Omake – musica per tutti? no, grazie…

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Omake 3

Articolo di Luca Franceschini.

“Columns” è decisamente un lavoro che lascia il segno. Un cantautorato scurissimo, con una voce profonda, baritonale, a metà tra un Paul Banks e un Dave Gahan, un vestito elettronico e dei beat che ricordano spesso e volentieri il mondo dell’hip pop e della black music. L’esordio di Francesco Caprai, in arte Omake, è l’ennesimo centro della milanese Sherpa Records, una piccola label che ha pubblicato poche cose ma che ha saputo selezionarle con grande accuratezza.
Colpito dalla straordinaria bellezza di queste canzoni, ho deciso di andare a conoscerlo per fare due chiacchiere con lui.

Mi accoglie nel suo appartamento milanese indossando una maglietta dei Gaslight Anthem e questo rischia di far saltare l’intervista: quando scopriamo che per entrambi il gruppo di Brian Fallon rappresenta una mania, iniziamo a parlare di loro e la cosa potrebbe anche finire qui. Siamo comunque riusciti a contenerci e ne è venuta fuori una conversazione piuttosto interessante e anche parecchio originale, in certe prese di posizione e in un certo modo di guardare alla musica indie…

Direi che per prima cosa potremmo partire dal monicker che hai scelto per questo progetto. Scusa la domanda ingenua ma… Si pronuncia all’inglese oppure no? Perché quando ti ho visto dal vivo mi pareva di aver capito un’altra cosa…
Si pronuncia “Omake”, così come si scrive. È una parola giapponese: devi sapere che, dopo la musica, la mia più grande passione sono gli Anime. Omake sono i contenuti extra, quelli che non vedi nella versione originale, qualcosa di non immediato, dunque, che è destinato a chi se lo va a cercare apposta. Di base, rappresenta quindi anche qualcosa di diverso da quello che facevo prima. Anche Florida, il primo pezzo che ho inciso e pubblicato, è preso da un Anime, che si chiama “Freedom”. Ci ho trovato molte connessioni con la mia storia sentimentale e personale, è stato naturale scriverci sopra una canzone.
Sono un compulsivo su questo, divoro Anime allo stesso modo in cui lo faccio con la musica e trovo che entrambi abbiano la funzione di raccontare storie che, siano personali o meno, ti servono a distaccarti un po’ da quella che è la routine quotidiana.

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“Columns” vive della fusione dell’elemento cantautorale con quello maggiormente elettronico. Poi nelle note stampa citi anche influenze che non vanno particolarmente a braccetto col rock…
Ho sempre ascoltato tanto Hip pop e Black music, forse oggi è quello che ascolto di più. Le ultime cose in campo indie rock non mi hanno entusiasmato, per la verità. Questo revival dello Shoegaze, col ritorno di My Bloody Valentine, Slowdive, Ride… non è che mi abbia mai detto più di tanto. All’epoca ho vissuto appieno l’esplosione del Punk californiano, per cui quell’ondata non mi è mai arrivata. Nello stesso periodo mi sono poi molto appassionato all’Hip pop, una fascinazione che è esplosa quando ho visto Kanye West dal vivo per la prima volta.
Nel disco non si sente tanto ma un artista come lui mi ha fatto capire che si può fare quel che si vuole, ogni suo disco infatti è diverso dal precedente. Non si trattava tanto di fare un disco che avesse o meno la componente elettronica, quanto che fosse diverso da “Florida”. Poi ho voluto che vi fosse anche questa perché sono un feticista del supporto fisico e il brano non era ancora stata pubblicata su cd. In realtà so che il prossimo lavoro sarà completamente diverso: la mia prerogativa è cambiare sempre. Per me stesso, in primis.

Mi racconti qualcosa del processo di lavorazione di “Columns”?
Dopo “Florida” stavo scrivendo materiale che era molto più vicino a quella canzone. Ero arrivato a fare un disco intero su questo stile, ma poi ho deciso di buttare via tutto.
Per le nuove composizioni, sono partito sempre dalla chitarra acustica, perché volevo che qualunque cosa avessi fatto, iniziasse dalla forma canzone. La chiave doveva essere la melodia, di norma ascolto veramente poche cose non melodiche. Però sapevo già che quelle canzoni sarebbero uscite come le senti nel disco, avevo già una certa impostazione in testa. Poi in studio abbiamo fatto un lavoro certosino con Davide Barbafiera, per capire che tipo di atmosfera volevamo dare, in ogni singolo brano e quindi, piano piano, ha preso forma.

