Lowlands – Love etc… (2014 – Harbour Song Records / IRD)

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lowlands love etc

Articolo di Fabio Baietti

Solo pioggia oltre la finestra della mia stanza. E’ un venerdì notte solitario ed insonne. Mi piacerebbe ubriacarmi, parlare di musica e delle cose della vita con qualche buon amico. Nella mia mente transitano i troppi fantasmi che popolano questa città, rimango sospeso tra ombra e luce. Decido di uscire, nonostante l’ora ed il vento gelido che soffia là fuori. Felpa pesante e niente ombrello. Le scarpe comode che scansano le pozzanghere, zizzagando tra rimorsi e i rimpianti. Rispolvero il vecchio lettore cd portatile. Con quelle obsolete, buffe cuffie sottili. Fuori moda, come le mie adorate camicie di flanella a scacchi. Ho il nuovo cd dei Lowlands da ascoltare.

Troppe “affinità elettive” mi legano a loro. Mi farà compagnia nel coprire la distanza che mi separa dal vuoto che mi è rimasto nel cuore. Mi ricordavo di violini svolazzanti, di chitarre battagliere, di sudore e pinte di “scura” da condividere. Folk, rock, con o senza la spina attaccata…Forme diverse per ribadire la stessa attitudine. Romantica ed intimista, le eterne battaglie tra cuore e ragione. Le domande di How many, adatte per ogni spirito inquieto che si dibatte tra le verità nascoste in qualche piccola bugia. Gli alti e bassi di una relazione. Di cose che accadono ad una velocità inaspettata. La Speranza e l’Amore per rinascere insieme. In un giro di walzer nelle tenebre, sotto la pioggia battente Love etc…. Canticchio il ritornello, è già mio. Etzeterà… I wanna be non accarezza il dolore, anzi lo rinfocola. Con lei così lontana seppur seduta accanto a me. Temo che piangerò tutta notte e non potrò farci niente. Spaurito e solo per la strada, con una canzone di Bob Dylan da ululare ad una Luna che non fa capolino.

Dopo questo inizio avrei bisogno di un po’ di Sole. Di metaforico calore, come un morbido massaggio alla mia anima indolenzita. Ed sembra ascoltarmi. Parte l’attacco di You, me, the sky & the sun e mi ritrovo a ballare sul marciapiede. Sgangherato ondeggiare notturno, con il Van Morrison più “caledonico” che approva il mio stile… Valigie fatte e svuotate troppe volte. Sarebbe bello dimenticare ciò che si è distrutto, lasciato, perduto. Uno sprazzo di luce, come quel lampione solitario in mezzo al buio. Ascoltando queste canzoni, immagino una sala non troppo capiente ma piena di musicisti. Buone vibrazioni che si trasmettono, suoni che si amalgamano, linguaggi diversi che si accomunano. Piano e chitarre acustiche a creare lo sfondo, un’armonica e una lap steel perfette per l’atmosfera. E poi i fiati, ebbene si. Il nuovo vestito, a ritmo di walzer o di swing, per passeggiare per il Quartiere Francese, con i suoi profumi e i suoi funerali. Quelli in cui una brass band ti aiuta a battere il piede e a tenere il tempo, trasformando il dolore in una festa, la mancanza in presenza. New Orleans come Pavia, gemellaggi immaginari che solleticano l’ascolto.

Sono davanti al tuo cancello, le prime note di You and I… Tempismo perfetto. Vorrei trovare un pezzo di carta per copiare il testo. Per lasciarti una traccia nella buca delle lettere, insieme ai ricordi di quando volevamo le stelle pur non essendo Angeli. Due mondi diversi, due storie non raccontate fino in fondo. Il contrabbasso amplifica le incomprensioni, il violoncello fornisce note alla malinconia, il piano è complice del cantato. Sofferto…. “I’m just a man”. Nonostante gli sforzi, non siamo riusciti ad affrontare le distanze, a mascherare le differenze e ora mi è difficile ritrovare la via del ritorno a casa. Can’t face the distance è amara, cupa. Un’armonica che brucia l’anima, l’arpeggio di una chitarra, il violoncello completa l’opera. Minimalismo dove prima era babele, senza far perdere un grammo al peso delle emozioni. Ammetto, sono turbato. Troppe affinità tra vita e le parole che sto ascoltando. Spengo l’aggeggio, devo asciugare i pensieri e spegnere l’interruttore dei ricordi. Torno a casa. Mi addormento a fatica.

E’ sabato mattina, poche ore di sonno, la pioggia non smette di cadere. Ora il cd è nello stereo. L’asfalto bagnato lascia il posto alla poltrona. Alzo il volume e subito sembra che l’atmosfera sia, almeno musicalmente, cambiata drasticamente. Happy anniversary, per condividere la strada da percorrere. Anno dopo anno, birra dopo birra. Camminando tra i palazzi e le prigioni, cercando un sollievo per la propria anima. La slide e il piano ricamano. Il clarinetto lascia il segno, tromba e trombone degne spalle al suo fianco. “We’re gonna be alright”. Wave me goodbye è incalzante, la mia mano tiene il tempo come il batterista che non sono mai diventato. L’armonica sbuffa, il basso pulsa. Ma una pausa per voce e piano sottolinea come il testo sia tutt’altro che consolatorio. Perché quando si perde la speranza, l’acciaio si trasforma presto in ruggine. Perché quando si è cercata una risposta, dal Cielo o dagli amici, sono arrivate solo promesse e bugie. Tolgo le cuffie. My baby si diffonde in ogni stanza. Tre minuti in cui mi sembra di essere al piano superiore di un saloon del lontano Ovest, con la band ammassata in un angolo. Alcool e allegria tra bancone e tavoli, pubblico alticcio ma ancora partecipe. La batteria fa capolino, i fiati si accommiatano nel migliore dei modi. Il tocco magico di una slide rezofonica definisce contorni e colori. Il suo nome è Chiara, come il cielo sopra di lei.

Doing time è quanto di più “simile” a quanto ascoltato dai Lowlands in questi anni. Già questo basterebbe a farmi gradire la canzone. Gli inserti di lap steel, il tappeto di Hammond, il mandolino che si insinua a riempire gli spazi. Ero uscito da casa, poche ore fa, e la prima canzone ascoltata era costruita su delle domande. In Still I wonder ritornano i quesiti. Non più diretti ma più legati al dipanarsi di un’ennesima, difficile storia d’amore. Non più sulla “quantità” dei momenti ma sul “perché” del loro vissuto. Un legame forte che si sbriciola, la divisione, la lontananza. E, con essa, l’incapacità di dimenticare, i ricordi che riaffiorano come spuntoni sulla pelle. Una canzone “cruda”, dove rimpianti, rimorsi, dolore e speranza convivono e si rincorrono a vicenda. Bellisima. E’ tempo che la piccola stanza si svuoti. Quasi tutti i musicisti se ne sono andati. Rimangono una chitarra e una fisarmonica. L’ultima canzone preferisco lasciarla commentare a voi, io vado a chiudere a chiave la stanza dei ricordi. Goodbye, goodnight, I’m gonna miss you. There was nothing we could do to stay. Just the time to run away.

PS: Un disco con le “spalle grosse”, questo Love etc… Bisogna averle per parlare d’Amore con una sincerità e profondità disarmanti. Con la serenità che solo una famiglia può dare, vissuta a tal modo da farla partecipare concretamente alle registrazioni. E quei vecchi pezzi di carta, scritti tra salotto e cucina, dopo tanti anni sono diventate canzoni. Non ti osservano più con gesti di sfida. Sei tu nella pagina, siamo noi ad ascoltarle.

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