Miami & The Groovers – un disco di confine, fra paradiso e inferno

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Intervista di Luca Franceschini, fotografie di Cristian Photocuba

Dei Miami & The Groovers e dello splendido release party per il loro ultimo “The Ghost King” ho già parlato più che diffusamente qui. È giunto invece il momento di approfondire il discorso, raccontando quello che Lorenzo Semprini, cantante, chitarrista ritmico e fondatore della band romagnola, mi ha raccontato nel backstage del Teatro Comunale di Cesenatico, a poche ore dall’inizio del primo dei due concerti in programma. Un’occasione privilegiata per andare ancora più a fondo di un lavoro che, ne siamo sicuri, lascerà un segno importante nel cammino di questa band…

Innanzitutto complimenti per il disco! Mi è piaciuto un sacco e adesso che vi ascoltavo durante le prove, devo dire che alcuni pezzi hanno acquisito un senso maggiore, mi sembra di averli capiti meglio…
Eh sai, il pathos del palco è sempre molto difficile da riprodurre in studio…

Mi avevi anticipato che sarebbe stato un disco diverso e da un certo punto di vista è vero, ci sono degli elementi nuovi. Mi verrebbe da dire che si tratta di un lavoro molto vario ma anche molto compatto, sicuramente anche grazie alla produzione, che è veramente curata. Credo che non abbiate mai avuto un suono così, davvero!
Ti ringrazio! Sai, noi come gruppo abbiamo sempre cercato di incorporare vari aspetti nella nostra musica: c’è il brano folk, la ballata, quello un po’ più garage, quello irish… Essendo noi una band, ognuno porta le proprie influenze, le cose che gli piacciono.
Siamo in un gruppo in cui ci guardiamo tutti molto in faccia: in fase di scrittura questa volta abbiamo deciso, di comune accordo, di semplificare certe cose, soprattutto le strutture dei singoli pezzi. Ci sono molti meno bridge, stacchi, cambi di tempo e cose così, che invece abbondavano molto di più nei primi due dischi, soprattutto in “Merry Go Round“. Abbiamo capito che volevamo essere molto più essenziali, insomma. Dopotutto il folk, il punk, se ci pensi, sono strofa e ritornello è niente più, e noi abbiamo voluto fare la stessa cosa, scrivere canzoni che avessero solo strofa e ritornello.
Con questa cosa in mente, siamo partiti: avevamo due brani, “Back to the Wall” e “Spotlight“, che avevamo presentato per la prima volta dal vivo proprio qui, un anno e mezzo fa, ma il brano svolta è stato “On The Rox“. Marco Ferri soprattutto ha fatto un bel lavoro di semplificazione a livello ritmico. Dal vivo lo conosci bene, sai che è un grande batterista, uno che suona in maniera mostruosa, però in studio devi capire che non sei sul palco, per cui devi farlo in modo diverso. Ha asciugato molto, ha fatto meno stacchi, è andato molto più dritto, ci è piaciuto davvero parecchio. E quello che in generale ci è piaciuto di questo brano è proprio il suo essere più asciutto: ha una struttura più semplice e anche il suono delle chitarre richiama molto meno quelle influenze del rock americano che come band abbiamo sempre avuto. Suona un po’ più britannico, più “moderno”, anche se questo è un termine che non mi piace. E poi diciamo che ha dato a me la possibilità di capire dove volevo andare con la scrittura dei testi. Questo non è un concept però a partire da questo brano ho capito che volevo andare in una determinata direzione.
Ho letto questo libro di Woodward che parla della vita di John Belushi e mi ha fatto capire che sia un personaggio famoso come lui ma anche le persone comuni come me e te, e chi viene ad ascoltarci, hanno tutti un problema di identità. Pensiamo di poter conoscere gli altri, semplicemente leggendo quello che scrivono su Facebook o su Twitter e quindi siamo superficiali, non scendiamo mai in profondità. Invece la storia di Belushi ti fa capire che la questione dell’identità è importantissima: nel caso suo, il volere che il personaggio che impersonava sul palcoscenico e nei film permanesse anche nella vita reale, questa coincidenza, è ciò lo ha portato a fare la fine che ha fatto.
In questo disco tutti personaggi combattono con la propria identità, dunque. Da qui il titolo “The Ghost King”, il re fantasma. Prima era re, per cui poteva modificare, decidere qualunque cosa con uno schiocco delle dita; oggi invece è un fantasma che vaga in giro ma che non ha più potere, non può più incidere su nulla. È un’ambivalenza che abbiamo tutti dentro di noi, tutti abbiamo un re fantasma dentro e la storia di Belushi è emblematica, da questo punto di vista. Per cui ho voluto sviluppare i testi attorno a questo tema.
E questa è appunto una tematica che non è triste, però non è neppure particolarmente allegra! Probabilmente è per questo, quindi, che ci sono dei pezzi che appaiono più tesi, in tono minore.
Però c’è anche un’altra cosa, da dire: l’altro giorno una persona che, come te, ha ascoltato il disco in anteprima, mi ha detto che secondo lui questo è un disco di “redenzione”. È una definizione che mi ha positivamente colpito: molti personaggi infatti sono lì lì per cadere negli inferi, ma alla fine non sai se ci cadono davvero. È un disco di confine, come tutti noi si muove su questa sottile linea tra paradiso e inferno, come del resto dice l’ultima canzone…