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In effetti ne è venuto fuori qualcosa di molto originale…
Ho cercato di fare qualcosa che si discosta molto dall’elettronica che senti in giro ora. Ci sono tante cose nel mondo dell’elettronica che mi piacciono, ma più che altro estetiche, hanno una sostanza relativa. Tanti dei beatmakers più interessanti sono più giovani di me e questo lo trovo significativo. Sarà forse l’effetto del web, ma sento che la forma canzone si è persa, mentre invece per me è vitale, come ti dicevo prima.
Sono anche però maniacale nella produzione, per questo il lavoro in studio è stato puntiglioso, abbiamo speso un’ora sul suono di cassa di un singolo brano, finché non è venuto fuori quello che desideravo. Per questo non ho voluto pubblicare un ep, ma lavorare subito ad un album vero e proprio, per fare tutto con più calma.
Potrebbe sembrare una mossa controcorrente, perché oggi fare un ep è il modo più semplice ed economico per farsi conoscere, però poi se penso ai dischi che ho, non c’è nessun ep che ascolterei ancora. Non mi interessa farmi conoscere da tante persone ma piuttosto fare qualcosa che rimanga dentro, che uno possa ascoltare anche tra qualche anno.

Lo Stato Sociale cantava “Sono così indie che presto uscirà l’ep”…
Già. Ma sfido chiunque a mettersi davanti a me e a dire: “C’è questo ep che mi ha cambiato la vita!”. Eppure nel mondo indipendente italiano tanti gruppi sono usciti con un ep e tanti continuano a farlo anche ora. Ma io non voglio suonare dovunque, voglio solo che quello che faccio abbia un certo tipo di profilo, non mi interessa che sia per tutti, che venga capito da tutti.

Il tuo timbro è molto particolare, profondo, nella recensione ho scritto che mi ricorda molto gente come Dave Gahan o Paul Banks. Però poi, la cosa che sorprende a sentirti parlare, è che hai una voce completamente diversa… cioè, uno non lo direbbe mai che canti così… Hai preso lezioni per ottenere questo tipo di impostazione o hai fatto tutto da solo?
È un mix di cose. Sono stato autodidatta in tutto ma nella voce ho fatto un minimo di studi, proprio sull’impostazione. Quello che dici me l’hanno fatto notare in molti ma penso che sia abbastanza normale: a meno che tu non faccia Hip pop, la tua voce viene fuori naturalmente diversa, quando canti. Nel mio caso specifico, questo registro molto basso è venuto fuori con “Florida” e poi è esploso col disco. È venuto in automatico, non c’è stato nessun piano a tavolino. Per ottenere un certo tipo di atmosfere, mi è venuto spontaneo trovarmi ad abbassare un po’ i toni. È lo stesso motivo per cui forse, vocalmente il disco suona un po’ asettico. Ma volevo un effetto da voce interiore, come un qualcuno che parla con se stesso. Quando una persona parla con se stessa non urla, non fa voci strane. La voce interiore me la immagino proprio così, bassa e spesso monotono.

Nel disco si sente molto questa impronta un po’ scura, quasi Post Punk…
No, per dirti, un’influenza grossa che io sento sono i Depeche Mode o i Joy Division, ma me ne sono accorto dopo, a disco finito. È stata una cosa che è capitata, sono convinto che come disse una volta Federico Fiumani, la musica che ti è rimasta dentro è quella che hai ascoltato prima dei diciotto anni. Poi mi sono trovato delle cose nel disco che magari mi faceva notare il mio produttore. Ad esempio, certe linee melodiche che ricordavano Morrissey: sono sempre stato un grande fan degli Smiths. Per me rappresentano l’apice della melodia, quindi cercando di fare una cosa che fosse la migliore possibile, ci sta che, anche senza accorgermene, mi sia ispirato a un gruppo che amo molto.

