Gov’t Mule @ Alcatraz – Milano, 20 Maggio 2015

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Articolo di Fabio Baietti Immagini sonore di Federico Sponza

Da un gruppo come i Gov’t Mule si pretende sempre il massimo, che la performance sia la cosa più prossima alla perfezione artistica, vista la qualità dei musicisti.Tra insoddisfazioni oggettive (locali dall’acustica indecente) e piccole recriminazioni personali, (durata del concerto, scaletta, etc…) in tutti questi anni non ero ancora riuscito a “vivere” il mio concerto “perfetto” di Warren Haynes e soci. La serata dell’Alcatraz “riporta tutto a casa” e lascia un ricordo indelebile per suoni e immagini.

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Un suono decisamente più “morbido” rispetto al granitico hard-blues di qualche anno fa si accompagna alla consueta, marcata predisposizione all’improvvisazione. Così come la commistione di generi non si pone come arida traduzione della sconfinata cultura musicale dei Nostri, ma risulta un fluire unico e senza interruzioni di good vibrations. Un giro tra i sobborghi di Kingston, con Bob e Toots come guide d’eccezione. Echi accennati di Messico e Irlanda, con Van che approva imbronciato una Tupelo Honey incastonata come un diamante nella Soulshine che avrei voluto sempre ascoltare. Il Dirigibile che si insinua nella “paura gelata” e il racconto dei 30 giorni nella buca passati dagli Humble Pie. Salire senza affanni le scale del condominio della Musica e ad ogni piano trovare piccole, grandi peculiarità. Suonare il campanello al Rock, alla Psichedelia, al Jazz, al Soul, al Reggae. Sotto lo stesso tetto famiglie diverse tra loro, ma non nell’accogliere a braccia aperte lo sconosciuto che viene a fare visita. Terminate le rampe si arriva al terrazzo, dove si respira Blues a pieni polmoni e i tetti di Milano assomigliano a quelli di Memphis.

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E nell’aria frizzante di fine Maggio percepisci che la gratitudine è dono che alcuni tramutano in note e assoli. In emozione pura. La versione di The Thrill is gone ne è l’appassionata prova e, con i brividi nell’animo, ti sembra di scorgere la paciosa mole di BB King accarezzare le corde della sua Lucille. E se hai un’anima che non ha appeso il cartello “chiuso per ferie” riesci a commuoverti quando Endless Parade termina di lavorarla ai fianchi. Versione splendida, vertice assoluto della serata. E riesci ad inorgoglirti quando, per l’ultimo bis, vedi sul palco Fabio Treves e Fabio Drusin soffiare nelle loro armoniche. Perché il rispetto per chi ti ospita per alcuni Artisti è ancora un valore importante. Il fluire dei suoni è incessante. Echi di Hammond ad addolcire vetuste spigolosità, a riempire gli spazi lasciati liberi e nel proporsi come solista (Danny Louis), il ritmo di un basso meno ossessivo, quasi sottotraccia, ma capace di ergersi anche a protagonista (Jorgen Carlsson). Un drummin’ poliedrico nel sostenere la potenza elettrica della chitarra, assecondandone i rallentamenti e le furiose ripartenze. Un Bignami di ciò che significa stare dietro ai tamburi (Matt Abts).

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E poi ci sarebbe pure Warren Haynes. Forse il mio musicista preferito degli ultimi 10 anni. Per il modo sereno, senza fronzoli, di stare sul palco. Per la sua voce che scalda il cuore e la sua chitarra che incide l’anima. Insomma , come dice bene il maestro Mauro Zambellini, “..per come ha tenuto in vita la concezione libera, spontanea, versatile e jammata del rock’n’roll senza pavoneggiarsi nella tecnica e nel virtuosismo”. I Muli hanno ancora molto lavoro da portare a termine. Noi siamo al loro fianco.

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