Frank Get – Rough man (TM Production, 2015)

Postato il

frank get rough man

Articolo di Antonio Spanò

Rough Man, ultimo lavoro di Frank Get, profuma di States fin dalla copertina, dove lo sguardo fisso, l’aria selvaggia e assorta aspettano solo un tuo cenno per iniziare a fare quattro chiacchiere. Profuma di States fin dal titolo, uomo ruvido, formatosi lungo le strade della vita ma capace di emozionarsi al ricordo dei propri cari e del proprio passato; anche i titoli dei brani profumano di States, Destination Nowhere, Buffalo Bill, Misty Valley e Lost Land Blues non sfigurerebbero nei lavori di Southside Johnny, Steve Earle o qualunque altro cantautore americano che, impugnando la sua chitarra come un mitra, ci spara in faccia tutte le sue paure, i suoi dolori insieme alle proprie gioie e certezze, la propria vita nuda e cruda.

L’ascolto di Rough Man è un viaggio negli States lungo settanta e passa minuti fatto di cavalcate tra le immense distese aride dell’Arizona, di birre sorseggiate in un pub di periferia del New Jersey e di chiacchiere a cavalcioni su uno steccato di un ranch del Nevada; l’album riunisce tutti gli amori musicali di Frank e attraversa gli U.S.A. non solo in senso geografico ma anche in quello musicale e viene influenzato da vari generi.

Di seguito il resoconto di una breve chiacchierata con Frank.

OT: Ciao Frank, prima di tutto complimenti per l’ottimo album che hai da poco pubblicato. Lo trovo molto sentito e voluto, hai dato sfogo ai tuoi desideri ed il fatto di averlo realizzato completamente da solo dimostra il fatto che volevi avere il controllo totale sul prodotto finale, tutto doveva suonare come volevi tu.

FK: Grazie mille! Sono contento che ti sia piaciuto.

OT: Raccontami la storia di Rough Man. Quando hai pensato di realizzarlo e come si è sviluppata l’idea.

FG: È un album che inizialmente doveva essere acustico, ho iniziato le registrazioni suonando tutte le chitarre acustiche, poi in corso d’opera ho pensato che non mi ero mai cimentato in un album suonato interamente da solo. Ho la fortuna di saper suonare più di uno strumento, così ho cominciato a sovraincidere le batterie e le percussioni, poi i bassi e via via tutti gli altri strumenti. Non avendo usato ne guide ne metronomi sono riuscito ad ottenere un suono da “live band”, che è proprio quello che avevo in mente per questi pezzi. Facendo tutto da solo, compreso il sound engineer, il lavoro è stato molto spedito, ho iniziato le registrazioni il 2 aprile ed ho terminato il mastering il 28 agosto.

OT: Tra i tanti commenti letti su facebook, mi è piaciuto molto quello di Silvano Martini, addetto alla sicurezza toscano, frequentatore abituale delle strade americane, che ha parlato dell’album come la colonna sonora ideale del suo ultimo viaggio negli States. In effetti non è difficile ascoltare la tua musica e immaginarsi a percorrere una di quelle strade che tagliano in due le pianure o i deserti.

FG: Ho letto anch’io con piacere il commento dell’amico Silvano e ne sono stato molto lusingato. In effetti dal punto di vista musicale il genere che ho più ascoltato, grazie anche ai miei parenti del New Jersey, è sempre stato di provenienza anglosassone, di conseguenza per me è naturale esprimermi in questo modo, a dimostrazione che la musica non ha confini ed è un linguaggio universale.

OT: I testi sono molto autobiografici, parlano dell’Istria, di Trieste dell’esigenza di ricordare, di evocare stati d’animo e sentimenti mai assopiti, di scolpire le immagini a te care, immagini che proponevi anche nel tuo precedente lavoro con i Ressel Brothers.

FG: Da quando ho iniziato a pensare a questo CD la frase che mi è sempre ronzata in testa è stata: ”Devi lavorare duro per dire la verità, creare uno spazio e un tempo per te stesso ed essere in grado di scrivere e vivere nelle tue canzoni”. Ho ripreso alcuni dei temi trattati nell’album dei Ressel Brothers, tra cui appunto un brano dedicato a Joseph Ressel in cui ricordavo il suo progetto di riforestazione del Carso, e via via ho cominciato a raccontare tutta una serie di episodi ed avvenimenti che hanno segnato la storia della terra da cui provengo e che son state vissute in prima persona dalla mia famiglia che ha una provenienza multietnica. Le mie radici sono istriane, slave, ungheresi e piemontesi, perciò ho raccontato della tragedia delle miniere d’Arsia (la più grande tragedia mineraria italiana, purtroppo dimenticata), del cambio di cognome subito da entrambe le mie nonne sotto il fascismo, della ritirata di Caporetto, dove mio nonno fu suo malgrado protagonista, della perdita della propria terra. Ho voluto scrivere di questi argomenti, tenendomi lontano da ogni tipo di nazionalismo e localismo, perché sono temi che da troppo tempo sono stati messi nel dimenticatoio ed è venuto il tempo di parlarne, soggetti che oltretutto non hanno nulla da invidiare ai racconti che troviamo in tantissime canzoni di autori internazionali.

