Marta sui tubi – abbiamo sempre voglia di smuovere le cose, di cambiarle…

Postato il

IMG_2003

Intervista di Luca Franceschini, foto di Andrea Furlan

Terminato il tour di supporto a Salvagente, il disco che ne celebrava i dieci anni di attività, i Marta sui Tubi si sono imbarcati in un breve giro di qualche settimana, durante il quale si sono esibiti con la formazione a tre che avevano agli esordi, suonando per intero il primo disco Muscoli e Dei, unitamente ad altri episodi tratti dai lavori immediatamente successivi.
Un’occasione privilegiata per osservare in azione la prima, autentica incarnazione di questa band, quella che si è un po’ persa per strada dopo la partecipazione a San Remo e il successivo disco Cinque, la luna e le spine.
Ci siamo dunque recati al Tambourine di Seregno, venue importantissima per gli eventi live della Lombardia, che, constatiamo con sorpresa, è davvero pieno da scoppiare. Dopotutto questa è una band ormai davvero popolare e l’occasione è davvero di quelle da non lasciarsi scappare.

Pochi minuti prima del concerto, giusto per mettere la ciliegina sulla torta, vengo accolto nell’angusto backstage del locale, dove il batterista Ivan Paolini sta sorseggiando una birra in attesa di salire sul palco. Dopo qualche istante compare anche il chitarrista Carmelo Pipitone, mentre il cantante Giovanni Gulino mi dicono essere non pervenuto. Ne è nata una piacevole intervista con due musicisti davvero simpaticissimi e alla mano. Pochi i minuti a disposizione, ma davvero tante le cose che sono venute fuori…

IMG_1875

Dunque, inizierei con una domanda un po’ banale…
IP: Non ti azzardare a chiederci come mai ci chiamiamo “Marta sui Tubi” (risate NDA)!

No dai, per chi mi hai preso?
IP: Eh ma sai, di solito da una premessa così, poi si arriva a quello…

Ma no, è una cosa più focalizzata su quello che state facendo adesso. Vorrei chiedervi il perché di questo tour di “Muscoli e Dei”, visto che di solito queste cose si fanno in periodo di anniversario. Invece siamo nel 2015 e il disco, se non vado errato, è del 2003…
IP: Ottobre 2003, per la precisione, mentre invece il tour è iniziato nel 2004. La ragione di questa serie di concerti è semplice: abbiamo pubblicato la raccolta per i dieci anni e abbiamo fatto il relativo tour. Però “Muscoli e Dei” era distribuito da un’etichetta che non esiste più. Per tanti anni quindi non c’è stato modo di renderlo disponibile mentre invece ora, finalmente, abbiamo fatto la ristampa. Quindi non sono dieci anni, è vero, ma c’era questa ristampa da festeggiare e ci piaceva l’idea di riportarlo in giro.
E tra le altre cose, ne abbiamo approfittato per rispolverare un altro po’ di materiale datato: oltre a “Muscoli e Dei”, che in pratica suoniamo per intero, facciamo anche un po’ di pezzi da “C’è gente che vuole dormire”, qualcuno da “Sushi e Coca” e solo uno, “Divino”, dagli ultimi due dischi.

IMG_1926

Quindi immagino sia una necessità di suonare cose un po’ diverse, dopo aver messo su uno show da Greatest hits in precedenza…
IP: Certo, anche perché lì suonavamo molte più cose recenti.

Cosa significa per voi, andare a riprendere un repertorio così datato e anche piuttosto diverso da quello che fate ora?
IP: È stato un piacere! Tra l’altro, non è che ci abbiamo impiegato chissà quanto a metterli su, tieni conto che alla prima prova già li suonavamo! C’era già una bella atmosfera alle prove e poi il fatto di suonarli solo noi tre è stato un fatto normale, perché si tratta della celebrazione di un periodo in cui eravamo appunto solo noi tre. Poi ci sono comunque quelle canzoni che non abbiamo mai smesso di suonare: abbiamo la “Stairway to Heaven” della situazione, che è “Vecchi difetti” (ride NDA), che abbiamo riproposto anche in salse e umori per così dire “diversi”, come vedrai…
Quindi, da una parte ci siamo divertiti a stravolgere pezzi che non abbiamo mai abbandonato, dall’altra, abbiamo ripreso brani che suonavamo undici anni fa e che per tanto tempo erano spariti dalle scalette. Ad esempio, Giovanni all’epoca suonava il Groove Box, poi quando la formazione si è allargata abbiamo preso un‘altra impronta sonora ed è stato abbandonato; adesso invece abbiamo riportato il Groove Box sul palco.

