Perturbazione: c’è una misura tra quello che siamo e quello che raccontiamo

Postato il Aggiornato il

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Intervista di Luca Franceschini

Con preziosi interventi di Simone Nicastro

Abbiamo appena parlato del nuovo disco dei Perturbazione, “Le storie che ci raccontiamo“, che li riconferma, nonostante tutti i cambiamenti, come una delle band migliori che al momento ci sono in Italia.
Esattamente una settimana dopo l’uscita del disco, Tommaso, Rossano, Cristiano e Alessandro sono stati intervistati da Gianni Sibilla nella ormai consueta cornice della Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano.

Una chiacchierata libera e tranquilla che ha visto anche qualche domanda da parte del pubblico.
Nel mezzo, l’esecuzione di quattro canzoni nuove, “Dipende da te” (che apprendiamo non aver passato le selezioni per l’imminente edizione di Sanremo), “Cinico”, “Trentenni” e “Una festa a sorpresa”. Un piccolo antipasto di quello che vedremo a partire da fine febbraio, quando inizierà il tour vero e proprio. Per la verità il contesto qui è molto spartano, con Rossano che utilizza una batteria elettronica e gli strumenti abbassati di volume e le canzoni arrangiate in chiave semiacustica. Detto questo, la bontà dei pezzi e il loro potenziale live si conferma in pieno e non possiamo fare altro che aspettare pazienti.
Al termine della presentazione, dopo che la band si è abbondantemente concessa ai propri fan con sorrisi, strette di mano, abbracci, foto e autografi, e la libreria si sta lentamente svuotando, mi siedo su un divanetto con Tommaso e Cristiano per iniziare questa intervista. È stata una chiacchierata piacevole e piuttosto informale, dove si è parlato a ruota libera di musica, testi, elettronica, Hip Pop e qualche suggestione surreale dal palco di Sanremo…

LF: Perdonatemi se comincio da un tasto dolente. Leggendo le note stampa di accompagnamento al disco, ho notato che lo split con Gigi ed Elena è stato piuttosto minimizzato. Immagino però che dev’essere stata parecchio dura, per voi. Dove e come avete trovato gli stimoli e le motivazioni giuste per mettervi a fare un altro disco?
Tommy: Non è stato un terremoto, in realtà, è stata più una cosa lenta. Questo ha fatto sì che non ci sia stato un vero e proprio ripartire da zero. Già nel lavoro di “Musica X” esistevano questi due gruppi di lavoro, ovvero Io e Rossano sui testi, Cristiano e Alessandro per le musiche. La storia, in estrema sintesi e senza troppi dettagli da gossip è questa: la parte privata è che Gigi ed Elena si sono separati proprio in quegli anni lì, tra “Musica X” e Sanremo. La parte artistica è che dopo “Del nostro tempo rubato” ci siamo fermati un attimo. Abbiamo buttato giù tre o quattro provini, di cui non eravamo perfettamente contenti, e ci siamo detti: “Le cose per ora non funzionano, cerchiamo di continuare a scrivere ma anche di aprirci di più”. In sostanza, un po’ come una coppia che dopo un po’ di anni che sta insieme arriva ad una svolta, quindi decide di fare un figlio o di cambiare casa… E’ successo poi che dopo un anno o due che questa cosa avveniva, Cristiano è cresciuto molto come capacità di scrittura, come partecipazione, come idee e nello stesso tempo Gigi si sottraeva sempre di più. Ci siamo quindi ritrovati di nuovo e lì è venuto fuori che a lui non piaceva come stavamo cambiando. Il nostro rapporto si è sempre nutrito del conflitto tra tutti noi, ed il conflitto è una cosa molto bella quando è costruttivo, ma se tu a un certo punto inizi solamente a smontare quello che hai davanti e non costruisci più, allora le cose si vanno a fare più rugginose. Ora, siccome nel processo di composizione questa modalità a quattro funzionava già bene, quando ci sono state queste scosse sismiche che hanno portato alla rottura del nostro rapporto, non abbiamo avuto nessuna paura e nessuna esitazione a continuare quel percorso lì. E’ un periodo in cui si prova tanto, ci si trova tanto in sala, passiamo anche pomeriggi interi a portare avanti l’idea di qualcuno. Sono questi due comparti paralleli, testi e musica, che vanno avanti e che si influenzano reciprocamente. Può succedere che se io ho un’idea di melodia e di metrica, a volte solamente abbozzata, a volte già con una struttura, la rimando agli altri due e loro ci lavorano, me la modificano…
Cristiano: Non c’è stata una vera e propria ripartenza ma un percorso che nel tempo si è modificato. Rimanendo in quattro abbiamo ritrovato la nostra armonia e la nostra serenità e questo ci ha spinto a lavorare con molto più piacere e leggerezza.

