Blue 2147 @ Maga – Gallarate (Va), 20 dicembre 2015

Postato il Aggiornato il

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Articolo di ElleBi, immagini sonore di Andrea Furlan

La contaminazione fra i diversi linguaggi espressivi è qualcosa che da sempre mi affascina ed attrae la mia indole curiosa.
Il MAGA – Museo d’Arte di Gallarate, aggiornandone il concetto classico, è proprio uno di quei luoghi in cui protagonista è l’interazione fra arti visive, musica, teatro, danza. Le sue proposte rispondono sempre più all’esigenza di diventare il centro di una rete di attività con le quali il pubblico possa non solo arricchire le proprie basi culturali, ma anche ampliare conoscenze e scambi personali.

All’interno di questo percorso, domenica 13 dicembre, ha preso il via “Naked Jazz”, un ciclo di quattro incontri con la musica live, curati da Max De Aloe, che offre un approccio del tutto originale a questo genere. Insieme a questa occasione, già incluso nel biglietto d’ingresso al concerto, è stata data la possibilità al pubblico di visitare la mostra “Missoni. L’arte, il colore”, dedicata al talento creativo della famosa coppia di stilisti che proprio a Gallarate, nel 1953, aprirono il loro primo laboratorio di maglieria.
Per il secondo appuntamento, domenica 20, nella “sala degli arazzi”, hanno suonato i Blue 2147, un collettivo di musicisti con base in Svizzera, che per l’occasione era composto dal nucleo centrale, di tre elementi.
Entrando nella stanza, l’impatto emotivo è stato immediato, palpabile la suggestiva sensazione di trovarci in un affascinante “angolo d’oriente”.

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Pavimento rivestito di moquette, pouf e panchette nere su cui sdraiarsi o accomodarsi, luci basse e soffuse. Alle pareti splendidi specchi e video che raccontavano il percorso artistico degli stilisti ma, più di tutti lo sguardo è corso verso l’alto, quasi ipnotizzato. Sul soffitto stavano appesi una serie di grandi arazzi – tessuti in maglia realizzati a mano su un telaio e destinati in origine a rivestire le pareti. Creati con l’inconfondibile tecnica patchwork, li ho trovati davvero una meraviglia per gli occhi, che si sono persi ad inseguire linee geometriche perfette unite con un incredibile estro creativo, che ne esaltava ancor di più la magia dei colori.
Ero quindi già ben predisposta all’ascolto dei “Blue 2147” che ho scoperto essere in origine un codice di colore che identifica una sfumatura di blu scuro o “navy”, ma è anche il nome scelto dal gruppo che stava per esibirsi. “Colossus of Rhodes” è la prima pubblicazione, cinque istantanee sonore registrate dal vivo il 7 maggio ed autoprodotte all’insegna della sperimentazione ed improvvisazione.
Un progetto in continuo divenire il loro, che ha trovato nelle sessioni live la migliore espressione artistica e creativa. Fino ad ora hanno partecipato numerosi musicisti, ognuno fornendo gli “ingredienti” tratti dal proprio vissuto musicale, che poi sono stati gestiti in modo collettivo. Si spazia dal jazz, al rock, alla classica contemporanea, all’ambient, a grooves elaborati partendo dall’elettronica. Tutto nasce spesso da poche note, che diventano le basi sulle quali costruire l’intera narrazione musicale attraverso l’improvvisazione. Ogni musicista agisce in tempo reale in funzione dei suoni che circolano in quel momento sul palco.

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In totale libertà, ma anche tenendo conto di precise scelte di linguaggio e di registro. Un meccanismo che permette al gruppo di rinnovarsi, di cambiare “abito musicale” ad ogni concerto pur “riconoscendosi sempre“ alla fine. Un’abilità ed un approccio decisamente personale che mi hanno incuriosita fin dalle prime note anche domenica scorsa. Le sonorità proposte ci hanno accompagnato in un territorio decisamente post-rock; ad arricchire il tutto non sono mancati gli effetti distorsivi nel piano Rhodes di Gabriele Pezzoli, mentre Mauro Fiero, con la sua chitarra elettrica, ha riproposto suggestioni psichedeliche che richiamavano alla mente anche atmosfere tipiche dei Pink Floyd. Uno “spettacolo nello spettacolo” è stato per me seguire Brian Quinn alla batteria. Con un sorriso, sempre più compiaciuto, l’ho osservato ammirata mentre in totale sintonia emotiva, quasi la accarezzava suonandola “a spazzola” o la “strapazzava” nei momenti in cui il ritmo percussivo arrivava al culmine ed “esplodeva”. Immersa in sensazioni ipnotiche ho particolarmente apprezzato la scelta di esibirsi per un’ora circa senza soluzione di continuità. In questo modo, una costruzione tendenzialmente sinfonica dei brani, amplificati nella lunghezza anche grazie all’uso di delay, ha arricchito la musica di connotati quasi epici. Caratteristica alla quale, con accenti ironici, fa riferimento sia il titolo del disco, che quello dei singoli pezzi. Ad occhi chiusi, è stato davvero piacevole lasciare fluire in libertà pensieri e ricordi. Il tutto sempre al ritmo di note che mi sono arrivate come la sintesi di tre artisti che si sono messi in gioco condividendo con il pubblico il frutto di una complicità che io ho sentito non solo tecnica, ma soprattutto umana…

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