IMG_1930

Una cosa che mi ha sempre colpito, anche le altre volte che vi ho visti dal vivo, è questo uso che avete sempre avuto della chitarra acustica, anche nei momenti più energici. È una cosa che poi è anche uno dei vostri marchi di fabbrica…
IP: Proprio perché siamo partiti come trio minimale, usare la chitarra acustica in modo eclettico, era anche un modo per acquisire delle sonorità un po’ diverse. Ci è sempre piaciuto avere una chitarra così, che non fosse solo una chitarra da falò. Posto che poi, la cifra stilistica sua (indica Carmelo, NDA) è tutto tranne che di chitarrista da falò (risate generali NDA)…
CP: Eh sì che ne ho fatti di falò (risate NDA)!
IP: Era quindi soprattutto un modo per differenziare il suono, visto che eravamo solo voce, chitarra, batteria e Groove Box…
CP: Se mi posso permettere, però, tutto è iniziato perché c’era una passione enorme per Nick Drake, che poi abbiamo condiviso anche con Giovanni. Lui ha sempre fatto dischi per chitarra e voce ma, soprattutto l’ultimo disco “Pink Moon”, ha un suono molto più pieno, che è dato dalla chitarra, come se ci fosse sotto un’orchestra intera, che ti fa pensare ad un qualcosa di finito, chiuso, non semplicemente abbozzato. Al tempo stesso, ascoltavamo anche tanto metal. Allora, come unire queste due anime?

In effetti c’è un feeling molto metal, quasi hardcore addirittura, in certe vostre composizioni dell’inizio…
CP: Ma certo! C’è sempre stato, in verità! Ci deve essere! È insito in noi, nella nostra cultura, nel nostro modo di suonare, è una cosa che abbiamo sempre avuto e che avremo sempre!

IMG_1954

Tra le altre cose, vi hanno sempre definito una band molto tecnica. Come vi trovate con questa definizione?
IP: Mah! La tecnica è un mezzo, non può mai essere un fine…
CP: Abbiamo sempre fatto canzoni. Quando ci mettiamo a suonare in saletta, per vedere cosa può uscire fuori, di solito si finisce sempre a fare jam. È una cosa che facevano anche i Pink Floyd, perdonami il paragone altisonante. Suoni due ore e mezzo improvvisando e poi vedi se, in quel lasso di tempo, ci sono tre minuti che vale la pena di sviluppare. Ecco, noi prendiamo sempre quei due o tre minuti. Anche in quel brevissimo lasso di tempo poi, succede che ci annoiamo e quindi cerchiamo di destrutturare il più possibile quel che abbiamo scritto, di uscire dalla linearità. Probabilmente il nostro stile così particolare viene fuori da qui…
IP: Siamo i critici più feroci di noi stessi. Se una cosa ci sembra derivativa, se ci annoia, la cambiamo. Abbiamo sempre voglia di smuovere le cose, di cambiarle. Non c’entra il con fare i tecnici a tutti i costi. Anche perché, in tutta sincerità, se dobbiamo misurarci sul piano della tecnica, c’è un sacco di gente molto più brava di noi! Ci sono musicisti che passano un sacco di ore sul proprio strumento…
CP: Sì, tanto che potresti dire che ci fanno sesso, col loro strumento (ride NDA)! Noi non siamo così. O meglio, all’inizio un po’ anche noi lo eravamo. Adesso invece, quando finisco di suonare non sono più un chitarrista e credo che neppure lui possa essere considerato un batterista quando non è dietro ai tamburi. Ci sono altre cose che amiamo fare! Certo, è impossibile eliminare totalmente questo aspetto dalle proprie vite, ci mancherebbe, però nello stesso tempo non stiamo neanche lì a pensare in continuazione alle cose che dovremmo fare coi nostri strumenti, ai miglioramenti…
IP: Ma poi, che parlare di tecnica riferito a noi è fuorviante, lo capisci anche dai riferimenti: per dire, io non citerei mai dei King Crimson, parlando di noi. Sono due universi totalmente distanti! Le cose che facciamo noi hanno una loro particolarità, ma per quanto contorta, non c’è mai un ghirigori fine a se stesso. Semmai, come dicevo prima, c’è la voglia di non annoiarsi…

IMG_2029

Per chiudere, una domanda questa volta davvero banale: progetti futuri? Anche perché l’ultimo disco ormai è uscito da un po’, il Best of l’avete fatto, vi state anche togliendo lo sfizio del tour celebrativo… forse che adesso vi prenderete un po’ di pausa?
IP: Ma va! La pausa ce la stiamo prendendo adesso (risate NDA)! Questo tour è già una pausa! Tu non hai idea di che cosa voglia dire lavorare a un disco nuovo: tra il pensarlo, scriverlo, registrarlo, pubblicarlo e promuoverlo, va via un sacco di tempo! Per dire, abbiamo iniziato a pensare alle nuove canzoni un paio di mesi fa, per cui immagino che si andrà nel 2016! Se anche ci mettessimo a lavorare a ritmi serrati, ci sarebbero comunque delle ragioni tecniche che ci impedirebbero di fare prima.
CP: Ma poi è anche un discorso di arrangiamenti: un pezzo deve sedimentare, ci devi lavorare bene prima di poter dire se va bene o no. Ci devi ritornare sopra e capire se funziona e se vale la pena di metterlo sul disco. A volte lavori tanto a una canzone e quando la vai a risentire non ti convince più…
IP: E dire che noi siamo anche abbastanza veloci, istintivi. Però a volte ti capitano quei pezzi che, semplicemente, anche dopo tanto lavoro, non funzionano.