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LF: Normalmente uno trova un rimpiazzo e questo può essere pericoloso: tante band sono morte o cambiate totalmente a seguito della modifica degli equilibri interni. Nel vostro caso invece non è avvenuto, siete semplicemente ripartiti da quello che c’era…
Tommy:
L’elemento chiave è stato proprio l’armonia. Gli ultimi anni sono stati proprio belli. Anche l’esperienza di Sanremo, pur con tutti i casini che ciascuno di noi aveva, anche nella vita privata, abbiamo cercato di dare il meglio di noi. Anche l’anno successivo, quello del tour, è stato molto bello anche se ovviamente dietro c’era questa cosa tra di noi che montava su. Elena è stata quella che ha aperto il vaso di Pandora, nel senso che ha detto: “Finisco il tour a settembre e scendo”. A quel punto abbiamo affrontato le cose con Gigi e gli abbiamo detto: “Senti, cosa vuoi fare? Sono quattro anni che dici che non ti piace la direzione in cui stiamo andando, prendi una decisione!”. E abbiamo quindi discusso la cosa da persone adulte.

LF: Entrando nel merito del nuovo disco, notavo una differenza interessante con “Musica X”: stiamo sempre parlando di un lavoro che usa molto l’elettronica ma in modo diverso. “Musica X” era forse più sperimentale, più difficile, anche in qualche modo slegato da una certa forma canzone per come l’avevate intesa in precedenza. Questo invece mi sembra una sorta di ritorno alle origini nel senso che, pur con un altro vestito, ci sono le vostre canzoni per come le avete sempre scritte…
Cristiano:
E’ assolutamente vero quello che dici, di norma il motivo che do io a questa cosa è che innanzitutto Max Casacci e Tommaso Colliva lavorano in modi completamente diversi. Max è un musicista vero e proprio, molto di più di quanto non lo sia Tommaso, che invece è più un tecnico. Questo ovviamente influisce sul modo di lavorare, perché uno come Max per forza di cose influirà anche sulla scrittura. Ma non è solo questo: noi con Max avevamo bisogno di una terapia d’urto perché arrivavamo dalla sbronza di “Del nostro tempo rubato” e volevamo proprio cambiare.
Tommy: Lì per altro già c’erano alcune delle prime cose che abbiamo realizzato in modo nuovo, prendi per esempio “Istruzioni per l’uso”…
Cristiano:
Detto questo, in “Musica X” c’è tutto un aspetto che potremmo definire “contromelodico”, a fare da contrasto alle voci di Tommaso, perché Max ha questa visione molto pulita di basso, batteria e voci. Adesso volevamo tornare a questa sorta di piccolo caos che ci piace molto, realizzare una linearità che però è fatta di tante piccole trame, come quando vedi un quadro da lontano e hai il disegno complessivo mentre se lo vedi da vicino è tutto pieno di puntini…
Tommy:
A me piace pensare che “Musica X” sia stato il passo più lungo, più azzardato, mentre invece adesso, avendo assimilato questa lezione, abbiamo potuto realizzare una sorta di ponte col nostro passato. Riascoltando adesso certe canzoni, trovo il mio modo di cantare molto acerbo, certe chitarre che ci sembravano affascinanti, magari erano un po’ scordate, quindi si tratta di una sorta di punto d’incontro.

