Miami & The Groovers @ Teatro Comunale di Cesenatico – 14 & 15 Marzo 2015

Postato il Aggiornato il

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Presentazione live del nuovo album The Ghost King

Articolo di Luca Franceschini, fotografie di Cristian Photocuba

A pochi chilometri da Rimini, ma protetto dal caos della Riviera Romagnola, Cesenatico è un piccolo gioiellino dall’atmosfera intima e raccolta, con un centro storico ideale per passeggiare e per godersi il clima frizzante di questi giorni che precedono la primavera.
Oggi è una splendida giornata di sole e sembra che non ci sia nient’altro da fare se non godersi il momento andando in giro senza meta.
Nel mio caso non potrà durare a lungo: c’è da raccontare il release party di The Ghost King, quarto lavoro in studio dei Miami and The Groovers, che ancora una volta decidono di ritornare in quel Teatro Comunale nel quale ormai sono di casa.


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Un anno e mezzo fa vi hanno registrato No Way Back, il loro primo dvd dal vivo, resoconto di due serate incandescenti a supporto del precedente Good Things. Qui Lorenzo Semprini e compagni hanno anche più volte organizzato i Christmas Shows, un doppio appuntamento natalizio con numerosi ospiti, ideale per scambiarsi gli auguri a suon di rock.
Arrivo sul posto a metà pomeriggio e vengo accolto da Silvia, la moglie di Lorenzo, che mi conduce subito all’interno del teatro, dove i ragazzi stanno iniziando il sound check, accompagnati dai loro fidi tecnici.
L’atmosfera è tranquilla e rilassata anche se l’emozione è palpabile, persino in una band come la loro, che pure ha alle spalle centinaia di concerti. Tutto procede per il meglio, comunque. I cinque Groovers, con l’aggiunta del giovane e talentuosissimo violinista Federico Mecozzi, provano i suoni dei singoli strumenti e poi si lanciano in qualche pezzo del nuovo album, con Lorenzo che ricorda agli altri gli ultimi dettagli. Quasi tendenti a zero i problemi tecnici, fila tutto perfettamente liscio e si perde solo qualche minuto in più nel tentare di regolare al meglio il proiettore che verrà usato per gli sfondi, in modo che il batterista Marco Ferri non ne sia continuamente abbagliato. Trovato finalmente un compromesso, la band scende dal palco e si dedica al cibo, mentre qualche amico e famigliare comincia a fare capolino nel backstage.

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Un paio di ore dopo ritorno sul posto e trovo già una bella fila di gente che attende fuori. L’entusiasmo e l’aspettativa sono palpabili, esattamente come il sorriso sui volti dei vari presenti.
Il Teatro Comunale è splendido, con le antiche e suggestive decorazioni dei suoi interni e l’atmosfera intima e raccolta, che aggiunge una componente di fascino in più ad un appuntamento importante come questo. Le due date sono andate sold out in pochissimo tempo, a testimonianza del grande affetto che lega questa band al proprio pubblico.
Non solo parenti e amici, dunque, ma anche tanti fan da ogni parte d’Italia, addirittura qualcuno da Austria e Inghilterra. Lo dicono sempre, che questa band è un tutt’uno con i propri fan e questi sono quei momenti in cui lo si può davvero toccare con mano.
Quando arrivo il posto è già gremito e qua e là campeggiano striscioni di cui uno, particolarmente appariscente, presenta già la copertina del disco con l’eloquente scritta “The King is Dead but We’re Still Alive!”

