Dimartino – Un paese ci vuole (Picicca, 2015)

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Articolo di Rachele Baglieri

Quello che colpisce al primo ascolto del nuovo album di Dimartino è il senso del viaggio, o forse del ritorno. Poesia e accessi melodici sono elementi che tornano in tutti i pezzi con forza evocativa e ricchezza di soluzioni sonore.
L’arpeggio del pianoforte accompagna la descrizione dei personaggi, dei paesaggi, dei luoghi del primo brano, Come una guerra la primavera, lungo tutto un percorso, quasi un’iperbole, che conduce con leggerezza “semplicemente a qualcosa che prima non c’era e che come una guerra torna…”.

Questo invito al viaggio e alla lentezza ci accompagnerà in tutti i brani e non poteva essere altrimenti essendo l’album stato concepito dall’artista su un autobus durante un viaggio in Messico, dove tra i crinali delle colline attorno ogni tanto intravedeva piccoli cumuli di case e poco distanti sagome di uomini sui muli, bardati con fasci d’erba e fiori. Immagini che l’hanno riportato alla sua Sicilia, a gesti, situazioni e fatti dati forse fino ad allora per assodati e un po’ scontati.
Il ritorno al suo paese e lo scambio di racconti col nonno, la cui voce è possibile ascoltare nel pezzo A passo d’uomo, dove con un po’ di nostalgia e in quello stesso dialetto che riporta alle origini dell’artista racconta di quando negli anni 50 con alcuni amici vide la prima macchina a scoppio, hanno condotto Dimartino a comprendere che il paese oltre che un luogo geografico è soprattutto una condizione umana in estinzione.
Per fare un Paese servono persone, regioni e case con fondamenta così come serve anche il viaggio stesso, materiale, di scoperta di nuovi luoghi al di là di tutte le frontiere che non dovrebbero separare. Ma anche e assolutamente intimo ed emotivo, lo stesso che spinge a non aver “niente da dichiarare sulla geografia che divide le anime”.
Il riferimento a Pavese nel titolo e in un tutto l’album è più che esplicito e, come un inno in forma di viaggio, Dimartino ci accompagna attraverso luoghi e ricordi e racconti per portarci alla consapevolezza che tutto torna e che, come spesso accade, il viaggio è necessario per riavvicinarci a casa.
Il paese è un’isola, un pezzo di terra nell’oceano, un borgo felice dopo una foresta, è una casa dove si è vissuto felice e dove albergano fantasmi, compagni di chiacchierate e passeggiate notturne.
E il miglior modo per arrivarci è col viaggio lento di chi parte in cerca di fortuna fuori e poi ritorna per le vacanze e non va più via.
Ci accorgiamo così che quel paese è sempre stato dentro di noi, che nel nostro cuore non abbiamo mai smesso di sentire e sentirci quell’isola. Le isole sono luoghi senza tempo pieni di contraddizioni. Sono forti loro, a bloccare con la loro imponenza il flusso dei mari. Sono inermi loro, dinanzi alla potenza della natura che sotto forma di vento e acqua le modella, le carezza, ne muta le forme. E quando vi fai ritorno non puoi smettere di ammirare quel cielo stellato che non riusciresti neanche a disegnare nella tua mente dalla stradina più buia di una città attraversata dalla sua frenesia. Così da cielo a cielo capisci tutto quello che sei senza dimenticare da dove vieni e dove vivi, sempre con lo stesso sfondo.

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Il senso dell’isola e di un tempo lento si fa strada in tutti i brani. Come in Una storia dal mare, scritta e cantata con Francesco Bianconi, dove ti accorgi che il passo lento non è noia o menefreghismo ma il ritmo naturale della vita, un modo di vivere che ti permette di assaporare le cose, ti rende libero e aggiunge un buon sapore all’esistenza: il suo sapore, scandito dal vento e dalle onde, nutrito dalla paziente attesa del cambio delle stagioni, fino a giungere a quell’estate che porta ogni anno, da anni, lo stesso amore che viene e poi va via, inghiottito dall’inverno.
…E ogni volta che l’inverno si dimentica di noi, dell’acqua, del sangue e del paradiso che ci siamo inventati, e che invece adesso è solamente una storia del mare”.La registrazione di questo pezzo, insieme a La foresta e a Case stregate è avvenuta in un’unica ripresa dal vivo. È stata montata la batteria nella cucina della casa in campagna di Dimartino, dove è avvenuta in quindici giorni la registrazione dell’album, sfruttando al massimo gli ambienti della casa come un vero e proprio studio di registrazione.
La foresta è un brano strumentale di Angelo Trabace, il pianista della band, che spezza il ritmo del disco dando l’impressione di ritrovarci travolti da una tempesta, legati ad un palo ad ascoltare un coro di sirene che non vogliono più sedurre, ma solo carpire il più a lungo possibile lo sguardo dei grandi occhi dei viaggiatori che portano dentro il proprio paese.
L’isola può apparire come un luogo illusorio, da dove fuggire perché arresta e non consente di vivere ma dove si torna perché ti insegna ad assaporare, addirittura apprezzare, il “limite”, costringendoti a fare i conti con te stesso e a comprendere che, anche se sembrava davvero impossibile, in fondo era così facile ed era tutto lì, che quell’isola c’è e un po’ lo siamo anche noi. E riconosciamo di esserlo quando ci rendiamo conto che il vento, le bufere, le mareggiate che tanto ci hanno sconvolto, in realtà hanno solo levigato e forgiato nuove parti di noi.
Come “i pensieri di una balena che si è persa cercando un po’ di felicità lontano dalla città, sembrava davvero incredibile e invece era così facile”…
Le Montagne è probabilmente il cuore dell’intero album. È la storia di due ragazzi che vivono in un borgo disperso tra i monti, uno dei due parte per la metropoli ma si porta dietro lo spirito delle montagne: “le montagne ti proteggeranno, le montagne seguiranno”.
E Livia risponde con la solita frase: “Un Paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene… tu aspettami se vuoi”.
L’inciso racchiude la celebre frase di Cesare Pavese contenuta ne La luna e i falò usata per dare il titolo del disco e che racchiude perfettamente il concept dell’intero album:
Un paese ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via.Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
L’album si chiude con un pezzo intriso di lirismo e melodia, dalle sonorità caraibiche come a rafforzare i contorni di questo paese di mare. L’acqua del mare, del mattino di pioggia, delle tasche e delle scarpe congeda l’ascoltatore che si fa cullare dal suono dolce della voce di Cristina Donà che rammenta che i segni di appartenenza non sono cancellabili né dal tempo né da qualsiasi altra esperienza: “tu riconoscimi dagli occhi o dalle linee delle mani basterà”.
Insomma, un album da assaporare, ascoltare e riascoltare, che riesce ad entrare nelle corde dell’anima, paese o isola che si voglia chiamare…


TRACKLIST
01 – Come una guerra la primavera
02 – Niente da dichiarare
03 – La vita nuova
04 – Da cielo a cielo
05 – Una storia del mare
06 – La foresta
07 – Case stregate
08 – L’isola che c’è
09 – Stati di grazia
10 – La montagne
11 – A passo d’uomo
12 – I calendari

 

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