I Cani – Aurora (42 Records, 2016)

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I Cani - AURORA

Articolo di Gianluca Porta

Il mordente è ogni sostanza atta a fissare le materie coloranti usate per la tintura di tessuti e pellicce. Insomma, è una cosa piccola che si attacca tenace alla materia prima rendendola pronta per un cambiamento, un rinnovamento e ogni tanto magari anche un miglioramento. In tutto altro ambito semantico, si parla di “avere mordente”, cioè essere aggressivi, persuasivi, in grado di incidere sull’animo degli altri.
In musica avere mordente non vuol dire per forza creare pezzi distruttivi, apocalittici, violenti, ma comporre pezzi capaci di prenderti per le gambe e ribaltarti, mettendoti faccia a faccia con l’artista che li canta, che ti fa volgere lo sguardo, all’improvviso, dove sta guardando lui. Avere mordente, quindi, significa diventare parte del tuo modo di scrutare la realtà. È la forza delle grandi canzoni, della grande arte: attaccarsi ostinatamente al tuo cuore e al tuo occhio, diventare qualcosa che c’è, che rimane nella tua testa e che pian piano cambia come guardi il mare o la tua città natale, la solitudine o l’aria uggiosa pregna di festa che si respira il venerdì sera.
Tutto questo manca all’ultimo album de I Cani, nel bene e nel male.
Nel bene perché un album non deve avere mordente per essere bello: il mondo della musica è pieno di gioielli che brillano in virtù solo della loro bellezza, ma che alla fine non lasciano più di tanto. E la mancanza di incisività non è sinonimo di un disco “debole”, che “non funziona”, anzi alle volte tanto più “funziona” in una logica di mercato, tanto meno mordente ha. Non vuol dire nemmeno che i testi siano buoni, buonisti, vuoti di significato e generalmente superficiali.
Aurora, l’ultima fatica di Niccolò Contessa e soci, sotto questo aspetto è un album terribile, più buio della notte, più pesante del piombo. Comunque non “arriva”, cioè sulla mia sensibilità non ha presa, non lo sento mio. E con questo, non che a me vada tutto bene, la mia sia una vita perfetta, ma non voglio farmi definire dalla mancanza che sento. Mi spiego meglio: il vuoto di significato che esprime Contessa, allargato in un orizzonte che potenzialmente racchiude tutti i giovani dai 18 ai 35 anni, lo condivido anch’io. Non mi basta però denunciarne l’esistenza in forma polemica, lamentarmi, (cose che comunque faccio). Piuttosto lo pongo come domanda e cammino di ricerca.
Ma tutto questo non risponde alla domanda: “è bello?”
Musicalmente lo è: i pezzi funzionano, non spiccano per originalità ma tutto è ben fatto, nel solco di molti lavori di buon livello del mondo pop. Ad esempio, la linea di basso di Aurora, che sembra rimbalzare sopra un oceano di suoni elettronici, a me piace tantissimo: ha un suono caldo che amalgama bene i synth e la voce, allo stesso tempo propone un’aria scanzonata, quella di chi comunque punta ad attrarre simpatia.
I testi sono belli, ben scritti, con spunti interessanti. “Figli delle stelle ma lo sapevamo già” di Protobodhissattva, riassume in una frase tutta la delusione di un qualcosa che non arriva, il crollo delle speranze, la definitiva caduta delle illusioni. Ricorda molto il Cesare Pavese di “A Roma, apoteosi. E con questo?”, che vede di colpo la limitatezza di quello in cui aveva sperato, di tutto ciò che faceva coincidere con il suo desiderio di infinto. In tutte e due le frasi il procedimento è lo stesso: un innalzamento della condizione quotidiana, seguita da un rapido e decisivo abbassamento, un infossamento eterno.

i cani

Insomma, le premesse per un buon album ci sono, ma ancora cosa vuol dire “è bello”? È bello perché I Cani fanno quello che io, presuntuosamente, mi aspettavo facessero, sulla falsa riga di quello che hanno già scritto e prodotto, oppure è bello perché, se considerato a se stante, è in grado di comunicarmi qualcosa? Se lo valutiamo nell’ottica di tutta la loro discografia, allora come disco non regge il confronto: i primi due erano molto più potenti, più vivi, più vibranti. Se invece lo consideriamo come opus singolo, ci accorgiamo che non è bruttissimo, le canzoni si fanno ricordare, pur non sorprendendo. Il lavoro non è di quelli che ti spezzano le gambe, ti rivoltano le viscere e ti ribaltano, tanta è la corrispondenza tra le canzoni e la tua vita. E se posso, oserei dire per fortuna. Alla fine si assiste alla definitiva insufficienza esistenziale delle velleità che già venivano condannate nel primo disco, e in parte non spiace vederli così umani e “deboli”. Gli spunti ci sono, ma non sono stati sviluppati al meglio: la maggior parte è un piangersi addosso, lamentarsi di un problema senza mai fare niente per risolverlo. Si rovescia il “to strive, to seek, to find and not to yield” che Tennyson aveva magistralmente messo in bocca al suo Ulisse, non perché l’impeto si sia infiacchito, ma perché (proprio come canta in Finirà) “è stanco di lottare, di questo mondo cane”.
I brani, tutti più o meno simili, si giocano ora in un arrangiamento più ridotto e intimista, ora lanciato a mille tra synth e bassi che cavalcano i bpm.
Baby Soldato e Aurora sono i tentavi meno riusciti del disco, sia per la pesantezza delle parole sia per un incidere lento e rallentato. Non per far meglio apprezzare il contenuto del pezzo (come succede in altri momenti, vedi il singolo Finirà), ma per quello che per me è dovuto ad una carenza di idee.
Il brano che chiude l’album (e tutto il discorso a lui connesso), Sparire, è quello che, a mio parere, rappresenta la realizzazione migliore di tutto quello che si voleva proporre. Ci sono i suoni calmi e leggermente distorti di un organetto elettrico dai quali si percepisce uno dei motivi per cui Contessa ha voluto imparare a suonare il piano prima di “buttarsi” in sala di registrazione. C’è un cantato di buon livello che riversa tutto il suo cuore su dei tasti bianchi e neri. Solo voce e piano, il silenzio totale vissuto tra nota e nota, una leggera impennata che, subito, dimessamente, se ne torna a stare buona e zitta. È l’umanità tutta che esiste in questa canzone, interamente vissuta tra “un buio omega” e la promessa di bene che portano il blu e i gabbiani. Ovvero quella parte di realtà che più vive a contatto con la sua libertà, l’unica cosa in grado di andare più in là.
In conclusione, Aurora è un disco con degli ottimi spunti, ma incapace di trasmetterli con decisione e persuasività. È un lavoro che ha perso il suo mordente proprio per quello che vuole comunicare. Com’è possibile che in un presente fatto solo di delusioni e tradimenti delle nostre speranze, qualcosa emerga con forza tale da poter essere espresso con decisione?
Insomma, non si condanna nessuno, anche se magari un po’ più di convinzione la si poteva mettere, se non altro per eliminare quel fastidioso sapore agrodolce che rimane in bocca dopo molti, moltissimi ascolti.
E comunque, tutto questo non mi priverà dall’andare a sentirli dal vivo, perché di sicuro I Cani, live, ci sanno fare. E tutto il resto, alla fine, conta poco.

Tracklist
01. Questo nostro grande amore
02. Non finirà
03. Baby soldato
04. Il posto più freddo
05. Protobodhisattva
06. Aurora
07. Una cosa stupida
08. Calabi-Yau
09. Ultimo mondo
10. Finirà
11. Sparire

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