Tutti i padri vogliono far morire i loro figli – troppo spesso si dice Pasolini

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Articolo di Sabrina Tolve.

Sono un abituée del Teatro dell’Orologio. Credo che a Roma sia uno dei pochi teatri con un cartellone sempre originale e di qualità, con gli occhi aperti su mondi che altri teatri tengono ben nascosti. Per me l’Orologio è sinonimo di ottimi spettacoli, quindi mi sono letteralmente scapicollata per vedere questo testo presentato come pasoliniano, basato su Affabulazione, Tutti i padri vogliono far morire i loro figli di Fabio Morgan e Leonardo Ferrari Carissimi.
Le critiche erano abbastanza positive e quasi tutte entusiastiche. Ecco. Quasi tutte.
Per la prima volta da quando vado all’Orologio ho arricciato il naso e ho pensato seriamente di abbandonare la sala. Ma ho resistito perché ho tentato di capire dove il tutto volesse andare a parare.
Recitazione forzata e grottesca (personalmente salvo, in realtà, soltanto Mauro Santopietro perché è talentuoso e si vede, nonostante io mi chieda perché mai un attore senta la necessità di recitare certi personaggi in quel modo), scrittura con lacune impressionanti e banalità degne di uno spettacolo fatto da ragazzini di prima media, personaggi senza alcuno spessore, se non l’apparenza di ideali più o meno condivisibili, o la somiglianza sciatta a Pier Paolo per dare un volto alle sue idee.

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Se l’intento era quello di riportare il conflitto generazionale e lo scontro inevitabile tra libertinaggio e totale assenza di morale (chiamasi padre sessantottino) contro una sorta di conservatorismo e reazionarietà (chiamasi figlio laureato in filosofia), questo finto sogno tragico(mico) era veramente poco auspicabile.
Non ci sono nessi con la tragedia greca, la punizione che il figlio s’infligge è dettata dalla sua debolezza, il conflitto non s’allarga, ma resta chiuso tra quattro mura di casa e due cosce di donna.
Non serve far finta di aver capito Pasolini e i suoi meravigliosi scritti corsari per mettere in scena uno spettacolo così. È proprio inutile parlare di Pasolini per dare adito agli spettatori di essere parte attiva in un qualcosa che non coinvolge e che si piega (malamente) alla scrittura del sogno per essere innovativi. Che poi il sogno, diciamolo, sta diventando un capro espiatorio davvero estenuante.
Ad ogni modo, Pasolini non è questo, né la sua immagine straziata dalla morte e fotografata – all’interno della scena – dal padre libertino, fedifrago, bugiardo, psicopatico e non si sa cos’altro.

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Pasolini in questo spettacolo c’è in qualche battuta riformulata, nell’idea di fondo della borghesia che riesce a cambiare lo status quo solo in quanto borghesia, nell’assenza di padri troppo attenti a sé stessi e figli soli. Si poteva fare diversamente, si poteva fare meglio. Si poteva fare tranquillamente a meno di questa piéce.
Anche perché ormai si tenta di riportare Pasolini in ogni dove, nei peggiori modi possibili, come uomo della verità. Ebbene, sono d’accordo: non avremo mai più in Italia un uomo come lui. Ma prima di sporcare il suo nome o di elargirlo o di darlo ai porci – perché è una perla rara -, dovremmo renderci conto che probabilmente non lo abbiamo ancora capito fino in fondo, che le sue idee possono essere ancora confutate, ma da intellettuali preparatissimi. Cosa che noi non siamo né possiamo tentare d’essere ancora. Non ne siamo in grado, quindi è meglio tacere.
Per il bene del suo nome, e in nome di una cultura che noi non abbiamo.

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[Grazie a Manuela Giusto per le foto]

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