Strange Silver Man – Non chiamateci più Suse!

Postato il Aggiornato il

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Intervista di Luca Franceschini

Il cambio di monicker e la recente uscita del loro album di debutto non devono ingannare: attivi per una decina di anni con il nome di Susina’s Silver Club, gli Strange Silver Man sono una delle nuove band più longeve della scena milanese, per usare un gioco di parole. Non hanno mai mosso folle oceaniche ma si sono sempre ritagliati una nicchia consistente di fans, suonando in alcuni punti strategici della città e conquistando con la loro miscela di rock, blues, country e folk, mischiando sapientemente cover a pezzi originali, alcuni dei quali sono riusciti nell’impresa di diventare piccole hit ancora prima che venissero registrate in studio.

Show sempre frizzanti e divertenti, quelli messi insieme dal quintetto, che riuscivano sempre a coinvolgere grazie all’attitudine scanzonata, ai vestiti di scena studiati in un certo modo e alla personalità di ogni singolo componente, evidenziata anche dai “visionari” nomi d’arte che si sono scelti.
Oggi, dopo anni a suonare senza mai raccogliere quello che si sarebbero meritato e dopo alcuni importanti cambi di formazione, le “Suse”, come amano in qualche modo ancora definirsi, si sono autoprodotti un disco contenente dieci delle loro composizioni originali. C’è qualche vecchio classico nella scaletta, ma per il resto si parla di pezzi scritti di recente. Un altro approccio rispetto a prima, una maggiore serietà, uno sguardo in più verso la sofisticatezza, pur sempre all’interno di una ricetta sonora che guarda al rock classico, sia quello più acido e melodico dei Beatles, sia quello maggiormente venato di blues dei Rolling Stones.

Ho incontrato JJ Escalante (Paolo Caporali, voce), Jimmy Susina (Andrea Garbato, chitarra), Steve The Fox (Stefano Romano, batteria), Mistero Cracovia (Lorenzo Teatini, basso) e Sonny Fantastico (Filippo Rapisarda, sax) un’oretta prima di un loro concerto milanese, in quel Jet Cafè dove da tempo sono di casa. Mi hanno raccontato un po’ di cose: dal nuovo disco, al nuovo nome, ai nuovi concerti… Senza dimenticare qualche battuta sull’attuale situazione musicale del nostro paese…

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Allora, direi di partire parlando del nuovo disco, che ne dite?
JJ: Questa è la nostra prima intervista, non so che cosa ti diremo! Cominciamo col dire che questo disco è la sintesi di un lavoro fatto in dieci anni. Siamo essenzialmente un gruppo di amici e dopo anni di lavoro live e di scrittura, anche per rilanciarci, ci siamo detti che ci serviva avere un qualcosa che potesse rappresentare il nostro spirito live, che poi è quello che ci definisce di più.

Avete fatto notizia per il cambio di monicker: dopo anni di Susina’s Silver Club non dev’essere facile abituarsi ad un’altra cosa…
JS: È stato un parto, fidati! Per mesi siamo andati in giro con una marea di post-it, dove annotavamo tutti i possibili nomi che ci venivano in mente… Un disastro! Eravamo molto affezionati al nome precedente, in più ormai circolava, la gente lo conosceva, però nel contempo ci siamo anche accorti che, rispetto a quando abbiamo iniziato, la dimensione scherzosa, anche ludica che ci piaceva inscenare durante i concerti, andava un po’ stretta, se paragonata coi nuovi pezzi che stavamo componendo. Le nuove cose erano diverse, per certi versi più serie, più impegnate, per cui il nome non ci definiva più pienamente.
SF: Siamo nati da progetti diversi, l’idea era quella di suonare un genere diverso da quello che facevamo prima coi nostri rispettivi gruppi. Avremmo anche potuto far cagare per cui abbiamo scelto Susina. Facevamo prevalentemente rockabilly, la gente ballava, ci si divertiva… Poi, col tempo, è diventato tutto più complesso, i testi, gli arrangiamenti, è diventato più di ascolto.
STF: Si, poi era anche molto legato alle cover…
MC: Comunque sono stati proposti almeno novanta nomi, abbiamo seriamente rischiato di scioglierci (risate NDA)
JJ: Poi, ad esempio, questa cosa che adesso con gli smartphone sei sempre raggiungibile, la gente arrivava con un nome nuovo ogni dieci secondi! Qualcuno ha addirittura proposto “Wagner Love” (ridono NDA)

