Nashville & Backbones – Cross the River (Autoprodotto, 2015)

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nash

Articolo di Luca Franceschini.

I Nashville & Backbones sono di Rimini e fanno parte di tutta quella nutrita scena musicale dell’Emilia Romagna che da anni è tra i punti più artisticamente attivi del nostro paese. Ci sono loro dietro l’associazione Risuona Rimini, che organizza sempre tantissimi eventi interessanti ed è molto attiva anche sul fronte delle iniziative benefiche.
Avevano pubblicato un disco d’esordio nel 2012, intitolato “Haul in the Nets” e adesso tornano con questo nuovissimo Cross the River.
Personalmente, ho sentito parlare di loro per la prima volta ascoltando “The Ghost King”, dei Miami & The Groovers (la band di punta di questa scena ricchissima) perché il chitarrista Marcello Dolci e il tastierista Michele Tani avevano partecipato in veste di guest alle registrazioni del disco.
Durante il concerto di presentazione dell’album li avevo poi visti in azione assieme alla band e la curiosità di sentire le loro canzoni era aumentata.
Oggi che ho “Cross the River” tra le mani, posso dire che ne valeva la pena e che si tratta di un lavoro che merita assolutamente di essere ascoltato.
I Nashville & Backbones (come anche il monicker scelto fa supporre) guardano all’America più che alla Romagna. Ce ne sono tante, di band italiane che si sono votate totalmente al rock a stelle e strisce e questo, spesso e volentieri, genera un dibattito sterile sul fatto se sia giusto o meno rifarsi a dei modelli estranei alla nostra tradizione.
Il problema, l’ho sempre detto, è uno solo: se le canzoni sono buone e se chi le scrive ha personalità, tutto il resto diviene assolutamente secondario.
I Nashville & Backbones, appunto, sono bravi e sanno davvero come si scrivono brani di qualità.
Musicalmente parlando, guardano tanto alla West Coast e gente come Eagles e CSNY devono essere stati in lista ai loro ascolti quotidiani per tanti, tantissimi anni.
Lo si sente soprattutto da come usano le voci: Marcello Dolci, Michele Tani e il chitarrista Matteo De Angeli giocano tantissimo con le armonizzazioni, che sono sempre tante e che donano grande profondità ad ogni singolo episodio.
C’è comunque anche tanto Country e tanto Folk, nei solchi di questo album: il banjo fa spesso capolino e l’impronta sonora è quasi sempre data dalla chitarra acustica, oltre che dal violino.
Si chiama “Cross the River”, questo cd, chiamando in causa una metafora evangelica e tutta un’epopea che va dal Blues, al Gospel, passando per il Rock and Roll (non c’è bisogno di ricordare come Bruce Springsteen ha intitolato uno dei suoi dischi più famosi) ma prima ancora consacrato da grandi voci della letteratura come William Faulkner e Flannery O’ Connor.
Ma oltre che fiume, questo disco trasuda deserto. È “Desperado” il disco che più mi verrebbe da evocare ascoltando certi episodi: le atmosfere western del capolavoro degli Eagles sono presenti soprattutto in “Clueless” ma anche nell’iniziale “Tell It Like It Is”, breve intro che funge da dichiarazione d’intenti, prima della drammatica “Stone”, uno dei brani migliori del lavoro (di sicuro è quello con le linee vocali più belle) e l’episodio ideale per farsi un’idea di chi sono questi N&B.

foto nashville-

Un disco che comunque sa essere sufficientemente vario, al suo interno: ci sono brani più ariosi e spensierati come “Coming Home” o “Thinking of You”, divertissement in cui si raccontano con una buona dose di ironia e a colpi di rock and roll (“This Song”, da questo punto di vista, diventerà imprescindibile dal vivo, ma anche “Backbones” e la conclusiva “The Ballad of Recap” sono in grado di far alzare la gente dalle sedie), intense ballate romantiche con uno spessore vocale che a tratti ricorda i migliori Everly Brothers (“Hold me”, “Stood on the Hill”), persino uno pseudo reggae dal sapore caraibico (“Spirit of the Summer”).
Ma se dovessimo trovare un’unica ragione per cui “Cross the River” vada acquistato, allora questa è senza dubbio la title track: tredici minuti intensissimi, una suite epica che vive di continua alternanza di melodie e di atmosfere, una narrazione a tre voci in cui i personaggi sono interpretati da tre membri della band (la voce femminile è della bravissima Elisa Semprini, che sul disco si occupa anche del violino), che raccontano in prima persona la storia di un tormentato e pericoloso triangolo amoroso, sullo sfondo di un fiume che tutto vede e che sembra incarnare il destino a cui essere umano appare misteriosamente soggetto. Un brano favoloso, vicino, per atmosfera e intensità, a quell’altro capolavoro che è “Dry County” dei Bon Jovi (all’epoca in cui ancora sapevano scrivere canzoni), un brano dove i sei riminesi hanno messo tutto ciò che sono, tutto ciò che inseguono in questo momento; un brano che, lo ripeto, da solo vale l’acquisto del disco e di cui non vedo l’ora di verificare la resa live.
E poi non bisogna tralasciare di dire che tutto l’album è prodotto e suonato benissimo: di per sé potrebbe non essere importante, soprattutto se consideriamo quanto ora sia più facile uscire con un lavoro di buona qualità. Ma si sta parlando di una band indipendente che, immagino, non ha molti mezzi a propria disposizione, oltre che poi la tecnologia non basta, bisogna anche saperla mettere a servizio delle proprie idee.
Due soli, a ben vedere, i problemi di cui soffre “Cross the River”: in primo luogo i testi. In un genere come il loro, dove praticamente tutto è stato detto, occorre davvero una profondità in più e una grande capacità espressiva per non risultare banali. Ecco, pur se deve essere riconosciuto ai N&B il merito di aver voluto affrontare i grandi temi della vita, di aver cercato di esplorare quelli che sono i temi universali del rock, dal viaggio, al ritorno a casa, dall’amore per la propria donna, alle difficoltà del quotidiano, è indubbio che quasi mai si raggiungono vette memorabili.
Cosa che, di per sé, non sembra essere troppo grave: scrivere dei bei testi è prerogativa di pochi, di pochissimi forse, per cui è meglio non pretendere troppo e gioire del fatto che la musica invece riesce ad andare dritta al punto.
E qui, però, veniamo al secondo problema: perché “Cross the River”, a voler essere pignoli, è un po’ troppo lungo. 14 brani per 60 minuti di musica è, almeno a mio parere troppo, in un’epoca in cui c’è una disponibilità illimitata di prodotti e l’ascolto si sta facendo via via distratto e sfuggente. Occorrerebbe tornare ai 35-40 minuti di durata che era tipica dei vinili, anche perché sopra quel tempo mantenere alto il livello del songwriting diventa davvero difficile.
Dal canto loro, i sei romagnoli ci sono riusciti abbastanza bene, ma rimane il fatto che se si fossero concentrati solo sui 10 pezzi migliori di questo disco, adesso saremmo qui a gridare al capolavoro.
Ma, ripeto, si tratta di pignoleria. Siamo comunque di fronte ad una piccola gemma del Classic rock targato Italia, un disco che tutti quelli che amano queste sonorità devono assolutamente ascoltare. Con l’augurio di vedere i Nashville & Backbones girare il più possibile la nostra penisola perché un gruppo così deve assolutamente essere conosciuto.

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