Rover @ Biko, Milano – 9 Febbraio 2016

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrea Furlan

Timothée Régnier è un ragazzone di 35 anni che viene dalla Bretagna ma che ha vissuto per parecchio tempo a New York tanto che quando parla, proprio non ti accorgi che è francese. È alto, quasi imponente e ha un’espressione concentrata ma allo stesso tempo gentile, che la durezza del look anni ’50 con cui si presenta sul palco, maglietta bianca, giacca di pelle nera, non riesce a mitigare.Scopro che questa è la sua seconda volta in Italia e un po’ me ne sorprendo: evidentemente quando è passato da Torino un paio di anni fa, qualcosa mi ha impedito di accorgermene.
“Reel to Reel”, il suo disco d’esordio datato 2013, mi era piaciuto davvero tanto: per me che amo Morrissey alla follia e che annovero David Bowie e Marc Bolan tra i miei numi tutelari, la comparsa di questo bretone dall’aria allampanata e leggermente decadente non poteva che essere salutata come una boccata d’aria fresca.
“Let It Glow” è uscito alla fine dell’anno appena trascorso e anche se per certi versi lo considero inferiore al precedente (quella sorta di decadentismo Glam che mi aveva così tanto attirato si è un po’ standardizzato), si tratta pur sempre di un grande disco, che conferma Timothée come una voce da tenere d’occhio per il prossimo futuro.

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Il Biko è un locale strano: è piccolo, stretto, buio e poco piacevole. Se non sei in prima fila rischi di vedere ben poco, causa dimensioni ridotte o nulle del palco. Eppure, rispetto ad altri posti più accoglienti, i suoni sono sempre stati di ottimo livello, così che non è proprio una tragedia vederlo in questa cornice.

In apertura Steve Howls e non potremmo essere più contenti: ho recensito “Holding Back My Days”, il suo ep d’esordio e l’ho intervistato prima di Natale e non ho fatto mistero che mi piaccia particolarmente la proposta artistica che sta portando avanti. Si presenta poco prima delle 22 in un locale ancora mezzo vuoto (non che si sia riempito molto in seguito, comunque), con i pochi presenti che preferiscono chiacchierare tra loro piuttosto che ascoltare quel che sta succedendo lì a pochi metri. Un compito non facile, il suo, che però assolve con grande bravura e senza lamentarsi: una manciata di canzoni (le quattro che compongono l’ep più un inedito) nel suo stile magnetico e personalissimo, in cui la chitarra acustica viene usata anche come strumento percussivo e dove i loop e gli effetti sono un tutt’uno con la voce e con la linea ritmica. Canzoni che sono un flusso di coscienza e di narrazione da cui occorre lasciarsi trasportare e dove il fascino ripaga in pieno la mancanza di immediatezza. In Italia non esiste uno come lui. Magari rimarrà sempre e solo musica di nicchia ma sarebbe bene darci un bell’ascolto, se capita…

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Rover e la sua band entrano in scena subito dopo attaccando due brani del nuovo album: “Along” e “Odessey”. Sono in quattro, formazione essenziale che comprende batteria, basso e chitarra, con gli ultimi due che si occupano anche di tastiere ed effetti vari. A quanto ho capito, sono amici di vecchia data che Timothée si porta dietro da sempre. Suonano bene anche se si vede che non strafanno (del resto queste canzoni non lo richiedono) ma l’insieme creato è assolutamente valido. I suoni, come detto prima, sono più che accettabili anche se ogni tanto c’è una fastidiosa saturazione dei bassi, ma per il resto la voce soprattutto esce chiara e nitida come deve essere.
Dal vivo Rover ha una sua dimensione, che non coincide necessariamente con quella del disco: il romanticismo che ammanta molte delle tracce di “Let It Glow” viene qui lasciato da parte, a favore di un’esecuzione più robusta, scarna e, diciamolo pure, maggiormente rock. Lo si nota negli arrangiamenti, che sono meno profondi e più essenziali, ma soprattutto nell’esecuzione vocale: se in studio l’impostazione è a metà tra Morrissey e il primissimo David Bowie, qui c’è una dose di aggressività e spontaneità maggiore. Non guasta e anzi, potrebbe pure essere usata di più, soprattutto se consideriamo che il falsetto che sfodera a più riprese, stasera non è proprio al meglio.

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Pubblico poco numeroso (come ormai è triste consuetudine per eventi del genere) ma comunque attento e piuttosto partecipe; un pubblico con cui il nostro si diverte ad interagire tra un brano e l’altro (show non proprio dinamico, da questo punto di vista): elargisce lodi piuttosto scontate al cibo e alla lingua italiana, prende bonariamente in giro i francesi, racconta di essersi recato a visitare il Duomo nel pomeriggio (“Sembra francese ma molto più bello”, dice divertito) e loda lo staff del locale per la carbonara mangiata a cena.
Il tutto con grande spontaneità e simpatia: la fluidità dello show un po’ ne risente ma è comunque bello vedere che abbiamo a che fare con un artista per nulla costruito.
Novanta minuti abbondanti nei quali tutto il meglio dei suoi due dischi viene sciorinato con generosità: “Reel To Reel” e “Let It Glow” sono trattati allo stesso modo, sembra non esserci nessun dovere promozionale. Del resto, dal vivo, in questa dimensione più energicamente rock, tutto si amalgama alla perfezione; personalmente, gli episodi migliori sono stati quelli tratti dal primo lavoro, con le varie “Champagne”, “Aqualast”, una “Remember” da pelle d’oca e una “Queen of Fools” davvero emozionante.
Funzionano perfettamente anche i nuovi pezzi e da questo punto di vista “Some Needs” e “Call My Name” riscuotono un gran successo e per la prima volta si sente qualcuno cantare dal pubblico (sono in effetti le due tracce che sono girate di più in questo periodo).

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Nel finale, una lunghissima e parecchio psichedelica versione di “In The End”, dilatata da un crescendo strumentale acido e pulsante, che sfocia senza soluzione di continuità in “Tonight”, durante la quale respiriamo un po’ l’atmosfera New Wave dei primi Smiths.
I bis sono obbligati e i quattro non stanno neanche a scendere dal palco. “Innerhum”, per chi scrive la traccia più bella del nuovo disco, arriva per ultima e non potrebbe esserci congedo migliore.
Poco prima, le atmosfere crepuscolari di “Let It Glow” avevano incantato il pubblico, con una delle tracce meno immediate e più ricercate del nuovo disco.
Show davvero bello, nonostante qualche comprensibile sbavatura. Ormai Rover è una certezza. Aspettiamo di vederlo su palchi più importanti, credo che lo meriterebbe.

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