Elio Vittorini – Uomini e no (Bompiani, 1945)

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evittorini

Articolo di Sabrina Tolve

«[…]
Noi presumiamo che sia nell’uomo soltanto quello che è sofferto, e che in noi è scontato. Aver fame. Questo diciamo che è nell’uomo. Aver freddo. E uscire dalla fame, lasciare indietro il freddo, respirare l’aria della terra, e averla, avere la terra, gli alberi, i fiumi, il grano, le città, vincere il lupo e guardare in faccia il mondo. Questo diciamo che è nell’uomo.

Avere Iddio disperato dentro, in noi uno spettro e un vestito appeso dietro la porta. Anche avere dentro Iddio felice. Essere uomo e donna. Essere madre e figli. Tutto questo lo sappiamo, e possiamo dire che è in noi. Ogni cosa che è piangere la sappiamo: diciamo che è in noi. E ogni cosa che è il furore, dopo il capo chino e il piangere. Diciamo che è il gigante in noi.
Ma l’uomo può anche fare senza che vi sia nulla in lui, né patito, né scontato, né fame, né freddo, e noi diciamo che non è l’uomo.
Noi lo vediamo. È lo stesso del lupo. Egli attacca e offende. E noi diciamo: questo non è l’uomo. Egli fa con freddezza come fa il lupo. Ma toglie questo che sia l’uomo?
Noi non pensiamo che agli offesi. O uomini! O uomo!
Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo. Lagrime? Ecco l’uomo.
E chi ha offeso che cos’è?
Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo. Che cosa può essere d’altro? Davvero il lupo?
Diciamo oggi: è il fascismo. Anzi: il nazifascismo. Ma che cosa significa che sia il fascismo? Vorrei vederlo fuori dell’uomo, il fascismo. Che cosa sarebbe? Che cosa farebbe? Potrebbe fare quello che fa se non fosse nell’uomo di poterlo fare? Vorrei vedere Hitler e i tedeschi suoi se quello che fanno non fosse nell’uomo di poterlo fare. Vorrei vederli a cercar di farlo. Togliere loro l’umana possibilità di farlo e poi dire loro: Avanti, fate. Che cosa farebbero?
Un corno, dice mia nonna.
Può darsi che Hitler scriverebbe lo stesso quello che ha scritto, e Rosenberg lui pure: o che scriverebbero cretinerie dieci volte peggio. Ma io vorrei vedere, se gli uomini non avessero la possibilità di fare quello che fa Clemm, prendere e spogliare un uomo, darlo in pasto ai cani, io vorrei vedere che cosa accadrebbe nel mondo con le cretinerie di loro.»

uomini e no

Sì, forse è un incipit un tantino lungo.
Ma quando ho letto Uomini e no, ho pensato che questo fosse il nucleo del libro.
Non c’è una dicotomia portata avanti da Vittorini. Non si parla qui, di chi è uomo e di chi è no. Si parla di quel che è umanità, e di quello che non lo è, nell’uomo.
Scritto nel 1944, durante la Resistenza, e pubblicato nel 1945 da Bompiani, subito dopo la fine della guerra, in pieno clima Liberazione, questo è stato probabilmente il primo libro a raccontare, durante i fatti, quel che è stato.
E quel che è stato non ha punti chiari: ha punti certi, sì, tra tutti che la Resistenza, e la liberazione dal nazifascismo poi, era cosa necessaria, un bisogno urlato e portato avanti con attentati e bombe. Perché era giusto.
Ma apre anche a tutta una serie di dubbi su quel che è sul serio l’umanità, su cosa sia veramente l’uomo e perché agisca in un determinato modo, perché in ognuno si alternino bestialità ed essere uomo, perché ci si rassegni, perché ci sia una divisione così sottile tra razionalità e istintualità, apre anche a una nuova immagine della speranza.
La storia è quella di un partigiano, di cui conosciamo solo il nome dettato dalla Resistenza: Enne2.
Eppure, quel che vediamo, non sono solo i suoi atti politici e strategici per abbattere la dittatura assieme ai compagni; il libro è intessuto di tutta la problematicità dell’uomo Enne2, che non è solo il partigiano, ma è anche l’uomo: un uomo tormentato dall’amore per una donna sposata che lo ama, ma che sente di non poter lasciare il marito.
Tra gli atti di Resistenza e la figura così sfuggente di Berta, ci sono capitoletti in corsivo che spezzano il ritmo incalzante dei dialoghi umili e febbrili portati avanti dagli altri personaggi, e puntano lo sguardo sull’intimità di Enne2, sul modo in cui la solitudine l’attanaglia e la riflessione lo sfianca.
Nell’immagine frammentata di questa donna appassionata che non riesce a scegliere, e del protagonista che l’aspetta, e aspetta la morte, entrambe in maniera ferma e risoluta, c’è tutta l’intessitura della barbarie nazifascista, degli atti di rappresaglia, delle fucilazioni, della disperazione e della presa di coscienza di dover cambiare il corso della storia, a partire dai piccoli atti verso sé stessi, per poter essere liberi dal proprio fascismo, ed essere felici.
Ma l’essere felici e grati nei confronti di sé stessi, è qualcosa che dipende unicamente dall’individuo: Enne2 cerca Berta nei suoi ricordi di bambino, ha il suo vestito appeso alla porta della propria stanza – unica cosa viva e che li lega, più dei morti a Largo Augusto, più delle lacrime, più dell’attesa e della rassegnazione, più dell’insicurezza, più di tutto. E il suo cercarla continuamente, non lo rende felice.
Forse, quel che cambia realmente l’uomo non è nemmeno l’immagine della speranza, presente in piccoli atti in chiusa, ma pur sempre utopica: è capire che siamo così misteriosamente umani, da fuggire la felicità tutte le volte che abbiamo la possibilità d’acciuffarla, fino a rendere la nostra vita un inanellamento di sofferenza che insistono uno dopo l’altro.
Ma tra felicità e sofferenza, la riflessione e il pensiero non devono mai mancare. Perché tentare di comprendere la realtà è il passo primario dell’essere uomini. Il resto è no.

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