Ilaria Graziano e Francesco Forni – destini incrociati nella musica

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Intervista di James Cook ed ElleBi

Ilaria Graziano e Francesco Forni hanno unito le loro sensibilità artistiche, che spaziano dal folk al blues al rock, pubblicando due album, salutati con pareri positivi dalla critica. Basta loro una chitarra, un banjo, un ukulele ed una cassa per guidarci verso un mondo immaginario ricco di emozioni.
Li abbiamo incontrati in una serata autunnale, prima di un loro concerto milanese e ne abbiamo approfittato per fare una chiacchierata che si è rivelata ricca di spunti interessanti.


Com’è nata l’idea di unire i vostri percorsi artistici dando vita ad un nuova alchimia?
FRA) Facciamo musica da una ventina d’anni, ognuno seguendo i propri percorsi, ci siamo però incontrati spesso, collaborando a progetti diversi. La nostra conoscenza è avvenuta a Napoli, in un periodo molto fertile degli anni 90. Nel tempo, abbiamo mantenuto una sorta di appuntamento estemporaneo in duo. Anche quando Ilaria era a Londra ed io a Roma ci incrociavamo da qualche parte. L’idea invece di scrivere cose originali e registrarle, ci è stata suggerita a seguito delle date che facevamo spesso a Berlino. Andavamo con le nostre storie separate, ma a fine concerto ci domandavano il disco di quanto appena ascoltato. Così ci siamo resi conto che, pur suonando già pezzi nostri, in effetti un album non ce l’avevamo…
ILA) In fase di registrazione abbiamo legato fra loro brani che per noi avevano un filo conduttore, che potevamo agganciare  “a questa collana”. La selezione è avvenuta fra pezzi nostri originali e alcuni tradizionali, così è nato il primo disco.
FRA) La scelta del suono, ma anche delle voci, è stata determinante in quanto, dandoci un limite, ci ha portati ad avere un sound definito. Prima della nascita di questo progetto usavamo anche la chitarra elettrica che, abbinata alla vocalità, creava delle sonorità molto interessanti. Quando siamo arrivati al primo disco, “From Bedlam to Lenane”, pur affrontando generi e lingue differenti, con l’uso di una strumentazione minimale abbiamo dato un unico carattere al tutto.

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Tornando un attimo  indietro, quali sono gli incontri più importanti che avete avuto per la vostra formazione artistica ?
ILA) Sicuramente ce l’ho qua davanti! Ci siamo conosciuti in una fase di ricerca, scambiandoci informazioni con un linguaggio molto comune. Io ero in duo con un batterista, lui veniva a fare ospitate e finiva con lo “scavare” in cose diverse. Devo dire che ho avuto tanti incontri bellissimi, ma quello che ha più resistito nel tempo e che ancora continua è sicuramente Francesco. E’ stata anche molto bella la collaborazione con la compositrice giapponese Yoko Kanno, che mi ha permesso di registrare e interpretare in situazioni completamente diverse, in giro per il mondo.
FRA) Qui mi confermo, come Ilaria! (risata). Devo dire che quello con la Graziano è un incontro particolare, un incastro magico di voci. Il concerto ci permette delle dinamiche molto ampie, nonostante siamo solo in due. Questo  è molto stimolante anche in fase di composizione, perché abbiamo una sensibilità molto vicina, ma una scrittura molto diversa. C’è il maschile e il femminile, la solidità e la fragilità. Aggiungo poi  che un sodalizio davvero importante, al di la della musica, è stato quello con il teatro. Ti da delle cose, ti fa lavorare su te stesso e sulla musica in maniera completamente diversa. Condividendo almeno da quindici anni percorsi di spettacoli e compagnie, proprio non capisco come sia possibile che queste tematiche non siano affrontate dalle scuole, anziché doversi affidare prevalentemente all’insegnamento di qualche maestro privato. E’ assurdo, per me, che musica e teatro non trovino abbastanza spazio nell’istruzione pubblica, non solo per un discorso artistico,ma perché credo che siano discipline formative per la vita.

Una domanda per te Ilaria, prima di lavorare con Yoko Kanno eri già appassionata di anime?
ILA) No, me ne sono  dovuta interessare quando mi hanno invitata in Lousiana, ad una delle loro conventions. Ovviamente, ho chiesto a Francesco di venire con me per condividere questa esperienza. C’erano i fans, tutti i giorni avevo una serie di interviste nelle quali mi chiedevano qual’era il mio personaggio preferito. Dopo le prove, per “prepararci”, insieme ci vedevamo delle proiezioni. Anche se quel  genere l’ho conosciuto strada facendo, ora sono davvero appassionata di pellicole d’animazione. Sono film veri e propri per adulti, a entrambi piacciono moltissimo. Non è un caso, infatti, che la colonna sonora de “L’arte della felicità”, di  Alessandro Rak, contenga alcuni nostri pezzi.