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LF: Ho letto poco fa un’intervista a Julia Holter in cui lei diceva che una decina di anni fa l’utilizzo dell’elettronica era una scelta ben precisa mentre invece oggi è una cosa obbligata quindi la questione non è più se usarla o meno ma l’utilizzo che intendi farne…
Tommy:
Anche St. Vincent ha detto delle cose simili. Credo che si siano mischiate molto di più le influenze rispetto a prima, è un po’ il gioco della pop music, non la trovo una cosa negativa. Parlando in generale, è un po’ il discorso che facevamo prima alla presentazione, quello di partire da dei campioni tuoi e di lavorarci su. Cerchi di creare dei campioni tuoi che magari sono legati ad altre canzoni ma provi a tirare fuori dei suoni un po’ più originali, che abbiano il tuo timbro, questo ovviamente per quanto riguarda l’elettronica.
Cristiano:
Anch’io sono d’accordo. Ovviamente ci sono tanti modi di utilizzare l’elettronica: un modo è di utilizzarla come uno strumento, in fase di arrangiamento e di scrittura e non solo come finalizzatore per arrivare a ciò che ti manca. Poi io sono un chitarrista per cui scriverò sempre con la chitarra. Tuttavia, utilizzare l’elettronica in un riff di chitarra può essere un modo per renderlo più interessante, anche per me che sono vent’anni che scrivo certe cose con la chitarra.

LF: Voi siete sempre stati un po’ malinconici nel vostro modo di scrivere. Ora, non dico che questo sia un disco scanzonato, però mi sembra di vederci dentro più serenità. Mi sembra un disco più “leggero”, se hai capito cosa intendo dire…
Tommy:
Sono d’accordo. Sai, Stefano Milano, il nostro vecchio bassista, quando l’ha sentito mi ha dato una definizione molto bella, mi ha detto: “E’ un disco pacificato”. Lui che ci conosce da tempo sa di tutte queste forze che sono state creative per noi ma anche inibitorie e ci ha detto: “Avete liberato un’armonia che è molto bella e che si sente”. Quindi c’è la malinconia ma non c’è solo quella. E penso che abbia a che fare con l’invecchiare perché quando invecchi becchi delle batoste, come tutti quanti, e quindi hai bisogno di trovare dell’energia vitale…

LF: Da questo punto di vista mi ha colpito molto una canzone come “Trentenni”. Paradossalmente, state invecchiando ma siete andati a parlare di gente giovane…
Tommy:
Ma perché noi in un certo senso siamo nati vecchi! “In circolo” è un disco profondamente malinconico, leopardiano, in un certo senso, un po’ per le vicende che abbiamo vissuto, anche nelle nostre famiglie, che sono state un po’ il motore per cui abbiamo iniziato a scrivere. Allora non dico che poi devi giocare ad essere giovane però… ad ogni modo quando abbiamo fatto i concerti per i dieci anni di “In circolo”, ci eravamo stupiti molto che ci fossero dei ragazzi di vent’anni che si stavano ancora perfettamente identificando con le esperienze che avevamo descritto in quel disco, quella fase del “Esco di casa, vado ad abitare fuori” oppure “Ci lasciamo, ci sposiamo, che cosa facciamo?”. E quando ci domandavamo sul motivo di questo interesse, ci rispondevamo sempre che quei sentimenti sono gli stessi anche oggi, per i ragazzi che hanno dai venti ai trent’anni, anche se ovviamente sono cambiate tante cose nella comunicazione. Quindi “Trentenni” è semplicemente una canzone che parte dall’età della protagonista della storia, che è una nostra amica e che è passata per una storia simile a quella che raccontiamo nella canzone: il fidanzato le ha raccontato un sacco di palle per tanti anni, lei a un certo punto se n’è resa conto e ha deciso di ripartire daccapo con la sua vita. Quella è la storia privata, ma a livello universale credo che sia attorno a quell’età lì che ti capitano certe esperienze. All’inizio infatti volevamo chiamarla “Le trentenni” ma poi abbiamo pensato che avrebbe funzionato meglio togliendo l’articolo.