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Trovo che in generale questo sia un disco più maturo e consapevole Innanzitutto mi pare che tu sia maturato come scrittore di testi, sei diventato più impressionistico, lavori molto di più con le immagini. Del resto le cose che mi hai appena detto confermano questa cosa. Però direi che è un disco di maturazione anche nel senso che vi siete come resi conto che esiste anche il lato oscuro della vita, avete come intuito che uno a un certo punto deve guardarsi dentro. Questo non può non riflettersi sul sound, non credi?
Penso di sì. Dei quattro dischi che abbiamo fatto questo è sicuramente il meno rock, certi riferimenti ce li siamo fatti scivolare ma è stato anche il frutto di un’evoluzione umana. Il periodo compreso tra l’uscita di “Good Things” e oggi è stato un periodo in cui sono successe un sacco di cose, dal rapporto tra di noi, a quello con le nostre famiglie, con i nostri fan… Ci sono state cose belle e cose meno belle, ma tutto questo ha contribuito a farci crescere. La strada a volte si indica da sola, non sei tu che la scegli!
Quindi, forse anche per questo, c’è un po’ più di oscurità: basta leggere il titolo del disco, basta vedere la copertina… Se “Good Things” era una luce che vedevi alla fine del buio, e quindi l’accento era posto sulla luce, qui la luce la vedi lo stesso ma non è detto che il buio debba svanire… Lo sento molto come il disco più giusto dopo “Good Things”. È stato anche un disco difficile perché sai, quando ne fai uno che piace così tanto come quello, con canzoni che sono diventate anche degli inni, è molto difficile fare il passo successivo, perché il rischio è di fare un “Good Things parte seconda” e, francamente, non era quello che ci interessava. Per cui abbiamo deciso di seguire questa strada, che è stata in salita ma alla fine si è rivelata la migliore. E questi brani, seppur diversi, sono pure in continuità con quelli del nostro passato repertorio: non credo che ci sarà tanta differenza, dal vivo, tra materiale vecchio e nuovo, penso che si integreranno molto bene insieme, come tappe diverse di una stessa strada, anche se percorsa da questi personaggi…

Senti, ci sono due pezzi in particolare che mi hanno colpito, non solo per la loro bellezza ma anche perché sono le cose che forse più si discostano da quello che avete fatto in passato, quindi quelli dove questa differenza di cui parlavamo adesso viene fuori di più. La prima è “Hallelujah Man”…
Sì, mi piace definire “Hallelujah Man” come il nostro pezzo più “europeo”. Ci sento dentro un po’ di influenze balcaniche, gitane, anche per gli strumenti usati. È nata collaborando con Luca Angelici (il bassista NDA), che tirò fuori questo giro di basso a cui è stata poi costruita sopra la melodia e il testo. All’inizio la chiamavamo “Lost in Danzica” che era un titolo abbastanza cool, che richiamava abbastanza fedelmente le sue particolari atmosfere.
Credo che sia un brani che è semplicemente lo sbocco naturale di tutto quello che abbiamo fatto sul palco in questi ultimi anni: volevamo ripercorrere un po’ quel terreno, poi ci sono sempre piaciute quelle band tipo Gogol Bordello, che hanno quel tipo di mood gitano che è finito qui dentro. Alessio Raffaelli (il tastierista NDA) poi ha fatto un gran lavoro con la fisarmonica, ha tirato fuori una bella melodia che ha dato ancora più identità alla canzone. Vedo che è una di quelle che sta piacendo di più a quelli che hanno ascoltato il disco e ne sono molto contento, ovviamente…

