Bruce Springsteen. Born to run

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Articolo e illustrazione di Mauro Savino.

L’America ha sempre avuto qualcosa da farsi perdonare. Da Hiroshima alla Corea al Vietnam all’Iraq. Altre cose le ha metabolizzate come eredità di costume e portato storico. Il tipico e spesso ipocrita puritanesimo dell’America benpensante d’ogni epoca nasce da questo connubio.
Per queste e per molte altre ragioni, non ultimo l’Osanna che le trombe del neoliberismo lanciarono nel cielo della globalizzazione dopo l’89, è stata l’America la patria eletta di tutti i controcanti culturali, dai beat all’underground alle rielaborazioni post-storiche seguite all’11 settembre.

Berkley nel 68, dunque (ma senza reale consapevolezza di cosa stesse davvero facendo Mao), il Greenwich Village, Bob Dylan, Jack Kerouac, Andy Warhol.
Ma anche le tante reincarnazioni del rock.
Dal 75 in poi Bruce Springsteen è stato una di esse, conoscendo gli altari, un po’ di polvere e vivendo sulla propria pelle il sogno americano.
Le fonti di questo ex ragazzo del New Jersey con la chitarra in spalla non sono cambiate nel corso degli anni.
Pur essendo partito da Dylan, non ne ha ereditato l’armamentario poetico-letterario e si è limitato a una poetica dei vinti d’America riproponendo a modo suo l’Ask The Dust di John Fante.
La musica e il cinema che Springsteen offre affrontano i temi dello sbando esistenziale misto a una speranza tutta americana nel futuro, tanto quanto alla consapevolezza che c’è chi resterà solo con la speranza, mentre il futuro sarà migliore solo per qualcun altro.
Cantore della gioventù fin quando non l’ha salutata anche lui, Springsteen si è poi dedicato a forme espressive più intimistiche e ragionate. Ha anche messo in musica i suoi orientamenti politici e si è posto come profeta del riscatto americano dopo Ground 0.
Verrà però ricordato per le cose fatte tra la metà degli anni 70 e la fine degli 80. Il suo è stato il controcanto dell’America espulsa dal benessere capitalistico e di una gioia di vivere tanto più esplosiva quanto più messa alla prova. Sogni, terre promesse, speranze, amori di provincia, corse sfrenate in macchina ma soprattutto in quel mondo dipinto dall’immaginazione dove si è felici senza età e la breve stagione dell’onnipotenza giovanile inventa la tenera e sacra bugia che si possa correre per sempre.

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