Soviet Soviet – la musica è cambiata!

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Intervista di Luca Franceschini

I Soviet Soviet sono in tre, vengono da Pesaro e rappresentano senza dubbio una delle più belle realtà del nostro panorama musicale. Fautori di un sound straniante e glaciale che guarda al post punk e che richiama molto da vicino i Joy Division, pur se col piede maggiormente pigiato sull’acceleratore. Hanno pubblicato due ep (recentemente ristampati su cd in un unico titolo), un mini (“Summer, Jesus”) e con “Fate”, uscito lo scorso anno, hanno raggiunto la loro consacrazione, dimostrando una notevole maturità nel songwriting, freddo ed inquietante ma mai privo di un certo gusto melodico.
Citati addirittura da Simon Reynolds nel suo “Retromania”, hanno calcato numerosi palchi europei e americani, aprendo anche per act importanti come A Place to Bury Strangers e Public Image LTD.
Una dimensione internazionale pienamente meritata, a fronte di un repertorio di primo livello, che li fa avere decisamente una marcia in più rispetto a tante cose che girano oggi.

L’11 dicembre suoneranno a Milano, al circolo Ohibò, uno dei pochi posti del capoluogo in cui ancora si può ascoltare musica di qualità.
Ne abbiamo approfittato per scambiare quattro chiacchiere col chitarrista Alessandro Costantini e col batterista Alessandro Ferri, che ci hanno raccontato qualcosa della loro band e ci hanno fornito un gradevole antipasto di ciò che vedremo quella sera. Se non li conoscete, sarebbe un bel modo per cominciare…

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Ciao ragazzi, mi raccontate per prima cosa qualcosa della storia della vostra band? Non una semplice bio promozionale: solo i fatti che ritenete salienti, quelli che a vostro parere tutti dovrebbero sapere…
Siamo semplicemente un gruppo di tre amici e ci piace suonare insieme, nulla di più!

So che venite da Pesaro. La domanda sorge spontanea: perché tutti da lì? Cosa c’è di speciale in quella zona?
Che dire? Forse è perché non c’è nulla da fare in quella zona, proprio nulla di speciale, così molti ragazzi passano il tempo suonando negli stanzini e nei garage…

Il nome Soviet Soviet da dove spunta?
Il nome è nato per gioco anni fa. Ci piaceva la ripetizione della parola e pensavamo si collegasse benissimo alla nostra musica. Non ha nessuna connotazione politica o geografica. Semplicemente… era un bel nome!

Il vostro sound è chiaramente debitore al post punk e soprattutto ai Joy Division. Vi dà fastidio essere continuamente accostati a loro oppure non ci pensate? Se doveste definire quali sono le caratteristiche peculiari del vostro sound, che cosa direste?
Non ci dà fastidio, ci piacciono i Joy Division. il punto è che non abbiamo mai preso a riferimento nessuna band, siamo stati influenzati dai nostri ascolti, che peraltro sono molto diversi tra loro. il nostro sound penso sia nervoso, veloce, potente ma c’è spazio anche per la melodia.

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Personalmente, mi stupiscono le atmosfere glaciali e stranianti che riuscite a creare in tutte le vostre canzoni. Come ci riuscite?
Facciamo la musica che ci viene spontanea e istintiva, non c’è nessun ragionamento alla base. Ci piace solo suonare insieme e mettere le nostre idee e il nostro modo di fare musica nei brani.

“Fate” ha segnato indubbiamente un passo in più nel vostro percorso artistico, ma non è che le cose che avete fatto prima siano di basso livello, anzi! Dal vostro punto di vista, come raccontereste la vostra evoluzione musicale?
È stata un’evoluzione costante, dai primi ep autoprodotti all’ultimo lavoro “Fate”. La musica è cambiata, noi stessi siamo cambiati e di conseguenza anche il nostro modo di scrivere i brani è cambiato.

Mi parlate un po’ dei vostri testi? Non sono riuscito a procurarmeli. Quali sono i temi a cui tenete di più? C’è una canzone le cui liriche amate in maniera particolare?
I nostri testi sono scritti da Andrea e parlano delle sue esperienze che in molti casi si intrecciano con la vita del gruppo. Ogni pezzo racconta qualcosa di noi, delle nostre giornate passate in tour e di come ci sentiamo e si sente Andrea.

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Riguardo al post punk, Simon Reynolds ha sempre detto che quella è l’unico vero fermento creativo che ci sia stato nel mondo del rock dopo gli anni ’60. Che ne pensate? Personalmente credo sia vero: dopotutto, la maggior parte delle band della nuova generazione sta dimostrando di guardare da quelle parti…
Non sappiamo… sicuramente portare qualcosa di nuovo nel mondo della musica è sempre un’impresa, nel senso stesso della parola. Ci sono stati prima di noi band eccezionali che hanno scritto e raccontato quasi tutto. La difficoltà sta proprio in questo: fare musica cercando di metterci del proprio.

Parliamo di concerti: siete tra i pochi gruppi italiani ad avere una consistente attività live all’estero. A che cosa è dovuto questo, secondo te? Avendo girato molto per Europa e Stati Uniti, come vedi la situazione “musica dal vivo” nel nostro paese? Quali sono secondo te i problemi principali e cosa si potrebbe fare per migliorare?
Per quanto riguarda l’Italia, penso sia legata all’approccio che le persone hanno nei confronti della musica e soprattutto dei concerti. La differenza lampante che salta agli occhi è proprio questo fatto: all’estero c’è molta più curiosità, le persone si avvicinano ai live solo per conoscere qualcosa di nuovo, sono incuriositi da questa possibilità in Italia è più difficile. Per migliorare questa situazione, forse si potrebbe aumentare l’attenzione verso questa scena, la scena underground italiana che molte volte non trova spazio sufficiente nelle radio o nelle riviste.

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Come definireste un vostro show? Quali sono le cose che curate di più? In che cosa vi differenziare dal disco? Ti chiedo queste cose anche perché non ho ancora avuto la fortuna di vedervi e sono curioso di avere qualche anticipazione…
Il nostro show è il momento in cui possiamo esprimerci, ci divertiamo sul palco e penso che questo, chi viene a vederci lo avverta benissimo!

Parliamo ora della diffusione di una certa musica in Italia: da una parte sembra che le giovani generazioni siano sempre più svogliate e disinteressate, e al massimo si appassionano al rap; eppure, dall’altra parte, c’è un sacco di gente giovane che ha messo in piedi delle band ispirandosi a generi di venti, trent’anni fa. Come stanno realmente le cose, secondo voi?
Pensiamo che l’Italia sia piena di band veramente valide, poi ognuno ovviamente segue il suo percorso musicale. Dal ragazzino che si avvicina al rap, a quello che mette in piedi una band, pensiamo che in entrambi i casi vada bene, è una modalità di espressione ed è sempre positiva. Forse da questo punto di vista, le uniche eccezioni sono le cover band, che sinceramente non apprezziamo.

Siamo arrivati alla fine. C’è qualcosa che volete aggiungere che non vi ho chiesto?
No, è stata un’intervista interessante, ci ha fatto piacere parlare con te!

Il piacere è tutto mio. Giovedì sera ne vedremo delle belle, questo è garantito…soviet 06

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