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Poco dopo le 21 ecco Lorenzo Semprini che, tra l’entusiasmo generale, introduce Daniele Tenca, che questa sera aprirà il concerto. Già frontman dei Badlands, una delle più importanti cover band di Springsteen attive nel nostro paese, Daniele ha poi intrapreso una carriera tutta sua e si è anche staccato dal suo nume tutelare, pubblicando due ottimi dischi di Electric Blues che ne hanno evidenziato le grosse potenzialità di songwriter.
Questa sera arriva senza band, con la sola compagnia della chitarra acustica. Una manciata di brani, per lui, dall’iniziale Dead and Gone alla conclusiva Default Boogie, passando per 49 People, He’s Working e una suadente versione di Silver Dress impreziosita dall’armonica di Cesare Carugi.
Pur se proposti in chiave così scarna, questi brani non hanno perso un briciolo della loro potenza: l’atmosfera è caldissima e il battimani del pubblico scandisce il tempo in maniera incessante. Sarà anche l’eccitazione per l’imminente arrivo dei propri eroi, ma rimane indubbio che Daniele abbia qui un seguito tutt’altro che trascurabile.
Tempo appena un paio di minuti e ci siamo. Lele Guerra, conduttore di “Backstreets, le strade secondarie della musica” e amico di vecchia data della band, spende qualche parola di introduzione su questo nuovo lavoro. Poi luci spente, Johnny Cash che canta “God’s Gonna Cut You Down” in sottofondo, e due citazioni eloquenti proiettate a fondo palco ad introdurre la serata: “Le muse sono fantasmi e a volte si presentano non invitate”, scrisse il buon Stephen King in non ricordo quale dei suoi romanzi; la seconda, dal “Re Lear” di Shakespeare, ci fa sapere che “Il principe delle tenebre è un gentiluomo”. Ed è su questa affermazione eloquente, ideale per introdurci nelle visioni del nuovo album, che Luca Angelici, Marco Ferri, Beppe Ardito, Alessio Raffaelli, Federico Mecozzi e Lorenzo Semprini salgono sul palco uno dopo l’altro tra le grida entusiaste dei duecento presenti.

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Un rapido saluto e via con The King is Dead, prima traccia del nuovo album, più che naturale partenza di questo nuovo show.
L’attacco è dirompente, complice anche i suoni fatti veramente bene. Chitarre, tastiere e violino (quest’ultimo dona al pezzo una marcia in più) sono fuse a meraviglia in un impasto sonoro al limite della perfezione, i cori sono bilanciati al punto giusto e il tiro è pazzesco. Avevo avuto questa sensazione durante le prove, adesso è una certezza: questo brano è un capolavoro, forse il migliore che i Miami abbiano mai scritto.
Dopo un inizio così, tutto il resto è destinato a proseguire sotto una luce ancor più fulgida. A ruota arriva quella Always the Same che è ormai un classico e che proprio qui, un anno e mezzo fa, aveva aperto il concerto immortalato sul dvd.
È poi la volta di On the Rox, il primo singolo estratto dall’album e quindi uno dei pochi che la maggior parte dei presenti già conosce e può cantare. È la storia di John Belushi, dice Lorenzo nella breve introduzione, così come è stata raccontata da Bob Woodward nel suo “Wired”.
Gran bel pezzo, grandissima esecuzione ancora una volta, impreziosita dalla proiezione, sul fondale alle spalle dei musicisti, di un’illustrazione realizzata appositamente per accompagnare il brano. Un espediente escogitato per tutte le altre canzoni del disco (questa sera ovviamente eseguito per intero), che ha permesso così al pubblico di prendere maggiore dimestichezza con questi nuovi episodi.
Back To the Wall la conosciamo già tutti e giustamente Lorenzo ricorda che la sua prima esecuzione dal vivo fu proprio qui, un anno e mezzo fa. Riascoltata oggi, con la conoscenza del concept musicale nel quale è inserita, acquista molto più senso, oltre a confermarsi un brano di pregevole fattura.
Don’t (The Toxic Waltz) è ancora più devastante che su disco, grazie alla chitarra di Beppe Ardito che suona satura e sporchissima.
L’atmosfera cambia poi completamente con la successiva Hallelujah Man: in studio ne avevamo apprezzato la forza ma è dal vivo che raggiunge la sua dimensione ideale. Chitarra, violino e fisarmonica corrono insieme per un brano che è un’autentica festa folk ora in chiave italica, ora in salsa balcanica, con un chorus trascinante e un tema principale che alla seconda strofa è già diventato un tormentone. Non la conoscono ancora in tanti, stasera, ma a guardare le reazioni del pubblico non sembrerebbe. Uno dei momenti più belli del concerto e la nascita sicura di un nuovo classico, ne siamo convinti.
Per l’esecuzione di The Other Room arrivano anche due terzi dei Nashville & Backbones, amici di lunga data, che hanno partecipato anche alla versione in studio. Questi ragazzi che, come dice Lorenzo presentandoli, hanno portato la West Coast a Rimini, donano un apporto notevole ad un pezzo già di per sé ben riuscito, anche se il suono molto pieno non ha permesso che ci gustassimo appieno le loro armonizzazioni.