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LF: “Ti aspettavo già” potrebbe essere vista un po’ come il punto centrale del disco? Quella che ha il valore più “universale”? Alla fine siamo un po’ tutti in attesa di qualcuno, non trovi?
Tommy:
Sì, credo di sì. Io l’ho scritto più che altro con un’idea di tenerezza anche se c’è dentro anche tanta malinconia. Se ami tanto una persona ti piace pensare a questa idea che ci si aspettasse da qualche tempo e che poi in realtà sia un’attesa che si rinnova tutti i giorni: devi avere fiducia in una persona ma anche la capacità di trovare storie nuove, di raccontare qualcosa tutti i giorni, ci si racconta sempre tutti i giorni, forse è questo il mistero di un rapporto…

LF: Una domanda sul titolo del disco: in che senso “Siamo le storie che ci raccontiamo”? Perché a me, di primo acchito, verrebbe da dire, il contrario: siamo noi, per quello che abbiamo vissuto nella vita, che diamo forma alle storie che raccontiamo ogni giorno. In poche parole: la storia può essere sempre la stessa ma cambia a seconda di chi la racconta…
Tommy:
Tutto il disco riflette molto sull’aspetto privato della comunicazione, anche sui Social. E’ poi anche il motivo per cui ci piacciono le serie TV scritte bene. Oggi ci ubriachiamo un po’ di questo tipo di narrazione su Facebook e cose così mentre in realtà quello che vorremmo sono personaggi veri, che esprimono qualcosa di autentico. Quando nella canzone dico: “Tu vuoi soltanto il perché”… ecco, è un po’ quell’idea lì, nel senso che è il movente del personaggio, quello che ti interessa. Quindi, dire che “Siamo le storie che ci raccontiamo” è dire che c’è una misura tra quello che siamo e quello che raccontiamo che è importante riconoscere. Può essere gestita in maniera serena oppure può crearsi un gap incredibile tra queste due dimensioni, cosa che avviene quando uno racconta un sacco di balle su di sé. Dentro le nostre storie però c’è la nostra mitologia, c’è la nostra epica, sono cose che ci aiutano. Un po’ come le chiacchiere da funerale: quando i cari del morto iniziano a ripetere sempre le stesse frasi, sempre le stesse cose che riguardano lo scomparso, in modo tale da cercare di superare il dolore, da farsene una ragione e allora lì si crea una distanza, per cui ti viene da chiedere: “Ma quella persona era veramente così?”. E la risposta è che molto probabilmente non lo era, eppure nel momento stesso in cui stai raccontando questo, in qualche modo quella verità diventa l’unica possibile…

LF: Che è un po’ quello che scrive Lewis nel “Diario di un dolore”, quando si accorge con sgomento che non può più ricordarsi davvero sua moglie, perché quello che lei era è stato sostituito dai ricordi che ne ha lui, che sono inevitabilmente una sua proiezione mentale…
Tommy: Sì certo, che è un po’ quello che abbiamo cantato ne “L’unica”…

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LF: Parliamo di Ghemon. Al di là del fatto di come vi è venuto in mente di inserirlo nel disco, vorrei allargare un po’ il discorso, per capire se avete un’idea di questa esplosione del fenomeno hip pop, almeno in Italia (perché poi forse il discorso all’estero è un po’ più complesso, in primis perché la qualità della proposta è più alta). Sembra quasi che l’hip pop sia ormai diventato il vero pop…
Cristiano:
Sono d’accordo. In effetti è come se l’hip pop si stesse mangiando tutto quello che c’è in circolazione. E’ il solito discorso dei puristi della musica sperimentale che quando sono di fronte ad un pezzo pop dicono: “Ditemi perché dovrebbe piacermi questa canzone! Ci sono melodie o armonie che non ho mai sentito? Non mi pare proprio!”. Al che a me viene sempre da rispondere: “Ma scusa, se ti piace fare musica sperimentale, continua a farla e non rompere! Io faccio musica pop e il mio compito è prendere quello che tu hai inventato e renderlo famoso e tu un giorno godrai del fatto che io l’ho reso famoso!”. Il pop ha fatto esattamente questo: i Nirvana sono diventati un gruppo pop, rendendo più fruibile il fenomeno Noise, perché hanno i Sonic Youth dentro il loro suono. I Green Day sono diventati un fenomeno pop…

