Le calze di Marisa e altre storie – Vittoria Speltoni

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Articolo di Giuseppe Spanò Greco

Il 4 giugno di quest’anno ho ricevuto l’invito a partecipare alla presentazione del libro dell’amica Vittoria. Non ci conosciamo da molto, ma condividiamo un’esperienza che ha reso in qualche modo palpabile una simpatia, un feeling particolare verso il sociale. E’ stato più che sufficiente per rispondere favorevolmente senza chiedermi e chiederle nulla. Si presentava un libro che poneva l’accento sulle persone che per varie ragioni scivolano nel labirinto dei disturbi psichici o psicotoci. Dopo l’intervento delle persone coinvolte nel progetto editoriale e di altre presenti ho sentito il bisogno di ringraziare Vittoria per avermi invitato e per avermi permesso di ricordare, a me stesso innanzitutto, quanta fortuna abbiamo noi “normali” rispetto alle tante, tantissime, persone che noi non riusciamo a far sentire altrettanto “normali”.

Fin da quel momento, e ancor più leggendo “Le calze di Marisa …e altre storie”, mi è riaffiorato alla mente il titolo di un libro – “L’io diviso” di R. D. Laing – letto tanti anni fa nemmeno per intero e senza averne capito la profondità. L’ho riletto recuperando considerazioni che credo diano ancora più forza alla chiave di lettura delle storie raccontate da Vittoria. Forse, anzi sicuramente, non sono capace di comprendere fino in fondo i termini scientifici utilizzati per definire e descrivere i disturbi psichici, ma a me pare che ciò che fondamentalmente unisce i due testi sia l’affermazione che tutti, comunque considerati o classificati, siamo persone e se questo termine ha un senso dovremmo assumere di conseguenza comportamenti coerenti. Il primo passo in tal senso forse è quello di non fermarsi davanti alle categorie e alle classificazioni imposte dalla società scientifica, e non solo, tradizionale. Quest’ultima appare più interessata a consolidare la difesa dei più abbienti, piuttosto che concentrare i propri sforzi nella difesa dei più deboli. Andare oltre a questo atteggiamento può consentirci di non far attecchire, nell’animo di ciascuno, la paura del diverso, del cosiddetto “anormale”, la paura nei confronti di coloro che non utilizzano e non conoscono la nostra stessa logica.

Occorrerebbe, quindi, considerare il disagio o i disturbi che ciascuno di noi potrebbe provare, e che potrebbero tradursi in nevrosi se non addirittura in comportamenti psicotici, non come stati d’animo distanti da quelli “normali”. Il confine tra la normalità e qualcosa di diverso non può semplicemente essere dedotto dal paragone tra una condizione sociale o economica e un’altra: il ricco “disturbato” è considerato un originale, il povero, invece, è semplicemente un pazzo pericoloso da rinchiudere. Laing sostiene che dal comportamento di una persona si possono dedurre, da una parte, i segnali di una “malattia” e, dall’altra, l’espressione dell’esistenza di quella stessa persona. L’attenzione è rivolta, quindi, verso la persona ed il suo agire per rintracciare certamente i sintomi del disagio, ma ancora più per porsi in ascolto, conoscerne la storia e comprenderne la sofferenza. Quest’attenzione affettuosa è quella che pervade tutto il lavoro di Vittoria e delle sue amiche. I racconti altro non sono, in fondo, che dei frammenti delle esistenze delle persone seguite dall’Associazione. Non a caso il libro si apre con una citazione di Alda Merini: “Di fatto, non esiste pazzia senza giustificazione e ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini”. Vittoria ha raccolto l’invito a cogliere e rispettare questa “inaudita sofferenza” scrivendo un testo pervaso da una grande umanità e valorizzazione della vita di coloro che sono messi in disparte. Vittoria con questo suo lavoro ci ha riportato davanti allo specchio da cui ostinatamente fuggiamo per non vedere la feroce tristezza che inonda i nostri cuori per tutta l’umanità che abbiamo perduto. Da quest’impoverimento pericoloso e persistente deriva che l’aggiungerci alla schiera dei “senza normalità” ed essere, a nostra volta, accantonati, dimenticati, nascosti al mondo, e probabilmente fin anche a noi stessi, diviene quasi indolore e inconsapevole.

I racconti offerti da Vittoria, toccanti, divertenti, autentici, ironici e drammatici tutt’insieme sono “storie di strategie di sopravvivenza” e rappresentano un’occasione per riflettere sugli esclusi dalla nostra società e su noi stessi. Il libro è come un bicchierino di liquore che va bevuto tutto d’un fiato e lasciato decantare un attimo in bocca per riuscire ad assaporare il retrogusto dolce-amaro dell’essenza nascosta dei suoi ingredienti e, in fondo, della nostra vita.

Il volume non si trova nelle librerie e chi vorrà provare a immergersi in questa lettura dovrà rivolgersi all’Associazione “Animata-Mente” di Como scrivendo a animatamente2011@yahoo.it.. Acquistarlo vuol dire sostenere tutte le persone che lavorano, operatori e assistiti, nell’associazione e che giorno per giorno si prendono cura gli uni degli altri.

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