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Rimangono sul palco anche per la successiva We Can Rise e questa volta riusciamo a sentirli di più. È un brano che parla di rinascita ed è forse quello che più giustifica il concetto di “redenzione” utilizzato da Lele Guerra nella sua introduzione. È uno degli episodi più particolari e interessanti dell’intero lavoro, quello che più si discosta per atmosfere dalle cose che i Miami hanno proposto nel corso degli anni. Il bel giro di pianoforte che ne costituisce l’ossatura è splendidamente impreziosito dall’ispirato violino di Federico e le vocals di Lorenzo, al limite del parlato, raccontano in maniera evocativa questo viaggio attraverso l’oscurità nel quale si intravede però una possibilità di riscatto.
In mezzo, arrivano due grandi perle da Good Things come Audrey Hepburn’s Smile e Walkin’ All Alone (quest’ultima cantata assieme a Daniele Tenca) ed è inutile dire che qui il pubblico si scatena.
Non c’è solo il nuovo album da festeggiare, però: dieci anni fa usciva Dirty Roads, il disco da cui iniziò tutto, il disco con cui anche il sottoscritto li conobbe, quando li vide suonare per puro caso in qualche posto sperduto della Brianza, un annetto dopo l’uscita di quel cd.
Sarebbe bello, per una volta, ascoltarlo tutto quanto dal vivo, come già successo lo scorso anno per Good Things ma forse è meglio così: il Re Fantasma è in giro, questa sera, e potrebbe anche aversela a male, a vedersi rubata la scena in questo modo.
Molto meglio allora un piccolo break durante il quale viene suonata Lost, quella ballata pianistica che racconta il rimpianto di un amore perduto e che questa sera viene arricchita dalla presenza del violino. È una cosa rara, ascoltarla così, e ne siamo grati.

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A seguire Back in Town, che emoziona sempre e che, pur negli evidentissimi rimandi springsteeniani nel testo e nella musica, mostra un songwriting che era già allora di primissima qualità.
Con Dirty Roads ci si dà appuntamento domani sera, adesso è tempo di Sliding Doors, indubbiamente il loro brano più epico, più maestoso, quello che mostra il lato teso e oscuro del rock and roll. L’abbiamo sentita un sacco di volte ed è sempre un momento altissimo, quello in cui tutta la band suona al massimo delle possibilità e quello in cui ogni singolo componente dimostra di essere anche un grande musicista, nel proprio ruolo.
La scanzonata Jewels and Medicines è sempre un gran bel momento di rock and roll, con Lorenzo che si diverte a fare il gigione con un pubblico che come sempre risponde alla grande.
È il momento più energico del concerto, quello dove l’adrenalina è a mille e l’atmosfera letteralmente incandescente. Il teatro è suggestivo ma adesso a molti sembra andare stretto: la platea è completamente saltata, le poltrone sono vuote e sono tutti accalcati sotto al palco. Nei palchetti e sul loggione, è la stessa identica bolgia.
Hey You, con la partecipazione alla chitarra dell’amico Daniele Rizzetto, mantiene tutto ciò che aveva promesso nella versione in studio e ci spazza letteralmente via.
Poi, ovviamente senza nessuna introduzione, ecco arrivare Good Things che ormai è una di quelle canzoni che devono esserci sempre, un autentico inno da cantare a squarciagola.
Stessa cosa per Broken Souls e viene in mente che quei ragazzini che nel testo sognano di metter su una band alla fine ce l’hanno fatta: i numeri non saranno quelli degli U2 ma la passione è la stessa e verrebbe da dire che non c’è bisogno d’altro.