SN: Forse potrebbe essere collegato col discorso che facevate prima delle storie: a me sembra che l’hip pop oggi sia diventato un modo più efficace di raccontare storie, un modo più dinamico…
Cristiano:
Più sexy, forse…

SN: Ecco esatto, più sexy.
Cristiano:
Sì certo, nel senso che tu hai sempre bisogno di storie, forse l’hip pop oggi rappresenta un modo interessante di narrarle…

SN: Ma secondo voi non rappresenta di più i ragazzi di oggi?
Cristiano:
Probabilmente sì, oggi forse l’hip pop sta facendo quello che negli anni ’60 il rock aveva fatto in America o in Inghilterra il Punk negli anni ‘70. Oggi con un computer hai a disposizione tutto quello che vuoi, fare una base è facilissimo, poi ti metti a scrivere rime sullo scuolabus e unisci il tutto a casa tua. Non è così complicato, oggi come oggi. Rappare non è tirare fuori la voce, è una cosa molto diversa dal cantare…
Tommy:
E’ una cosa anche molto sociale, ha a che fare con l’incontrarsi, col confrontarsi. Tornando a Ghemon, a noi il suo disco è piaciuto molto perché mette insieme il rap con tantissimo Soul, ha fatto una ricerca sonora davvero interessante assieme a Tommaso Colliva, che gli ha prodotto il disco, hanno messo insieme proprio un bel gruppo di musicisti…

LF: Quindi ve l’ha proposto lui, di inserirlo nel disco…
Tommy:
Stavamo lavorando su “Everest” e già lì il suo disco ci era piaciuto tanto, nel tour precedente lo avevamo ascoltato spesso in furgone e ne avevamo parlato molto tra di noi. Anzi, addirittura avevamo deciso di lavorare con Tommaso proprio per il suo lavoro sul disco di Ghemon. Quando è venuto il momento di lavorare ad “Everest”, ci siamo accorti che ci voleva uno special, una sorta di cambio di passo nel pezzo, per rompere un po’ quell’andamento a filastrocca della canzone. Avevamo due o tre idee e quindi Tommaso ci ha proposto di chiedere a Ghemon, visto che anche con lui avevamo parlato del suo disco. Lui ha accettato subito, sì è messo lì e in pochissimo tempo ha scritto il testo del suo featuring che funziona davvero molto bene nell’ottica del pezzo… poi ti dico, io sono un cantante, la cosa dell’hip pop proprio non la possiedo, non sarei mai capace di rappare, quando li vedo fare free style rimango davvero sbalordito, anche se è ovvio che si esercitano tantissimo, come noi cantanti lavoriamo molto sulla voce, loro lavorano sulla parola e credo che poi le cose migliori vengano fatte in sede di registrazione, di scrittura di testi. Mi piacciono Dargen D’Amico e Ghemon perché vedo che nei loro lavori c’è una ricerca sonora che altri non hanno…

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LF: Che poi la cosa è impressionante anche all’estero: il disco di Kendrick Lamar è entrato nella top 10 di tantissimi giornali che di questo genere non si sono magari mai occupati…
Cristiano:
E’ anche vero che Lamar forse è diventato anche il simbolo di un qualcosa di più grande di lui, per gli argomenti che ha scelto di trattare nei suoi testi. Però forse dipende anche dal fatto che, essendo sotto i riflettori, va a finire che gli ascoltatori lo cercano di più, ma anche i produttori, che quindi fanno un lavoro sulle basi che è molto più interessante e ricercato. Del resto, anche a me “To Pimp A Butterfly” è piaciuto tantissimo, anch’io lo includerei tra i migliori del 2015. E’ un disco che è spaventoso a livello sonoro, un pezzo come “King Kunta” è incredibile, il basso e la batteria nella strofa, la chitarra in apertura di ritornello… pazzesco.