Non fai neppure mistero che ti piaccia molto un certo tipo di musica ben lontana dai canoni e dell’estetica rock…
Ero alle scuole medie quando ci fu il boom delle prime cose di Neffa, oppure di Puff Daddy, o Notorious che era appena morto e quindi da noi un po’ c’era l’eco di questo personaggio importantissimo. Ecco, questo tipo di cose, assorbite in età quasi puberale, ha fatto si che, quando ho riscoperto questo amore in età più avanzata, lo facessi mio sin da subito. Questi ascolti che fai da piccolo, nel bene o nel male te li porterai sempre dietro, come ti dicevo prima…

OMAKE (3)

Anche i testi sono molto interessanti e suggestivi. Suonano anche piuttosto malinconici, sofferti, come se l’aver compiuto trent’anni ti avesse suscitato molte domande… È così?
Sì certo, è assolutamente legato al discorso dell’età. Mi sono trovato ad iniziare a lavorare a questo disco in un periodo di enormi cambiamenti: avevo appena chiuso un rapporto affettivo molto importante e ne avevo aperto un altro altrettanto fondamentale. Una ragazza musicista che mi ha anche dato una spinta a tornare a comporre, una cosa che in quel periodo avevo perso. C’è stato un momento in cui mi sono ritrovato da solo in una casa che era stata pensata per due, con una situazione lavorativa difficile, in una società aperta da me e quindi con un certo tipo di responsabilità e una vita divisa tra Pisa e Milano.
Era un periodo disorientante, non riuscivo, dovevo fare il punto della situazione su un po di cose, ero arrivato ad uno snodo. Caso vuole che fossi proprio alla soglia dei 30, ho sentito in modo estremo il passaggio dall’eterna gioventù all’età in cui ti chiedi cosa stai facendo, cosa farai. Io amo molto la solitudine, per cui ho cercato questo tipo di sensazioni nelle canzoni che scrivevo. È nata la necessità di guardarmi allo specchio, esorcizzare certi dubbi, certe questioni.

Che mi dici dei testi? Non hai paura che vengano trascurati in favore di un approccio più istintivo alla musica?
Per me i testi sono fondamentali, anche se so bene che la scelta del cantato in inglese è una zappa sui piedi per l’Italia, sono consapevole che è un po più difficile che qualcuno si fermi a leggerli. Allo stesso tempo però ho visto che la gente li sta leggendo e li sta apprezzando. Questo per me rappresenta un moto di orgoglio, è una battaglia vinta far sì che chi ascolta le canzoni voglia anche capire cosa dicono i testi.

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Come lavori, di solito? Sei uno di quelli che scrivono prima la musica oppure componi a partire da un testo già pronto?
Musica e testi vanno di pari passo. Credo di essere una delle pochissime persone che scrivono tutti e due contemporaneamente. Se scrivessi il testo prima, perderei il discorso della melodia. Ma nello stesso tempo non riesco a comporre la musica da sola, non sono un iper tecnico e non voglio neanche fare del post rock. Normalmente faccio in modo che il primo giro di chitarra vada assieme al primo verso e poi i due aspetti si sviluppano contemporaneamente. Osservo dove sta andando la musica e mi adeguo sul testo. Se sto facendo una riflessione che può portare ad una certa conclusione, la trasporto anche nella musica.
Prendi ad esempio “Nighthawk”: le strofe sono chiuse ma c’è una grossa apertura alla fine perché nel finale del testo c’è la soluzione a quel che è successo prima. Quindi è essenziale che musica e testi vadano insieme.
Dipende da che tipo di approccio vuoi avere. Hai citato Bob Dylan e Ian Curtis, che sono due tipi di artisti che hanno scritto tante cose che si potrebbero definire “slogan”, detto proprio brutalmente. Hanno scritto versi molto forti, oggi sarebbero status su Facebook, per dire. Quel tipo di approccio è molto diverso dal mio. A me non interessa lo slogan, mi interessa piuttosto esprimere la mia interiorità. Credo che quando una persona sta parlando con se stessa non parli attraverso slogan ma lo faccia in modo più riflessivo. Questo modo di scrivere fa sì che poi nessuno metterà su Facebook i miei testi (ride NDA)!

Non sei come Lo Stato Sociale, insomma…
Ecco, Lo Stato Sociale fa questo, appunto. Sicuramente ha un approccio che va verso il voler fare qualcosa che possa essere condiviso, che venga anche cantato ai concerti… ci può stare ma non è una metodo che sento mio. Forse è anche un limite che ho, ma io nei live non sento tutto questo rapporto col pubblico. Il live è un’esperienza introspettiva, per me e, a dirla tutta, non sono nemmeno un fanatico del live.
Non dico che non farei mai concerti, ma nemmeno che voglio andare in giro ogni sera a suonare dove capita. Ma non fraintendermi, non lo dico per superbia ma perché ritengo che non tutte le proposte siano adatte ad ogni contesto.