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Hai vissuto a Londra, lavorato a Tokyo e New York. Ti senti una cittadina del mondo o l’influenza delle  tue origini napoletane è ancora molto forte ?  
ILA) Adesso sto pensando anche alla Francia (risata). Sento di esserla veramente, non tanto per le esperienze che ho fatto, quanto perché mi affascina proprio il mondo. Credo che sia abbastanza frustrante dover attingere dalle proprie risorse cercandole in un unico posto. Napoli la porto nel cuore, però ha dei limiti se paragonata ad altri luoghi. Non parlo solo per me, penso di poter rappresentare molti artisti che vivono a Napoli, fanno le loro cose lì, però tirano avanti con difficoltà.  Rispetto a questo,  il mondo sicuramente mi  ha offerto delle possibilità in più. La durezza di provenire da una città del genere ha spinto me e quelli della mia generazione a guardare altrove, cercando uno stimolo verso l’esterno. Non posso che esserle riconoscente per avermi indotto ad ampliare i miei orizzonti, fino ad arrivare a sentirmi parte un po’ del tutto. Oggi poi, così connessi con il resto del mondo, è veramente sempre più difficile sentire di avere radici uniche.

Francesco, ti appartengono diversi ruoli: chitarrista, compositore, produttore, cantautore. In quale ti identifichi meglio? C’è ancora qualcosa di inesplorato nel tuo percorso?
FRA) L’ultimo aspetto che ho affrontato, che proprio m’interessa, è quello relativo alla voce. In realtà, ormai sono anni che canto, però se torno con la memoria a quindici, vent’anni fa, per me era impossibile pensare che un domani lo avrei fatto.  Un percorso inverso mi ha portato a spogliarmi un po’ di nozioni e di strumentazione, per andare verso l’essenzialità, che è anche l’anima del progetto con Ilaria. Questo mi ha permesso di arrivare proprio al suono mio di essere umano, che poi è la voce. Penso che posso ancora ricavare tanto da lei, così come dalla composizione.

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Avete pubblicato due dischi molto apprezzati e abbastanza diversi tra loro: raccontatemi dell’evoluzione avvenuta fra un album e l’altro…
ILA) E’ stato molto bello lavorare al secondo disco, perché ci siamo dovuti spogliare di un sacco di cose. Il primo, inaspettatamente, era stato accolto bene. Effettivamente avevamo dei preconcetti presentando in Italia un disco così e in lingue diverse. Tutto è nato spontaneamente e l’esito positivo ci ha sorpresi. Andando in giro a suonare, approfondendo questa formazione, tesi nella ricerca dell’essenzialità, abbiamo maturato delle consapevolezze. Ci siamo resi conto che per poterle esprimere ci dovevamo lasciare alle spalle tutte le gratifiche ricevute dal disco precedente, continuando comunque ad essere noi stessi, anche se poteva voler dire non essere apprezzati nel nostro nuovo percorso. E’ stato bello perché abbiamo registrato il disco in fasi diverse. Nel primo periodo ci siamo incontrati, abbiamo iniziato a scambiarci idee e a registrarle, dopodiché ognuno si è preso una pausa, nella quale dedicarsi alle sue cose. Quando ci siamo ritrovati ci sentivamo liberati da quelle paure che un po’ ci frenavano nell’esprimerci. Per me è la cosa più bella accaduta! Essere musicista riflette la tua crescita personale, soprattutto protegge il motivo per cui fai questo lavoro, che per me nasce da una necessità di condivisione. Non lo puoi fare se sei limitata dall’ego, è stata quindi una prova importante e se il risultato è piaciuto ne sono ancora più contenta.
FRA) C’è un’altra sensibile differenza fra i due album: mentre il primo lo possiamo considerare una sorta di “best of”, che comprende il periodo dalla nascita allo sviluppo del progetto, il secondo, è praticamente partito da zero, contiene idee e suggestioni nate anche durante il tour. Si tratta di un percorso diverso: mentre arrivi al primo cd perché hai del materiale, per il successivo ti fermi e dici: ok, adesso si lavora al secondo disco. Con Ilaria ci eravamo fatti una promessa fondamentale: se non fossimo arrivati ad avere brani che ci soddisfacevano, non sarebbe uscito subito un nuovo lavoro, lo avremmo rimandato all’anno successivo. Priorità assoluta, per noi, è la soddisfazione artistica in merito a quello che andiamo a proporre. Il cerchio l’abbiamo quadrato proprio alla fine di settembre, quando abbiamo consegnato il master.