LF: Avrei le ultime due domande, se non vi dispiace…
SN: Anche perché Tommy si sta addormentando…
Tommy:
No no tranquillo, mi sto solo rilassando (risate NDA)…

LF: Vorrei parlare del prossimo tour. Vi ho visti in concerto diverse volte, anche se non dagli inizi e mi ha sempre stupito che sul palco avete una dimensione tutta vostra. Siete autentici, siete coinvolgenti, suonate bene, avete tiro. In poche parole, fate dei bei concerti, nel senso vero del termine, dove ci si diverte ma dove c’è anche un valore musicale alto, che va oltre la mera riproposizione sul palco dei pezzi registrati in studio. Quest’anno la formazione si è ridotta, avrete il supporto di Andrea Mirò ma comunque avete perso due pezzi importanti come Gigi ed Elena che erano fondamentali nel riempire le vostre trame sonore. Cosa cambierà in questo tour? Cosa dovremo aspettarci dalla resa live delle canzoni?
Tommy:
Non lo so, mi piace proprio pensare che non lo so e che voglio scoprire che cosa succederà. Io continuerò a sudare, sicuramente (ride NDA)! Questo è tutto quel che ti posso rispondere, per il momento. Però guarda, Roberta (vero nome di Andrea Mirò NDA) è incredibile, è davvero molto brava. Abbiamo fatto questa scelta di tenere due live set separati, lei ha il suo disco in uscita in primavera, quindi suonerà le sue cose in apertura e poi starà con noi sul palco in veste di polistrumentista…

LF: Utilizzerete molti loop e campionamenti, immagino…
Cristiano:
In realtà ce ne saranno molti di meno rispetto allo scorso tour, ci saranno dei campioni ma pochi, cercheremo di suonare il più possibile dal vivo. Avere elettronica in base vuol dire essere molto meno liberi di improvvisare, dovremmo essere molto più inquadrati, più rigidi… Adesso ti dico una cosa facendo finta che Tommaso non sia qui a sentire: secondo me non cambierà molto perché, per come la percepisco io, la carica emotiva dei live dei Perturbazione deriva molto dalla credibilità che ha lui, dalla carica che ci mette sul palco…

SN: Mi ricordo questa scena in effetti: al Tora Tora a Milano al Palatrussardi, ci saranno già state almeno ottomila persone perché mi pare che avevate suonato verso sera, poco prima degli Aftherhours che erano headliner, e tu a un certo punto sei sceso dal palco, ti sei messo in mezzo al pubblico e hai fatto sedere tutti…
Tommy:
Eh sì, a quei tempi ero molto più incosciente (ride NDA)…

SN: E comunque una cosa ve la devo dire: l’unica volta che mi avete deluso è stata proprio a Sanremo. Mi sarei aspettato un duetto con Simone Lenzi. Voi e i Virginiana Miller, secondo me, siete i due gruppi italiani che in assoluto si meriterebbero molto di più rispetto a quello che state ottenendo…
(Risate generali NDA)
Tommy: Guarda, secondo me non avremmo potuto! Simone era presente come autore della canzone della Ruggiero e penso che ci sarebbero stati casini col regolamento… E poi quel palco spaventa un sacco di gente, non lo so, ricordo un sacco di questioni per i nomi degli ospiti, credo che sarebbe stato decisamente complicato…
Cristiano: Non credo ci sarebbero stati problemi col regolamento. Casomai diciamo che non sarebbe stata una scelta strategica: già quando siamo arrivati noi si è abbassato lo share! Coi Virginiana poi… la gente piuttosto sarebbe andata a guardarsi Rai Storia (risate NDA)…

Siamo andati avanti ancora una decina di minuti tra battute, aneddoti e qualche considerazione che non è il caso di riportare in questa sede. Noi ci auguriamo che questa sia davvero la volta buona. Se i Perturbazione facessero il botto, ci guadagnerebbe seriamente tutta la musica italiana…

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