tribale l’ho vissuta dopo, quando era già finita da un pezzo, quando anche gli Afterhours avevano cessato di incantare e si erano trasformati in un gruppo rock “normale”. È una cosa che mi è rimasta dentro, come un senso di colpa latente, quello di non aver vissuto sulla pelle una delle più belle pagine della nostra musica (oltre a non aver notato per niente tutto quello che nel frattempo si combinava al di fuori dell’Italia).
Ma va da sè, sono cose con cui bisogna imparare a convivere, in qualche modo. Anni dopo, era il 2009, mi sono imbattuto per la prima volta nell’Edda solista. Era a Bottanuco, in un bellissimo festival gratuito che non credo oggi facciano più. C’era Unorsominore, che era appena uscito con il primo disco e c’era anche Brunori, che non aveva ancora iniziato a dividere critica e pubblico, ma era solo un bravissimo artista con un lavoro appena pubblicato, di cui si diceva giustamente un gran bene.
E poi c’era lui, Edda. “Semper biot”, il suo primo parto in solitaria, la sua prima creazione dopo l’inferno della droga, era uscito da pochi giorni e non avevo ancora avuto modo di ascoltare nulla. Quella sera mi impressionò: molto belle le canzoni, decisamente in palla la sua voce, che era a tratti ancora quella dei tempi migliori. Purtroppo, il suo atteggiamento dal vivo si rivelò fin troppo gigione, quasi menefreghista, a tratti: storpiò un paio di canzoni dei Ritmo Tribale, interruppe a metà qualche altro brano senza più riprenderlo, insoddisfatto dell’esecuzione.
Al di là di questo, lo show fu coinvolgente e fu soprattutto l’occasione per incontrare un artista e un uomo vero, uno che aveva ripreso a fare le sue cose quasi in punta di piedi, facendo nel frattempo un altro lavoro ma senza mai rinunciare a quella che era evidentemente la sua principale ragione di vita.
Il successivo “Odio i vivi”, sarò sincero, non l’ho praticamente mai ascoltato, occupato com’ero in altre cose. Forse “Semper biot” non mi aveva impressionato come credevo all’inizio, altrimenti, ne sono abbastanza sicuro, avrei accolto con curiosità il suo successore.

Poi è successo che sin dall’uscita del nuovo singolo “Pater”, tutti hanno iniziato a spendere commenti entusiasti su questo nuovo lavoro e così, stavolta davvero incuriosito, mi sono lanciato.
Il risultato è al di là di ogni aspettativa: “Stavolta come mi ammazzerai?” è un disco pazzesco, di una bellezza e di una intensità spaventose, che riporta Edda ai livelli assoluti dei tempi dei Ritmo Tribale e lo fa rimanere lì, a guardare tutti e tutto dall’alto.
Il fatto che si tratti di un disco realizzato in full band è sicuramente un valore aggiunto: lo spettro sonoro è infatti più ampio, si può pestare giù duro all’occorrenza ma si può anche lavorare su ballate suadenti o su episodi maggiormente sperimentali.
Ci sono 17 brani su questo lavoro ma, cosa assolutamente straordinaria, non diresti mai che sono troppi. E questo, lasciatemelo dire, è il vero punto di valore di questo disco. Perché comporre 17 brani senza riempitivi, senza cose che si ripetono, senza annoiare, mantenendo altissima l’attenzione e variando continuamente la proposta, non è da tutti. Ma soprattutto, rimanendo, nonostante l’alto numero di canzoni, attorno ai quaranta minuti di durata. È una cosa che ha dichiarato lo stesso Edda, che ha voluto fare come ai tempi dei Beatles e dei Rolling Stones, quando i pezzi non potevano durare più di due minuti e mezzo.
Ma, e qui sta il bello, fare pezzi da due minuti che dicano qualcosa, dire tutto quel che si deve dire in così poco tempo, non è assolutamente facile. Solo i più grandi hanno il dono della sintesi, ed Edda, con questo disco, ha certamente dimostrato che può essere annoverato tra i grandi.
“Stavolta come mi ammazzerai?” è soprattutto una raccolta di canzoni bellissime, prima ancora che un disco rock. L’opener e primo singolo “Pater” è una botta di energia clamorosa, sostenuta da una linea vocale davvero efficace e potente, che rimane in testa subito.