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L’altra cosa interessante è che, sebbene siate in giro da più di dieci anni, solo adesso avete deciso di registrare un album… Come mai? Normalmente si entra in studio avendo scritto due pezzi e poco più…
JJ: L’album esce adesso perché è il momento giusto, forse. Sono tre anni che ne parliamo. Nel frattempo ci sono state anche varie cose che ci hanno impedito di andare avanti, ad esempio gli impegni lavorativi di alcuni di noi.
JS: Giusto, e poi c’è da dire che questa non è la prima incisione, ce ne sono state altre due: la prima un po’ prematura, forse, eravamo ancora immaturi, sapevamo suonare i nostri strumenti ma non eravamo molto amalgamati tra noi. Però era un’occasione da sfruttare: avevamo vinto un concorso e c’erano in palio delle ore di registrazione, così le abbiamo utilizzate. Il problema è che però già dopo due mesi non ci piaceva più. La seconda invece poteva anche essere più interessante, ma abbiamo sbagliato i pezzi da inserire e quindi è venuto fuori un prodotto che non ci rappresentava proprio benissimo…
MC: Quindi, dopo queste esperienze non volevamo entrare più in studio, avevamo bisogno di lavorare in sala. Dovevamo fare cose nuove, per cui lentamente il materiale ha preso forma.
SF: Sì, direi che a differenza delle registrazioni precedenti, oggi siamo partiti con l’idea di fare un qualcosa che avrebbe dovuto essere l’esito di un percorso ma che allo stesso tempo avrebbe potuto essere anche un rilancio sul futuro. Che è poi la novità per cui arrivi a dire che esiste questo gruppo. Fosse solo una sintesi di un lavoro svolto, sarebbe stato un regalo che ci facevamo e nulla più. Invece stavolta ci è nata la voglia, che prima c’era di meno, di farlo ascoltare di più, rispetto al solito giro dei nostri amici, si è attivato qualcosa che non capiamo bene cosa sia ma che di sicuro ha a che fare col pensarsi per un pubblico più vasto.

C’è stato comunque un periodo, qualche anno fa, in cui eravate piuttosto popolari nella zona, i vostri pezzi piacevano e avreste forse anche potuto fare il grande salto. Adesso, con il disco finalmente fuori, non vi viene da pensare che un certo treno purtroppo l’abbia te perduto?
JS: No, non ci abbiamo pensato, abbiamo sempre suonato per piacere nostro. Ora, non è che vogliamo prenderci troppo sul serio ma non vogliamo nemmeno nasconderci dietro a questo, come se fosse un alibi per non impegnarsi. Vero però che siamo persone allegre, in fin dei conti. Ecco, con questo album siamo qui a dire che siamo simpatici e che abbiamo fatto un qualcosa che potrebbe piacere.
SF: Col secondo cd l’intenzione di provarci c’è stata. Abbiamo registrato in italiano e del nostro repertorio abbiamo inserito le cose più commerciali.