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Dopo una rabbiosa e incendiaria versione di Under Control, talmente breve che quasi non ce ne accorgiamo, è tempo di un’altra bella tornata di ospiti: Massimo Marches al mandolino, anche lui presente sul nuovo disco e di nuovo gli amici dei Nasvhille, che Lorenzo, tra l’ilarità generale, invita a scendere dal loggione dove si erano nel frattempo accomodati. E qui, come accade in tutti i concerti che sono prima di tutto delle feste tra amici, si improvvisa: Waitin’ For My Train viene eseguita letteralmente senza spina, sfruttando unicamente l’acustica del teatro. Una bella atmosfera a metà tra il folk e il Bluegrass, che ha il sapore anche un po’ dei Basement Tapes.
Poi, visto che tutto sommato è uscita bene, stravolgendo la scaletta prevista si decide di suonare allo stesso modo anche Tears Are Falling Down che era inizialmente stata programmata in apertura di bis. Anche qui gran divertimento, col solito mix delle due versioni, inglese e italiana e il pubblico protagonista come sempre.
Ci stiamo avvicinando alla fine: strumenti di nuovo riattaccati e via con una terremotante versione di We’re Still Alive dove, se potessero, ballerebbero anche le poltrone. Nel mezzo, le solite citazioni dall’immenso catalogo del rock: questa sera tocca a Bruce Springsteen con la sua “Fire” e al classico senza tempo “You’re My Sunshine”, dopodiché la band si rituffa nel pezzo e continua il tripudio.
I saluti sono veloci perché tanto sappiamo tutti che non è finita qui. Pronti e via, si riattacca con Merry Go Round, che ha sempre un po’ quel sapore nostalgico da fine della corsa, quando sai che il tempo è scaduto ma vorresti stare in sella ancora un po’ di più.
Inattesa, perché pensavamo la riservassero solo per la domenica, arriva anche R ‘n R Night, giusto per ricordarci da dove sono partite le “Dirty Roads”.
Mancano ancora due nuovi brani all’appello: Spotlight è ormai una vecchia conoscenza ma questa sera la ascoltiamo per la prima volta dopo averla apprezzata nella versione in studio. Non sembra, ma fa tutto un altro effetto.
A porre definitivamente il sigillo di chiusura, il trascinante Irish number Heaven or Hell, che almeno per stasera manda tutti a casa.