OT: E’ il momento della domanda che rivolgo sempre agli artisti che intervisto: quali sono i tre dischi che ti hanno influenzato maggiormente e i tre ultimi lavori che hai ascoltato più frequentemente, quelli che ultimamente ti sono più piaciuti.

FG: Domandona da un milione di dollari….. Dunque: Live at Fillmore East (The Allman Brothers Band), Nine Tonite (Bob Seger), Exile on Mainstreet (Rolling Stones). Tra i lavori più recenti: Car Wheels on a Gravel Road (Lucinda Williams), The Low Highway (Steve Earle), Heartbreak Superstar (US Rails).

OT: Noto con dispiacere che la situazione della musica live in Italia peggiora sempre più. Tu che vivi sul confine, vai sempre più spesso a suonare all’estero. Com’è la situazione oltreconfine?

FG: Tasto dolentissimo!! Negli ultimi sette/otto anni ho avuto la fortuna di suonare prevalentemente all’estero e devo dirti che, dopo alcuni anni di assenza dalla scena italiana, la situazione mi pare abbastanza desolante. Se già anni fa non si fece nulla per aiutare il nostro settore (anzi sembra quasi che si faccia di tutto per affossare qualunque iniziativa), attualmente non vedo alcuna schiarita all’orizzonte, anzi. In questo momento anche all’estero è dura, ma la grande differenza è che lì esiste un tessuto musicale e culturale solido ed il “live”, soprattutto se originale, è una cosa che viene considerata necessaria e non superflua o di contorno come da noi.

OT: Quali progetti hai in serbo nell’immediato?

FG: Dopo la presentazione fatta a Trieste, per promuovere il disco sto lavorando a un tour da portare sia in Italia che all’estero. Tra i progetti futuri c’è sicuramente il seguito di quest’album, ho ancora parecchie outtakes, ma non è detto che il prossimo sia ancora un lavoro da solo perché mi piacerebbe coinvolgere la band che mi accompagna dal vivo: Giulio Roselli (batteria), Tea Tidić (basso e voce), Andrea Reganzin (tastiere) e Anthony Basso (chitarra e voce).

OT: L’esperienza con i Ressell Brothers continuerà?

FG: Non so dirti, i due soci hanno altre priorità al momento.

OT: Ti vedrò a Milano e dintorni?

FG: Spero proprio di si!

OT: Raccontami delle due cover inserite nel cd…

FG: Willy De Ville e Townes Van Zandt sono stati due autori straordinari, purtroppo poco considerati, ho sempre ammirato entrambi, soprattutto la loro, se pur diversissima, abilità di scrivere e di raccontare. Spero di aver reso un degno omaggio.

OT: I brani di Rough Man sono tutti scritti di recente o li avevi nel cassetto?

FG: Sì, praticamente tutti nuovi, avevo scritto un paio di idee qualche tempo fa, ma la quasi totalità è nata in studio, i brani hanno preso forma non appena ho iniziato le registrazioni. I testi, come mia abitudine, li ho scritti sui pezzi già quasi terminati. Come dicevo prima ci sono delle outtakes quindi… straight on!!!

OT: Grazie e a presto.

FG: Grazie mille!!

Ho notato con piacere che Rough Man appare in molte playlist del 2015 di amici, blogger e giornalisti e non potrebbe essere altrimenti. Certo non propone nulla di nuovo, ma la musica che ci presenta è figlia dei nostri sogni, delle nostre passioni, delle nostre stesse delusioni e ambizioni; è la musica con cui siamo cresciuti, quella che ci aiuta a combattere il logorio della vita moderna, ci fa sentire meno soli e ci accompagna nel presente. Tra le mie preferite Barbed wire, ballata alla Tom Petty, Smash down, southern song tagliente, la sognate Joseph’s dream che ricorda Robbie Robertson con l’armonica che disegna immagini leggendarie, naturalmente Mixed up, shook up girl e Pancho and lefty, cover magistrali di Mink DeVille e Townes Van Zandt, Lost land blues e Chain reaction per le influenze bluesy che affiorano. Penso che Rough man finirà anche nella mia personale playlist; intanto è tra i cd che sto ascoltando più frequentemente. Voi cosa aspettate?

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...