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Il disco ha un suono piacevolmente vintage…
JJ: Sì è vero! Ma dipende anche da Andrea, che non ascolta cose che siano uscite dopo gli anni Settanta. Probabilmente l’ultimo disco che ha comprato è stato “London Calling” (risate NDA)!
JS: Diciamo che questo è un vestito che sta meglio addosso a tutti, nel momento in cui queste canzoni le devi anche suonare dal vivo. Ho una predilezione per un certo tipo di sound e questo ovviamente ha influenzato molto. Non ho però voluto renderlo molto retrò, vi abbiamo dato un’impronta anche moderna e questo sicuramente grazie agli altri.
SF: Abbiamo scelto di registrare in analogico, in uno templi della registrazione del jazz milanese. Il missaggio e il mastering li abbiamo fatti con Nicola Daino, un fonico che non voleva snaturare la nostra attitudine, un ragazzo davvero molto bravo.
Diciamo che volevamo fare qualcosa che non fosse chiamato “indie” da nessuno, è un’etichetta che non ci piace assolutamente!
JS: In questi anni poi ho iniziato ad ascoltare molta più roba, a comprare molta più musica. Ci siamo scambiati un sacco di dischi in più rispetto a prima. Il nostro cantante è stato per un certo periodo in Camerun, per cui abbiamo avuto anche un’apertura alla musica africana. Insomma, sono tutte cose che poi, con molta naturalezza, sono confluite nel disco.
SF: Nel 2009 è uscito il tastierista (il fratello del cantante Paolo Caporali NDA) che era anche il principale compositore. “Susanna”, per dire, che è uno dei nostri pezzi più vecchi e uno di quelli che ha sempre funzionato meglio dal vivo, l’abbiamo scritta insieme. Nel cd ci sono tre pezzi suoi, per dirti di come lui abbia sempre contribuito.
MC: I due fratelli rappresentavano la prima scintilla nell’ideazione di un pezzo: mettevano giù una prima struttura melodica e armonica, poi ci si trovava in saletta e ci facevano ascoltare una registrazione casalinga del pezzo, con testi cantati in inglese a caso. Il testo è sempre stato l’ultima cosa. Sopra questo guscio ci si attaccava poi l’arrangiamento. Il grosso, da questo punto di vista, è opera di Andrea, che è quello musicalmente più preparato, tra di noi, l’unico che con la musica ci lavora. I momenti degli assoli sono molto importanti, che siano quelli di chitarra o di sax.
JJ: Ecco, forse questa è la cosa meno radiofonica del nostro lavoro. I nostri pezzi sono tutti molto immediati, hanno un ritornello, melodie che rimangono impresse ma poi risultano sempre troppo lunghe per essere passate in radio: i soli sono lunghi, il ritornello arriva tardi, ecc.
STF: Però c’è una versatilità dei generi: rock blues, folk… questo di sicuro contribuisce a farci apprezzare da più persone.

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Ecco, direi che potremmo parlare dei testi…
JJ: I testi di questo disco sono molto vari. Nascono in diversi momenti della mia vita, da esperienze anche molto diverse tra loro. Alcuni li ho scritti durante il mio periodo in Africa, ad esempio. Proprio per questo aspetto, con canzoni nate in differenti periodi è che parlano di diversi argomento, c’è dentro di tutto: pezzi politici, cose più scherzose, cose che hanno dentro una dimensione onirica… Poi c’è la storia di un omicidio, in “Vengeange Lullaby”: è ispirata ad un fatto di cronaca accaduto qualche anno fa, con un ragazzo che ha ucciso la sua ragazza. Mi ha colpito e ci ho scritto la canzone ma adesso la mia ragazza non la può proprio sentire (ride NDA)!
MC: Comunque puoi capire che prendiamo ispirazione un po’ da quello che viene…
JJ: La progressione nella cultura del gruppo è avvenuta anche sui testi: i primi avevano il nome di una ragazza e parlavano tutti d’amore.
Poi c’è stato un passaggio non banale, quando abbiamo introdotto l’inglese e il francese. Anzi, quest’ultima lingua è una dimensione molto più mia, credo che in futuro potrà diventare una cifra del gruppo. Anche perché, detto sinceramente, i miei amici francesi, quando mi sentono cantare nella loro lingua, dicono che non sembro italiano, che la mia pronuncia è ottima. Gli inglesi che mi hanno sentito cantare in inglese hanno detto invece che sembro un pugliese che parla inglese (ride NDA)!
SF: Io sono stato sei mesi a Montreal, e anche questo fa parte della storia del gruppo: la gente se ne va, per sempre o per qualche tempo, ma questo rimane sempre presente. Ci siamo sempre aspettati e questa non è una cosa indifferente. Paolo è andato per due volte in Africa ma noi nel frattempo abbiamo continuato a provare; la stessa cosa è accaduta quando ero via io.
A Montreal poi ascoltavo gruppi che fanno blues o rock in francese, quindi ho forse anche inconsciamente assimilato modelli simili a quelli a cui ci rifacciamo adesso.