Quindi dai, possiamo dire che c’è un nuovo disco nel vostro futuro…
IP: Diciamo che il piano è quello di lavorare a del materiale nuovo! Se poi si trasformerà in un nuovo disco è ancora tutto da vedere… (Risate NDA)
CP: Nel frattempo, continueremo a frequentarci! Negli anni i rapporti tra noi sono cambiati, magari non viviamo più a stretto contatto come prima, ma comunque è bello ogni tanto tornare a fare queste cose estemporanee tra di noi…

Che poi è una cosa anche particolare, tornare in un posto piccolo come questo dopo avere quasi riempito l’Alcatraz…
CP: Beh, è stato fatto apposta! Avremmo suonato alla Casa 139, se fosse stato per noi, ma non esiste più…
IP: Volevamo suonare esattamente dove avevamo suonato dodici anni fa ma è triste, perché a Milano quei locali non ci sono più! E sai, dodici anni fa per noi sarebbe stato impossibile suonare all’Alcatraz.
CP: A meno di affittarlo e di chiamare poi amici e parenti (risate NDA)!
IP: Comunque doveva essere così. Volevamo che fosse una cosa estemporanea: si chiuderà a fine marzo e per quest’estate abbiamo già preso delle date con la formazione a cinque…
CP: Anche perché se no gli altri due si suicidano (risate generali NDA)! Non vorremmo mai prenderci questa responsabilità…

IMG_2018

Il Tambourine è pieno zeppo e la temperatura è già salita di almeno mille gradi, quando i tre siciliani salgono sul palco. Boato assordante da parte del pubblico e poi il via alla festa con “Le cose cambiano”, “Volè” e “Muscoli e Dei”, un trittico magistrale da questo esordio discografico che ci rimette davanti agli occhi e alle orecchie, che cosa impatto deflagrante abbia avuto questa band quando, dodici anni fa, si è affacciata per la prima volta sulle scene.
Senza nulla togliere al materiale più recente, che dopotutto è quello che ha aumentato molto di più la loro visibilità, non si può non ammettere che sono questi i Marta sui Tubi che abbiamo imparato ad amare e che è questa formazione a tre, quella che preferiamo.
Lontani da ogni abbellimento e raffinatezza nel suono e negli arrangiamenti, Giovanni, Ivan e Carmelo generano comunque una potenza strepitosa, a tratti dirompente, con la chitarra acustica a riempire tutti i buchi, a dialogare costantemente con la batteria (che tira da maledetti anche senza il supporto del basso) e ad esibirsi talvolta in eccitanti fughe soliste. Il tutto sapientemente tenuto insieme dalla voce di Giovanni, molto “italiana” nel timbro e nell’impostazione ma nello stesso tempo sempre decisamente istrionica e carismatica nell’interpretazione dei pezzi.
Scaletta come anticipato affidata totalmente al vecchio repertorio: “Muscoli e Dei” viene eseguito per intero ma dai dischi successivi vengono suonati tanti brani graditissimi come “La tua argentieria”, “Perché non pesi niente”, “Via Dante”, “L’equilibrista”, che vanno di pari passo con i classici sempre presenti in scaletta e ascoltati anche nel recentissimo tour: da “Cenere” a “Divino”, da “La spesa” a “Vecchi difetti”; quest’ultima, dapprima trasformata in una divertente samba e successivamente eseguita in una terremotante versione metal, noncuranti delle proteste di qualche fan in prima fila, che avrebbe preferito l’interpretazione originale.

IMG_2156

Aggiungiamo che vedere Carmelo Pipitone fare headbanging come un pazzo scatenato, massacrando la sua chitarra acustica, non ha veramente prezzo.
Ad impreziosire il tutto è arrivato anche un sentito omaggio ad Ivan Graziani, con una bella esecuzione di “Pigro”, che era già stata incisa dalla band all’interno di un disco tributo al musicista romagnolo.
Tra un pezzo e l’altro, i tre scherzano tra di loro e col pubblico, dimostrando che per loro si tratta davvero di un’occasione di svago e di relax.
Un pubblico che, bisogna dirlo, è stato partecipe dalla prima all’ultima nota, cantando tutti i pezzi a memoria e tributando ovazioni a non finire. Non è da tutti avere dei fan così numerosi e appassionati, che seguono la band sin dalla prima ora, è senza dubbio un altro fattore che certifica il valore di questa band.
Un ottimo concerto dunque, che ha dato la possibilità di ascoltare dal vivo uno dei dischi più belli del panorama indie rock italiano anche a chi, come il sottoscritto, se lo era perso all’epoca.
“Scusate se siamo degli stupidi!”, esclama Giovanni congedandosi dal pubblico dopo l’ennesima gag. Dopo tutto, una battuta come “Stai Seregno!” deve averla pensata per tutta la notte precedente…
Imprescindibili.

IMG_2066

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...