The Winstons – The Winstons (AMS Records, 2016)

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THE WINSTONS

Articolo di Eleonora Montesanti

Chiudo gli occhi e finalmente, dopo averlo sognato per molto tempo, sono nell’Inghilterra degli anni ’70, un’epoca che non ho mai vissuto, ma di cui – soprattutto se si parla di musica – ho sempre avuto un’innata nostalgia. Si parla del prog rock, della scuola di Canterbury e di quell’attitudine psichedelicamente anarchica che era un vero e proprio stile di vita. Ed è in quell’epoca che mi immagino i tre Winston brothers, ossia coloro che hanno progettato e suonato questo disco pazzesco, qui e ora, a Milano nel 2016: si tratta di Enro, Rob e Linnon Winston, i quali, in un mondo dove non esistono più i pantaloni a zampa, si chiamano Enrico Gabrielli, Roberto Dellera e Lino Gitto, ossia tre grandi personalità della musica indipendente italiana attuale, già noti per il loro eclettismo.

Quello dei The Winstons, anche se ci sono tutti i presupposti per sembrarlo, non è affatto un disco nostalgico: le dieci tracce che lo compongono, infatti, non vivono nel passato, ma possono essere etichettate come immortali. L’approccio di questo power trio è disinvolto e attuale e si snocciola in una centrifuga di sonorità ipnotiche, multiformi e contaminate.

Il disco si apre con Nicotine freak, brano che ne traccia da subito l’identità: voci e synth si rincorrono, sostenuti da una serie di fiati apparentemente casuali e da onomatopee e allitterazioni vocali. Si procede con Diproton, dove le tastiere vintage e il sax sono i protagonisti assoluti di una scia melodica distorta che, a un certo punto, diventa circolare e ipnotica. Il testo è in giapponese, così come quello di Number Number (brano che chiude l’album).

Play with the rebel profuma di Beatles e, anche per questo, si avvicina di più a qualcosa che somiglia alla forma canzone più tradizionale, anche se si tratta di un brano multidirezionale e ribelle. Si ritrova la stessa sensazione di vertigine anche in A reason for goodbye, nella quale ogni strumento ha il suo spazio e tutto si incastra alla perfezione, in fila come i punti di una retta, senza inizio né fine.

Dancing in a park with a gun, invece, è un esperimento psichedelico che fa pensare ad una storia sonora fatta di luci e ombre, al contempo luminosa e oscura, ma sempre in tensione. La stessa tensione che ci accompagna anche durante l’ascolto di Tarmac, dove i suoni vengono triturati (proprio come si fa con le rocce per creare l’asfalto che, probabilmente, dà il nome a questo pezzo) e mescolati in arrangiamenti squisitamente creepy e poco rassicuranti.

Il pezzo più bello di questo lavoro è …On a dark cloud: l’incipit – affidato a un organo – è paradisiaco e cosmico, ma basta un soffio distorto per ripiombare all’inferno. Si tratta in realtà di un brano molto lento e stratificato, in cui si ha spesso la sensazione di fluttuare, probabilmente su una nuvola oscura. Qui i fiati sono eccezionali.

In chiusura c’è la già citata Number Number, dove vocalità oscure, synth e percussioni incalzanti creano un tappeto sonoro variegato e camaleontico, in grado di rappresentare appieno lo stile ossimorico che dà valore a tutto il disco: disordine determinato, raffinatezza sporca, nostalgia germinale, godimento elegante.

TRACKLIST
01. Nicotine Freak
02. カンガルー目 (Diprotodon)
03. Play With The Rebels
04. …On A Dark Cloud
05. She’s My Face
06. A Reason For Goodbye
07. Dancing In The Park With A Gun
08. Tarmac
09. Viaggio nel suono a tre dimensioni
10. 番号番号 (Number Number)

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