La seconda invece è “We Can Rise”…
Quello è un brano scritto da Alessio. Ne abbiamo realizzato un provino chitarra e voce e poi ci abbiamo lavorato sopra in studio. Trovo che sia venuta molto bene, ci sono un bel po’ di incastri veramente belli tra gli strumenti, la viola di Federico Mecozzi (che ha suonato il violino in alcuni brani NDA), il piano, la chitarra molto avvolgente…
È forse la vera canzone di redenzione di questo disco. Lo è per quello che dice e perché arriva in un punto del disco in cui gran parte della strada è stata fatta. A differenza di We’re Still Alive, che era più un grido, un dire: “Io ci sono”, questa è più un’ipotesi, una possibilità: “Possiamo farcela”.

Anche l’atmosfera è più soffusa, in punta di piedi e credo contribuisca a questo messaggio…
Certo, ma poi è più che altro un dire che, a questo punto della strada, i piedi te li sei sporcati, quindi si può anche dire che ce la farai a risollevarti, come canto nel ritornello. Penso che siano due brani che caratterizzano molto questo disco, non a caso sono stati citati anche da altre persone, come pezzi che fanno drizzare un po’ le orecchie, che non sono immediatamente quello che uno si aspetterebbe. E trovo che sia giusto: a dieci anni dal primo disco, dopo tutta la strada fatta, non è detto che uno debba cercare la novità a tutti i costi. Abbiamo però cercato di non ripeterci e questa è stata una scelta piuttosto naturale.
Poi vediamo come le canzoni verranno recepite, ma sentiamo di avere fatto una cosa giusta, che ci piace e quindi non abbiamo nessun tipo di rimpianto.

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Altra cosa che mi ha colpito molto è “The King is Dead”, un pezzo che magari è più nelle vostre corde rispetto a quelli di cui abbiamo appena parlato, ma che comunque rimane bellissimo e che è quello dove forse si vede di più che cosa ha voluto dire l’introduzione del violino nel vostro sound…
Con Federico ci siamo conosciuti qualche anno fa. Lui suona assieme ad un cantautore di Rimini che si chiama Andrea Amati e che domani pomeriggio aprirà il nostro concerto. Da sei anni, inoltre, suona stabilmente con Ludovico Einaudi. Ha ventitré anni, è un musicista davvero talentuoso, scrive anche partiture orchestrali… farà un sacco di strada!
Ci siamo trovati molto bene con lui, soprattutto a livello umano, per cui abbiamo pensato di estendere la collaborazione. Il violino è uno strumento che abbiamo sempre amato molto, anche se non lo abbiamo mai utilizzato, se non un po’ sul primo disco. In queste canzoni invece ne abbiamo sentito proprio l’esigenza, ci siamo accorti che ci sarebbe stato proprio bene e abbiamo deciso di provarlo.
Per quanto riguarda il brano in questione,”The King is Dead” è nato chitarra e voce, è stata l’ultima canzone che ho scritto per questo disco. Mi sono sempre piaciuti i Decemberists, che è un’altra band che usa molto il violino e, come hai detto tu, questa è una canzone che è stata vestita molto bene, grazie a questa bella collaborazione tra organo e violino. Non a caso l’abbiamo scelta come brano di apertura del disco e del concerto, perché ti dà subito l’idea di questo nuovo sound. Sai, l’abbiamo scritta anche come una sorta di collegamento, di continuazione con il modo in cui finiva “Good Things”: là si diceva “We’re Still Alive”, qui “The King is Dead but I’m Alive”. Il re è anche qualcosa che è dentro di noi, come ti ho detto prima. Qualcosa è morto in noi stessi ma siamo rimasti vivi per cui direi che rappresenta un ottimo punto di partenza a tutto il disco, una sorta di ideale biglietto da visita.
Mi piace anche molto suonarlo dal vivo, ti dà delle sfumature molto diverse. Ti direi quindi che è anche uno dei miei preferiti! Poi sai, Federico è uno che ascolta di tutto, pur avendo una formazione classica e questo è molto importante, ha capito subito che cosa volevamo e lavorare con lui è stato davvero molto naturale…