La voce è sempre in primo piano: i brani sono costruiti attorno all’ugola di Edda e sono le sue linee melodiche a dettare la struttura di ogni singolo pezzo. Non a caso, il disco si apre proprio con la voce e solo nella seconda battuta entrano dapprima la batteria e poi la chitarra. Un disco che, nonostante la presenza qua e là di fiati e di orchestrazioni leggere, ha un’impronta prevalentemente live, frutto com’è del lavoro di tre persone essenzialmente: Fabio Capalbo, che ha suonato la batteria e ha prodotto il tutto, Luca Bossi, che suona nei Dilaila e si è occupato delle tastiere e del basso (facendo, tra parentesi un lavoro egregio con quest’ultimo strumento; gran parte ha un groove irresistibile proprio grazie a lui) e ovviamente Edda stesso, che oltre a cantare ha suonato anche le chitarre. Produzione ed esecuzione sporca, suoni volutamente non rifiniti, ma l’impatto generale è notevole.
Poi, lo dicevamo, il songwriting è davvero di livello eccelso. I fan dei Ritmo Tribale troveranno di che gioire in brani come “Stellina” (in una recente intervista Edda ha dichiarato che l’aveva presentata alla commissione artistica di Sanremo: sto ancora cercando di immaginarmi le loro facce dopo l’ascolto), “Mademoiselle” (che è un’autentica scarica elettrica), “Ragazza meridionale” o “Peppa Pig”, giusto per citarne alcune.
Ci sono anche quei brani sperimentali che caratterizzavano i precedenti lavori e che sono costruiti più come flussi di coscienza, sorta di confessioni psicanalitiche: è il caso dell’intima “Tu e le rose”, “Bellissima” o “Dormi e vieni” ma anche “Coniglio Rosa”, col suo ritmo ipnotico e cadenzato.
La voce di Edda è meravigliosa, certe aperture melodiche sono splendide, impennate da pochi secondi che cambiano completamente la direzione del brano (“Mela”, “Puttana da 1€” o “Ragazza porno” sono gli esempi più interessanti ma ce n’è una almeno in ogni brano) e sono al servizio di testi provocatori, oltraggiosi, quasi estremi.
Stefano Rampoldi è così, del resto: ha sempre detto quello che pensava, spesso anche la prima cosa che gli passava per la mente, prendere o lasciare. Così non c’è da stupirsi se il linguaggio è esplicitamente volgare e se le immagini spesso e volentieri sono sessualmente connotate, a servizio di liriche che vanno a pescare nelle suggestioni famigliari del nostro, nei contrasti e nelle nevrosi che l’ambiente famigliare può causare quando si sclerotizza. Lo fa vedere la foto di copertina, che mostra uno Stefano ancora neonato in braccio alla madre, in un quadro di innocenza che il bianco e nero rende però inquietante, quasi preludio della violenza che troveremo all’interno.
Un lavoro estremo, per certi versi, disturbante per altri, che non fa nessuno sforzo per rendersi gradito al grande pubblico ma che senza dubbio potrà aprire una nuova fase nella carriera dell’ex Ritmo Tribale. D’altronde l’ha detto anche lui, di aver voluto fare un disco per poter smettere di lavorare, e che certi treni vanno presi una volta sola.
Speriamo che gli vada bene, ovviamente. Ma le speranze sono molte, se si guarda al valore del materiale. Basterebbe già la meravigliosa ballata conclusiva “Saibene”, dove l’intensità vocale è massima e l’interpretazione è una delle sue più belle di sempre, per far capire che questo è un disco da comprare, senza se e senza ma.
“Stavolta come mi ammazzerai?” è dunque una domanda che rimarrà senza risposta: Edda è più vivo che mai, lo aspettiamo dal vivo dove, siamo sicuri, ce lo dimostrerà una volta di più.
Ancora una volta mi vergogno che mi sia toccato parlare di questo lavoro. Quegli anni in cui Milano era una delle capitali del rock europeo li ho vissuti solo attraverso lo splendido libro di Elisa Russo appena uscito. Su una cosa mi sento però di scommettere: questo disco sarà una bomba per tutti, nostalgici e neofiti. Ci vediamo dal vivo, dunque…

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Un pensiero riguardo “Edda – Stavolta come mi ammazzerai? (Niegazowana, 2014)

    Edda @ Serraglio, Milano – 17 marzo 2017 « Off Topic ha detto:
    21 marzo 2017 alle 01:06

    […] utopia” è stato un disco molto atteso per varie ragioni. Il successo di “Stavolta come mi ammazzerai” è stato meritato, ma senza dubbio inatteso, considerando che i due precedenti lavori solisti […]

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