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Il giorno successivo si va in scena di pomeriggio. È una decisione quasi obbligata, visto che la maggior parte del pubblico ha fatto un lungo viaggio per esserci e il giorno dopo si torna al lavoro.
È sempre Lorenzo ad introdurre lo special guest di oggi. Si tratta di Andrea Amati, un giovane cantautore che vive a Santarcangelo di Romagna e che ha da poco pubblicato un lavoro intitolato Via di scampo, di cui si sta dicendo un gran bene. Si presenta sul palco assieme a Federico Mecozzi, che ha suonato sul disco e che per l’occasione lo accompagna al pianoforte.
Un set brevissimo per lui, ma di grandissimo impatto. Le sue canzoni appaiono molto forti, di sicuro spessore, sia nei testi che nelle musiche, e la sua interpretazione teatrale e carismatica lascia sicuramente il segno. Impressionano soprattutto Resistenza e Primavera, quest’ultima con un bel ritmo scanzonato e un ritornello orecchiabile.
Viene eseguita anche La ballata della moda, indimenticabile pezzo di Luigi Tenco, che suona quanto mai attuale visti i tempi che corrono.
Il pubblico si mostra immediatamente rapito dall’intensità della performance e accompagna le varie canzoni con un battimani sempre più entusiasta. Lui si dice stupito, visto che non è una cosa scontata che una proposta musicale sconosciuta ai più e per giunta ben distante dal genere dei Groovers, trovi una partecipazione così attenta.
La ragione, a mio parere, è una: Lorenzo e compagni non hanno mai fatto mistero che una delle cose che amano di più è suonare assieme ai loro amici e coinvolgerli nei loro progetti, non importa la vicinanza o meno di stile. Naturale che abbiano tirato su un pubblico educato, ricettivo e disponibile, che soprattutto si fida dei gusti dei propri beniamini.
Ancora una volta il cambio palco è rapido, ancora una volta è Lele Guerra ad introdurre la band e ancora una vota i cinque Groovers più Federico Mecozzi si lanciano in The King Is Dead.
Ho scelto di godermi questo secondo concerto dal loggione, per avere una prospettiva diversa, per osservare con più calma i musicisti e poter gustare comodamente le varie canzoni. Una scelta di cui non mi pento anche se, ad onor del vero, bisogna dire che la resa acustica non è risultata impeccabile come la sera prima in platea. In particolare, la tastiera di Alessio Raffaelli  è stata spesso inintellegibile in tutti quei brani in cui le chitarre sparavano a mille.
Il concerto di quest’oggi prevede qualche variazione in scaletta ma non sono così tante come si potrebbe pensare. L’ossatura dello show rimane sempre The Ghost King, che ancora una volta verrà eseguito per intero.

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La presenza di Andrea Amati dona un tocco di fascino in più a On the Rox, che viene infatti preceduta dalla lettura, splendidamente coinvolgente, di un passo della biografia di Belushi. Il silenzio del pubblico è strabiliante, e dice dell’un’immedesimazione con questo grande attore che fu, soprattutto, un uomo ferito che cercava se stesso.
Per il resto, riascoltare di nuovo tutto il disco non fa altro che rendermi ancora più certo del suo valore. Di sicuro la diversità con Good Things è evidente: c’è meno rock and roll, ci sono meno inni, meno brani costruiti con l’idea di incendiare i concerti; l’atmosfera è nel complesso più tesa, più drammatica e musicalmente ci sono più idee, il tutto è più ricercato, anche negli arrangiamenti.
Nonostante ciò, anche questi sono pezzi che nella dimensione live escono alla grande, acquistano qualche sfumatura in più e rivelano tutta la loro grandezza. Sarà poi interessante capire quali di questi diventeranno tasselli irrinunciabili dei loro live show e quali invece faranno solo qualche sporadica comparsa.
Di sicuro possiamo già sbilanciarci su Hallelujah Man: il pubblico l’ha imparata a tempo di record e scandisce senza sosta quel “lalala” tra strofa e ritornello, tanto che il gruppo è costretto a riprenderlo al termine dell’esecuzione. La presenza di fisarmonica e violino, che infarciscono il tessuto ritmico e si prendono poi il loro giusto spazio solista, la rendono poi davvero un grande brano.
Anche Waitin’ For My Train convince: su disco è l’unica che non mi ha particolarmente entusiasmato ma qui ha tutto un altro senso. In particolare, oggi pomeriggio viene eseguita amplificata, col violino pizzicato a sostituire il mandolino di Massimo Marches, risultando comunque altrettanto efficace.
Punto esclamativo anche per The Other Room, intensa ed emozionante, mentre le due bordate di Don’t ed Hey You (sempre con Daniele Rizzetto alla chitarra) fanno ancora una volta il loro dovere più che egregiamente.
Menzione d’onore per We Can Rise: Andrea Amati legge la traduzione italiana del testo, dando  più esplicitamente voce alla rinascita che può venir fuori dalle tenebre.
Poche le variazioni, dicevamo: al di là di un’esplosiva Burning Ground, forse la chicca più gradita è The Time Has Come“, splendido episodio di Merry Go Round che viene suonato molto raramente dal vivo e che oggi è impreziosita da un ottimo assolo di Alessio.
Nel finale arriva anche It’s Getting Late, che è uno dei miei pezzi preferiti e che è sempre bellissimo poter ascoltare dal vivo.