Ma girerà con voi dal vivo, adesso?
Speriamo! L’idea è proprio quella di averlo in più date possibili… Anche perché alcuni brani senza vìolino saranno molto duri da suonare. Con questo disco è un discorso particolare, può anche darsi che l’assenza di certi strumenti ci porti o a riarrangiare certi brani oppure addirittura a non suonarli del tutto. Poi è ancora presto per fare previsioni: queste canzoni le dobbiamo ancora imparare a suonare, dobbiamo imparare a conoscerle. Stasera è proprio la prima volta in assoluto che le facciamo, due o tre le abbiamo provate un po’ in alcuni dei concerti precedenti ma non è la stessa cosa, oggi è proprio una prima, è una data importante e non ti nascondo che siamo anche un bel po’ emozionati…

Quella delle due date qui in teatro è una situazione per voi abbastanza famigliare ma il disco che suonerete è comunque nuovissimo: cosa dobbiamo aspettarci dunque per oggi e domani?
Sì, come hai detto tu, la formula della doppia data l’abbiamo già sperimentata, è una cosa molto bella per noi. Poi in questo caso specifico la risposta è stata davvero clamorosa! Sai, per una band che non ha nè management nè agenzia di booking, riuscire a riempire per due volte un teatro con gente che viene da tutta Italia e qualcuno addirittura dall’estero… Muovere tutte queste persone ci fa dire che in questi anni abbiamo seminato bene, ti dimostra ancora una volta l’affetto col pubblico, la stima reciproca…
Per quanto riguarda i concerti… beh, suoneremo ovviamente il disco nuovo per intero, sia sabato che domenica, unitamente al ripescaggio di un po’ di pezzi vecchi. Le scalette saranno diverse e ci saranno anche un bel po’ di ospiti. Stasera ci sarà Daniele Tenca che aprirà il concerto e poi canterà un pezzo con noi, due dei Nashville & The Backbones, che hanno fatto i cori in un brano del disco, poi ci sarà anche Massimo Marches, che ha suonato il mandolino… Insomma, sarà un po’ come tagliare il nastro di una strada nuova, e fa piacere avere così tante persone ai bordi che ti accompagnano. Saranno due concerti che daranno il via ad un nuovo cammino, il primo momento in cui poter testare davanti alle persone, davanti ai loro occhi e alle loro orecchie, le emozioni che queste nuove canzoni sapranno suscitare.
Ci piace anche molto l’appuntamento della domenica pomeriggio, che è una cosa che in Italia purtroppo non si fa mai…

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Esatto! Almeno per una volta non saremo costretti ad andare a casa alle due…
Infatti! Anche perché la maggior parte viene da fuori e quindi ci sarà un bel viaggio per tornare a casa… Comunque, la cosa che mi piace sottolineare è che c’è veramente tanto lavoro, per preparare al meglio due giorni così. Non solo a livello musicale ma anche logistico, di coordinamento. E quando sei una band come la nostra devi fare anche questo in prima persona, non puoi pretendere di essere solo quello che va sul palco, fa le sue canzoni ed esce!Ogni giorno sei costretto a lavorare su tante cose diverse. Non ci sono solo le cose più gratificanti, come il rapporto col pubblico, ma anche le cose più noiose, come ad esempio la gestione di tutti gli aspetti burocratici. Però ci riusciamo bene, per ora la risposta è positiva, quindi bene così! Sono cose che ti danno davvero tanta energia, tanta spinta per continuare…