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Quindi non ti vedremo molto in giro, immagino…
Ci saranno pochi concerti, certo. Questo è un punto chiave per me. Potrebbe sembrare superbo dire che non voglio arrivare a tutti ma invece è un discorso di umiltà. Non ritengo di scrivere e cantare cose che siano per tante persone, non voglio che in ogni contesto appaia il mio nome, di conseguenza non cercherò di inserirmi in ogni festival possibile: se con delle band sento di non avere niente in comune, non vedo perché dovrei essere in cartellone con loro.
Sono ben cosciente che il tipo di scelta che ho fatto mi porterà a non fare mai il musicista di lavoro. È da quindici anni che sono nel campo della musica: un po’ per lavoro, un po’ per hobby e un po’ per passione. So quindi perfettamente che facendo il musicista come lo faccio io, non si può vivere di questo. Ho fatto uscire un singolo acustico che mi ha permesso di andare in giro a suonare, ho visto che la mi ha stancato, e quindi preferisco fare quello che mi piace. Se funziona, bene. Altrimenti, se funziona troppo, vuol dire che di sicuro c’è qualcosa che non va.

Esisterà pure una certa coincidenza tra il successo di pubblico e la validità della proposta artistica…
Esiste, ma sono pochi casi. Da fan dell’hip hop posso dire che ci sono eccezioni, soprattutto negli Stati Uniti ci sono artisti validi, osannati, che hanno successo. In altri generi invece è molto più tosta.
Si può dire che quando una cosa funziona, soprattutto nell’ambito della musica rock, è perché è vincolato da una moda. Tra il 2008 e il 2009, ad esempio, ero abbonato a NME, e si era nel pieno della rinascita inglese. Nomi come My Bloody Valentine e Slowdive, per dirne alcuni, erano finiti completamente nel dimenticatoio. Oggi invece sono di nuovo seguiti: come si spiega? Senza sminuire il talento dei singoli gruppi, è abbastanza difficile non pensare che ci sia sotto qualcosa di strano. Pensa agli American Football, per fare l’esempio più eclatante: hanno realizzato un disco agli inizi degli anni novanta, che ha ricevuto buone recensioni ma è finita lì. Oggi, improvvisamente, sono sulla bocca di tutti. Lo stesso Kinsella non si capacita di questa cosa: in un’intervista che diceva che loro quel disco lo hanno suonato nelle peggiori bettole d’America e adesso improvvisamente ne parlano tutti come di un capolavoro. Ora, non voglio dire che non fosse un gran disco anche all’epoca, però è evidente che qui c’è qualcuno tra i giornalisti che ha dato il via a questa cosa.
Sai, io sono sempre stato un grande fan degli Oasis. Li ho anche visti dal vivo più volte e non mi sono mai accorto che il loro bassista era un membro dei Ride. Ma chi l’ha mai detta, questa cosa? Chi l’ha mai ricordato quando gli Oasis erano sulla bocca di tutti? Nessuno ha mai saputo niente fino a un mese fa, quando i Ride si sono riformati e hanno annunciato tutta una serie di date nei festival. Tutto questo per dire che di sicuro, su questo bisogna fare una riflessione. E attenzione che questo non concerne il valore delle singole band: io sono sempre stato contro il concetto del valore oggettivo della musica! Ci sono dei mostri sacri che non mi piacciono e altre band che adoro ma che nessuno considera. Sono sempre stato attento alle cose che succedono, frequento questo mondo da quasi due decenni quindi delle domande è inevitabile che vengano fuori.
C’entra tutto con la forza dei media, anche in quello che stanno facendo in questi ultimi anni, vale a dire nel portare l’hip pop verso la scena indie e hipsters. Ad esempio, adesso un sacco di gente dice che Run The Jewels sono fighi. Suoneranno anche al Primavera di quest’anno, per dire. Poi vai a vedere e scopri che sono stati il disco dell’anno di Pitchfork!
Ecco, diciamo che io la scena indie la seguo abbastanza, ci sono alcuni gruppi che amo molto. Mi dà però fastidio questa ostentata e spocchiosa autoreferenzialità, soprattutto nelle recensioni. Sembra che si faccia a gara a citare più nomi sconosciuti possibili, spacciandoli per gruppi importantissimi che tutti conoscono. Certi pezzi per me risultano totalmente illeggibili, sembrano proprio scritti in codice…
Ho letto alcune recensioni di “Columns” in cui mi paragonavano a gruppi che non avevo mai ascoltato! Negli ultimi anni la tendenza è stata infatti quella del “sono più figo di te” e questo ha inevitabilmente portato a casi estremi. Vedi gli Alt J: quando è uscito il primo disco molti hanno gridato al miracolo. Per quanto mi riguarda, è un buon disco, nulla più, ma questo non è importante. Poi quest’anno esce il secondo, che forse un po’ inferiore, d’accordo, ma comunque è la solita band, sono passati solo due anni e non mi sembravano particolarmente diversi da prima. Quindi, fatemi capire: perché adesso dovrebbero essere un gruppo di sfigati? In certi ambienti lo hanno massacrato, li hanno considerati sopravvalutati, ecc. Sarà mica perché adesso sono sulla bocca di tutti? Oppure, il ritorno di D’Angelo, che ha fatto un disco dopo 14 anni. Recentemente ho letto in giro che sarebbe uno scandalo non sia headliner al Primavera di quest’anno. Ma è Black music! È roba totalmente estranea al rock, è roba per cui ci vuole un minimo di preparazione, di educazione, devi aver ascoltato un po’ di artisti di questo tipo per apprezzarlo, non è un disco semplice. Quindi perché adesso dovrebbe essere il disco preferito di certa gente?
È per questo che faccio cose che devono soddisfare me e me soltanto. Scrivere è un’esigenza di espressione, prima ancora che di divulgazione.