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A metà show, l’annunciata parentesi per festeggiare il decimo compleanno di Dirty Roads. Ieri sera abbiamo ascoltato quattro pezzi in momenti diversi del concerto, quest’oggi i nostri hanno deciso di proporre una mini suite di cinque brani, per rendere omaggio ad un lavoro che, lo dico senza nessuno scopo celebrativo, si fa ascoltare ancora oggi con grande piacere, nonostante certe comprensibili ingenuità in sede di produzione e di scrittura.
Il primo dei pezzi scelti è Walk in the Light, suonato in una suggestiva versione rallentata, senza batteria e col violino in primo piano. Poi la solita Tears Are Falling Down, che originariamente aveva visto la partecipazione di Marino Severini dei Gang e che in seguito è stata incisa in italiano da Daniele Tenca, in una versione che ancora oggi si mescola a quella inglese nelle esecuzioni dal vivo. Per l’occasione, si unisce alla band anche Daniele Rizzetto.
R ‘n’ R Night fa nuovamente scatenare i fan accalcati sotto al palco, con Lorenzo che strappa un sorriso a tutti quando dice che per i grandi concerti negli stadi la gente paga un sacco di soldi per vedere e sentire male. “Almeno questa – dice ridendo – fatecela fare con le chitarre accordate!”.
Graditissimo il ripescaggio di Waitin’ For Me, il brano che Joe D’Urso regalò loro e che inaugurò tutta una serie di collaborazioni della band con gli artisti di oltreoceano. Emozionante questa versione, con un assolo di Beppe nel finale che strappa applausi entusiasti.
Il momento Dirty Roads si conclude con It Takes a Big Rain, una ballata che non viene spesso eseguita dal vivo ma che all’interno di un teatro, come dice Lorenzo, può rendere alla grande.

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Il resto della setlist è comprensibilmente occupato dai classici: Good Things e Broken Souls provocano il solito pandemonio un po’ in tutti i settori (anche perché la band, scherzando, ha invitato ad alzarsi, dicendo che è un delitto ascoltare il rock da seduti!) mentre Sliding Doors oggi è letteralmente esplosiva per intensità sprigionata, con un Marco Ferri al top assoluto delle due serate (non si sottolinea abbastanza la bravura di questo batterista in sede live) e un Beppe Ardito letteralmente debordante negli assoli. Sarà un paragone abusato e triviale ma mi viene da scriverlo lo stesso: Sliding Doors è la Jungleland dei Miami & The Groovers, c’è poco da fare.
Il finale è tutto per la festa folk di We’re Still Alive con Luca Damassa di Hernandez & Sampedro che viene individuato in platea e invitato sul palco senza troppe cerimonie.
I bis sono solo due: Spotlight (con un emozionante accenno a “One Guitar” di Willie Nile nel finale) e Heaven or Hell, che chiude il cerchio per la seconda volta in maniera magistrale. Anche questa diventerà un classico dal vivo, le reazioni del pubblico non lasciano dubbi in proposito.
Difficile e forse anche inutile, dire qualcosa in conclusione. Sono stati due concerti strepitosi, tra i migliori di questa band che il sottoscritto abbia mai visto. Certo, la cornice ha aiutato e la bontà del nuovo materiale anche, ma l’impressione è che ormai i Miami & The Groovers abbiano una padronanza totale della situazione live, che il palco sia per loro la dimensione più consona per esprimere le proprie sensazioni.
Ma forse, l’immagine più bella che mi porto a casa da questo weekend romagnolo è quella dei  tanti bambini che hanno saltato e ballato assieme ai loro genitori. Con delle facce meravigliosamente felici e, soprattutto, con l’espressione di chi si stava davvero godendo quella musica.
Già, perché anche in questo campo, l’educazione è importante. E finché i padri e le madri porteranno i loro figli a vedere concerti rock, avremo di sicuro una ragione in meno per lamentarci.

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