Oltre a non avere un’agenzia di Booking, non avete neanche un produttore. Eppure avete tirato fuori un disco che ha davvero un gran suono…
Abbiamo notato che negli altri dischi il sound non era quello che riuscivamo a riprodurre dal vivo. Non a caso poi abbiamo fatto un disco dal vivo, dove il sound ci soddisfaceva in pieno. Per questo disco abbiamo cercato di stare più attenti al suono, alle scelte stilistiche, e lì poi è una sorta di alchimia che si mischia con ognuno di noi. Abbiamo scelto uno studio di Riccione molto bello, poi però che le cose escano bene dipende da un sacco di fattori. Abbiamo fatto le nostre cose con molta passione perché noi siamo così, siamo quelli che poi buttano il cuore oltre l’ostacolo nel fare le cose, però a volte questo è anche rischioso. Ad esempio, ci eravamo dati una deadline per averlo pronto per questo evento ma poi io ho avuto una sinusite fortissima che mi ha bloccato per quasi venti giorni, poi sono subentrati altri problemi logistici per cui abbiamo seriamente rischiato di non fare in tempo!
Per quanto riguarda il lavoro della registrazione vero e proprio, io penso che non esistano regole per registrare un disco. L’unica cosa in cui crediamo è che non si debba andare molto per le lunghe: non è tanto importante fare il disco perfetto, quanto essere sé stessi. Volevamo fare un disco che ci rappresentasse in pieno, con tutti i pregi e con tutti i limiti che abbiamo. Poi, come hai detto tu, è vero che questo disco è venuto fuori con un bel suono, ha molto più botta degli altri. Forse deriva anche dall’equilibrio, dal confronto che c’è tra di noi. Non abbiamo paura a confrontarci su vari aspetti, anche a costo di dire qualcosa di spiacevole per l’interlocutore…

Ecco, a proposito di questo: quanto potete dire, oggi, di essere una vera band? Te lo chiedo perché molto spesso si tende a identificare il gruppo con te…
Certo, ho capito cosa intendi, anche perché poi negli anni abbiamo avuto tanti cambi di formazione.Quella che abbiamo adesso però è il frutto di tre anni e mezzo di confronto tra le stesse persone, quindi direi che è una carta vincente. Le idee che puoi trovare per questo disco sono state portate po’ da tutti, quindi direi che questo è proprio un disco da band. Poi ognuno di noi è caratteristico, ha il suo ruolo nel gruppo ed è apprezzato e riconosciuto dal pubblico. Poi magari ci sta che il cantante sia quello che è maggiormente sotto i riflettori ma siamo sempre riusciti, nei dischi e nei concerti, a trovare il momento per valorizzare tutti.
Anche le varie scelte per la registrazione, le abbiamo fatte tutte insieme nonostante dal punto di vista logistico sia un po’ difficile vedersi perché abitiamo distanti e nessuno di noi è professionista, abbiamo tutti i nostri impegni. Però, la cosa bella è stato proprio fare un percorso tutti assieme, che poi è sfociato in questo disco.

A proposito di percorso: dieci anni fa usciva “Dirty Roads” e avete annunciato che domani lo omaggerete in maniera particolare. Non ti chiedo di anticiparmi nulla perché voglio che rimanga una sorpresa, mi interessa però sapere che cosa vedi oggi, guardando a questo disco…
È un disco a cui siamo molto legati:è stato il primo, ci ha portato molta fortuna e ci sono canzoni che ancora oggi continuiamo a suonare dal vivo. Ad ascoltarlo oggi, certo, fa sorridere, fu un disco totalmente scritto e suonato in casa, lo registrammo anche nello studio dove lavoravano persone che all’epoca erano molto vicine alla band.
Di sicuro ci sono delle ingenuità ma le canzoni resistono, sono buone, anche perché altrimenti non le suoneremmo più così spesso. È un disco che dice semplicemente: “Noi siamo questi, veniamo da qui, non ci vergogniamo di dire da dove veniamo e che cosa ci piace ascoltare. Con questo disco vogliamo provare anche noi a metterci per strada e vedere cosa combiniamo”…
E poi abbiamo avuto subito la fortuna di avere queste collaborazioni con Joe D’Urso, coi Gang… Tutte cose non scontate per una band agli esordi!
Ed è un disco che piace molto anche alla gente, a quanto pare! Continuano a chiedercelo e a comprarlo, non so più quante ristampe ne abbiamo fatto! È una cosa bella, davvero, anche perché alcune canzoni sono diventate dei classici: prendi per esempio”Tears Are Falling Down”. Un paio di volte abbiamo provato a non suonarla ma non abbiamo assolutamente potuto perché la gente si è arrabbiata (ride NDA)…