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I vostri testi colpiscono per la capacità d’introspezione e la vena poetica. Sono loro che danno spunto alla musica o viceversa ? Come si sviluppa la fase creativa a quattro mani ?
FRA) Tutto nasce sempre dalle parole, poi è chiaro, ci sono anche degli spunti musicali che possono essere un riff, una tonalità particolare. Partire dalla musica, secondo me, svilisce troppo i testi, al massimo accade in contemporanea. Fai un giro di chitarra, cominci a cantarci sopra delle cose che hai in mente e allora si possono sviluppare insieme. Col teatro, di pezzi strumentali mi son trovato a scriverne anche venti al giorno, invece comporre canzoni con testi che ti soddisfino è molto più difficile. Sono molto selettivo, devo sentire veramente un’urgenza, avere una visione forte per scrivere qualcosa, oppure vivere uno scambio emotivo che mi stimoli. Non è che mi dico: oggi scrivo dei testi per quella cosa la…

Il disco ha un titolo bivalente “come due me” o “Come2me”. Mi spiegate questa scelta  e se ci sono differenze quando vi esibite, visto che cantate sia  in inglese che  in italiano ?
ILA) in realtà il disco è proprio quadrivalente, volendo rappresentare sia la scelta delle lingue, che quella puramente strumentale. C’è differenza di come esprimi un concetto, ma non solo. Anche di suono al quale non rinunciamo, così come non rinunciamo allo stomp box o ad un certo tipo di melodia che abbiamo scelto. L’inglese ci permette di entrare in una dimensione diversa rispetto all’italiano, è uno strumento in più a disposizione. Quanto al significato del titolo, lascio la parola a Francesco (risata): “non se l’aspettava, di solito rispondo sempre io…”
FRA) Il concetto di “Come due me” e “Come2me”  contiene l’invito, il rispecchiarsi, la condivisione:  quella fra di noi e quella rivolta verso gli altri in generale.
ILA) A volte ci chiedono perché non abbiamo dato un nome “unico” alla band invece di mantenere separati quello di Francesco e il mio. In realtà noi siamo due entità anche artistiche diverse, con percorsi differenti, che però hanno trovato un terreno comune. Siamo parti distinte che interagiscono nelle differenze, invece di entrare nel meccanismo opposto (se sei diverso non ti capisco). Proprio perché non siamo uguali riconosciamo l’uno, nell’altro, la parte mancante di se stesso, “come due me”. Invece ”come2me“ è proprio l’invito a viversi, farsi invadere e contaminare.

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Immagino che la vostra condivisione artistica non sia totale. Ci sono delle passioni musicali che vi dividono?
ILA) Come no, più che dividerci, diciamo che viviamo esperienze anche al di fuori di questo progetto. Io ad esempio mi dedico alla sperimentazione vocale con l’elettronica. E’ tutto un mondo completamente diverso, fatto più di tecnicismi, che non mi piacerebbe assolutamente usare nella forma canzone. Credo infatti che l’elemento più importante sia l’emotività, che si esprime attraverso l’interpretazione personale delle parole.
Comunque capita d’incontrarsi anche con altri musicisti, di portare avanti dei piccoli progetti paralleli. Magari potrebbe uscire un quarto disco in cui sia presente qualche suggestione elettronica, non è una cosa da escludere. Ovviamente il  tutto è qualche passo indietro rispetto a quello a cui siamo arrivati adesso, che va curato e portato fino in fondo, però prosegue.
FRA) Io da sempre ho la passione della chitarra elettrica quindi c’è una musicalità più rock e blues che porto con me. Quello che ho fatto e che faccio al di fuori del nostro progetto, in realtà, non escluderebbe Ilaria. In generale, penso che potremmo fare qualsiasi cosa insieme, anche se poi ci ritroviamo prevalentemente  in questo nucleo.
ILA) Lui, per esempio, ha questo gruppo i “Reverends” che secondo me sono una figata pazzesca! Si tratta di un progetto blasfemo, in quanto i componenti sono vestiti da preti però fanno del rock veramente di qualità. La vena di Francesco Forni che lo porta a fare il leader rock, il frontman, è molto divertente. Tanti artisti hanno bisogno di nutrirsi con altre cose. Francesco poi cura anche una rassegna che si chiama “Spin Off”, in cui invita artisti indipendenti che hanno dei side-projects ai quali dare visibilità.
FRA) Faccio questo  a San Lorenzo ( Roma), in un locale che si chiama Le Mura. Ho poi una serata fissa tutti i martedì , ormai da tre anni, dal titolo “Il buono, il brutto il cattivo”. Anche lì ospito progetti sia affermati che non.

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Cosa avete in programma per il futuro ?
FRA) Tutte e due consideriamo il 2015 l’anno giusto per dedicarci alla distribuzione all’estero dei due dischi fatti in Italia. Sentiamo il desiderio di sperimentare da zero dei posti nuovi per noi, non per forza solo europei . Per me, ora, questo progetto ha la priorità, anche rispetto alla scrittura di un terzo disco che certo verrà, ma più avanti…
ILA) Siamo ancora pieni, ancora dobbiamo vivercelo, anche perché “From Bedlam to Lename” quando è uscito ufficialmente, in realtà conteneva cose che avevamo già vissuto l’anno precedente. Questo secondo lavoro, così come il concerto, è ancora fresco, il progetto sta maturando, è passato meno di un anno dalla sua uscita. In teoria la tournée sarebbe finita, almeno in Italia abbiamo girato abbastanza, anche se usciranno nuove date sparse. Noi, però, abbiamo ancora voglia di portare  in giro queste canzoni, di far crescere quelle suggestioni  che ci condurranno poi a creare qualcosa di diverso: il terzo disco.

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