Direi che è arrivato il momento di chiederti come sei approdato alla Sherpa Records…
In modo molto semplice: per il fatto di essere in questo mondo li conoscevo da tempo. Ho registrato “Florida” con Davide Barbafiera e Andrea Del Bravo, è stata una cosa tra amici, l’ho fatta ascoltare a due o tre persone del settore per capire se era valida e tra le prime c’era Marco che tempo prima aveva organizzato il concerto di Sun Kil Moon a Milano, e Kozelek è un artista che mi ha sempre molto impressionato e influenzato.
Caso volle che a Marco questo pezzo sia piaciuto e stava pure aprendo un etichetta per cui mi ha chiesto se volevamo fare qualcosa insieme. Quindi, per dirla in sintesi, ho ottenuto un contratto discografico subito dopo aver registrato! Questa cosa fa molto incazzare il me stesso ventenne che ha suonato dovunque per anni, con uno sforzo mentale e fisico molto maggiore di quello che ho fatto oggi… però il bello di questo mondo è che adesso puoi entrare in contatto con molte più persone e forse anche per questo ci sono arrivato così in fretta.

Tu sei di Pisa ma adesso vivi a Milano. Ma dici che non c’è proprio niente da fare? Nel senso che se uno non è nato al nord deve per forza spostarsi per fare musica?
Dipende. Se ce la vuoi fare davvero, devi stare qua, a meno che tu non sia davvero un talento e quindi puoi permetterti di fare quel che vuoi. Ma se sei un emergente, Milano è la chiave. Io ce la sto facendo in altri campi, la musica è solamente l’espressione di me stesso, il mio obiettivo non è fare il musicista. Certo, a Milano c’è fermento, ci sono tanti concerti… I miei amici qui lavorano tutti nel campo della musica o nel cinema, nei videoclip. Milano ti offre tante cose, anche la possibilità di scegliere con chi vederti la sera. Dall’altra parte però, venendo io da una città di provincia come Pisa, mi accorgo che là c’è una genuinità che qui è assolutamente impensabile. Ho fatto esperienze stupende, musicalmente parlando, soprattutto in campo hardcore, cose che qui sono impossibili, anche per un discorso di conformazione della città stessa. Credo che il segreto per sopravvivere e per stare bene sia ingoiare bene gli svantaggi e farsi scudo dei vantaggi che una situazione o l’altra ti possono offrire…

[Grazie a Starfooker per le foto.]

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