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Cambiando argomento: è veramente così tremenda la situazione musicale in Italia? Te lo chiedo perché mi sembra di vedere tantissime band ma tutte che fanno un po’ fatica a tirare avanti. Nel vostro caso, piuttosto indiscretamente, mi piacerebbe sapere se vi basta continuare così o se pure, in qualche modo, sperate che qualcosa si smuova, se vi aspettiate di crescere un po’ di più…
Guarda, a me piace sempre guardare il bicchiere mezzo pieno. Quindi mi viene da dire che siamo parecchio fortunati, per tutti i concerti che facciamo, per il seguito che abbiamo. A questo livello, di band indipendenti che riescono a fare quel che facciamo noi le puoi contare davvero sulle dita di una mano. Certo, la situazione non è facile, non sto a ripetere perché, lo sappiamo tutti.
Quella che forse è la cosa più difficile da digerire, è il vedere pochissimi ventenni ai tuoi concerti. Quindi ci sarebbe tutto un discorso più profondo da fare riguardo alla fruizione della musica: oggi se ne ascolta tanta ma in maniera disordinata, senza criterio, anche un po’ svogliatamente…

Ma scusami, è un problema di genere o è un po’ tutta la musica in Italia ad essere messa così?
Mah, non saprei! Di sicuro il nostro genere in Italia non è proprio popolarissimo…

In effetti la scena tipica è vedere San Siro pieno per i concerti di Springsteen quando poi le stesse persone disertano gli act più piccoli che però fanno delle cose simili…
Sì, però bisogna anche distinguere: c’è l’evento e c’è il concerto. Oggi c’è più l’idea di partecipare all’evento, piuttosto che quella di andare ad un concerto. Molti di quelli che vanno a vedere Springsteen, di lui non hanno mai ascoltato un disco. Oddio, poi magari non è così ma francamente ho i miei dubbi…
Quindi, boh, effettivamente i ventenni ai concerti rap ci vanno, quindi forse è davvero solo un problema di genere…
La cosa forse più triste sai qual è?Che forse, unendo un po più le forze tra artisti e addetti ai lavori, qualche risultato in più si potrebbe ottenere. A volte magari viene valorizzata di più la cosa che viene dall’estero mentre la cosa Italiana, che magari è valida, viene apprezzata ma con riserva. Quindi credo che bisognerebbe osare di più su certe cose, spendersi di più per farle ascoltare. Poi magari non ti cambia così tanto, però è giusto che chi è sulla strada da tanto tempo possa dire di non sentirsi di categoria inferiore rispetto a una nuova band americana che magari ha fatto un disco con due chitarre acustiche e un violino e viene incensata solo perché la scena folk nasce lì, mentre invece noi per forza di cose dobbiamo sempre fare quelli che copiano.
Di cose valide in Italia ce ne sono, quindi sarebbe bello farle conoscere. Mi piacerebbe, magari per una volta, fare qualche concerto unendo quegli artisti che negli ultimi anni in Italia hanno fatto delle cose importanti. Mi piacerebbe vedere che risposta potrebbe avere un’iniziativa così, unendo le band, mischiando il pubblico… Poi è normale che quelle che sono da più anni sulla strada hanno più visibilità per cui magari alcuni non vogliono condividere…

Un po’ lo fate già, mi pare…
Sì, a Rimini lo facciamo coi Glory Days e con Risuona Rimini e devo dire che la risposta è sempre molta. Non è che esista una scena, però ci sono diversi artisti che hanno delle cose in comune. Sarebbe bello fare tre date, Milano, Torino, Roma, mettere sul piatto questa cosa e vedere cosa succede, come reagisce la gente. Tanti si lamentano ma poi non sono molti quelli che si muovono per andare a sentire i concerti. Magari però, unendo le forze, qualcosa potrebbe migliorare. È lo stesso principio per cui noi i nostri concerti li facciamo aprire ad altri musicisti, sperando che magari il nostro pubblico si interessi a loro, compri il loro cd e cose così. Facendo così il tuo pubblico poi mica lo perdi, eh! Si tratta semplicemente di allargare gli orizzonti. Mica possiamo metterci a fare le guerre di religione tra di noi, anche perché stiamo parlando di numeri talmente piccoli che, se non ci aiutiamo tra di noi, tutto è destinato a scomparire…

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