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Siccome sono qua a vedervi suonare, anticipatemi un po’ quello che si vedrà stasera…
STF: Da quando il disco è fuori, le dieci canzoni che lo compongono sono fisse in scaletta e ci rimarranno per un po’. Abbiamo deciso di tenere una parte d’ascolto ma anche una parte più ballabile, con pezzi nostri e cover, più simile a quello che facevamo in passato.
JS: Ci sono come tre parti, nel nostro show di oggi: un set acustico, una sezione blues e una più movimentata, virante verso il rock. Questo perché abbiamo pensato che abbandonare le cose più ballabili avrebbe potuto penalizzarci non poco, se fatto troppo bruscamente. Alla fine non sono pochi quelli che vengono ai nostri concerti soprattutto per divertirsi.
MC: Però è anche vero che, secondo me, l’avere diminuito il ballabile viene anche dal fatto che alcuni di noi, crescendo, si stancano: l’idea del pubblico di ragazzini che ballano sotto al palco non era il massimo, non ci appagava più. Dopo un po’ è stato abbastanza naturale che emergesse l’idea di suonare anche qualcosa di più sofisticato, che fosse maggiormente ascoltabile.

Come va con l’attività live? Avere suonato sempre molto spesso in giro. Le cose sono migliorate, adesso che avete un disco fuori?
MC: Abbiamo trovato dei posti dove ci fanno suonare abbastanza regolarmente e ce li teniamo. Adesso stiamo cercando di fare qualcosa tra Lecco e Sondrio. Ci piacerebbe uscire un po’ dalla Lombardia, anche, visto che per ora abbiamo suonato molto, ma sempre in zona.
JJ: Non abbiamo mai avuto problemi di numeri, abbiamo un bel seguito ma solo a Milano e dintorni. C’è un pubblico numeroso ma alla fine sono sempre gli stessi, però.
Adesso, c’è l’idea di intraprendere una sorta di fase 2.0, di essere più presenti online, sui social network: abbiamo aperto una pagina facebook, il nostro disco si trova in streaming su Spotify… chissà che questo non modifichi un po’ la nostra geografia…

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Sentite, ma non è che ci sono un po’ troppe band al giorno d’oggi? Col fatto che adesso chiunque registra un disco e te lo pubblicizza online, non è un po’ difficile capire chi è davvero bravo e chi no?
SF: È un discorso complesso: c’è tantissima proposta in giro, molti nomi sono validi ma poi, paradossalmente, si ha l’impressione quelli che effettivamente riescono a raggiungere una certa popolarità, siano quelli meno interessanti…
JS: È però vero che in Italia ha sempre funzionato un certo cliché: le cose che vanno sono il grande personaggio a la Vasco Rossi, oppure i grandi cantautori…
JJ: E poi ora ci sono i talent…
SF: Sai, io li guardo anche! Al momento credo che sia quello che sta settando la qualità della musica, che piaccia o meno…
JS: Semmai il lato negativo è che questo influisce sulle masse: adesso sono tutti esperti di musica…

E la discussione si chiude qui o meglio continua da qui, solo che sono state dette cose che non è per forza obbligatorio trascrivere. Siamo saliti al piano di sopra, ci siamo bevuti una birra insieme e poi i ragazzi si sono congedati per salire sul palco, non senza salutare calorosamente gli amici accorsi a vederli.
È stato un bel concerto, alla fine. Gli Strange Silver Man sanno suonare e sanno intrattenere il pubblico. Il tiro è notevole, i soli di chitarra e di sax impreziosiscono tantissimo e i pezzi del disco sono talmente classici e immediati nella loro impronta sonora, da mescolarsi alla perfezione con le cover che vengono suonate. Cover che non si limitano ai classici del rock: accanto alle varie “Raise your hand” o “The House is Rockin” compare anche qualche omaggio a Celentano o a Gaber, giusto per ricordare che sono milanesi e che quindi c’è un certo debito anche verso questi artisti.
È tutto come avevano detto: ci si diverte ma si ascolta anche molto e, bisogna dirlo, i brani del disco meritano di essere ascoltati e assaporati a dovere.
La concorrenza è molta ed è difficile dire se “l’uomo d’argento” riuscirà ad emergere. Di sicuro la sua bravura e la sua attitudine scanzonata e libera da qualsiasi discorso di “carriera” e “successo” è ciò che lo rende più interessante di tanti altri. Cercateli su facebook, mettete il vostro like e guardate se suonano vicino a casa vostra. Il resto verrà da sè…

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