Un operatore ecologico dei sentimenti – intervista a Leo Pari

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Articolo di Iolanda Raffaele

Cantautore, musicista e producer, Leo Pari è tutto questo e anche di più.
Di sicuro è figlio della cosiddetta “scena romana” ed è il padre di album numerosi come LP (2006), Secondo Volume (2008), Lettera al Futuro (2009), San La Muerte (2010), Resina (2012), Sirena (2013), Gas Vintage Super Session Vol.1(2013), Gas Vintage Super Session Vol.2 (2014), La Metro C (2015).

Instancabile e sempre all’opera, in lui si mescolano sonorità electrofunk/grime, cantautorali, rock e folk rock, ma anche tanta esperienza, tour e collaborazioni con nomi di primo piano del panorama musicale.
Membro del Collettivo Dal Pane insieme ad artisti come Roy Paci e Niccolò Fabi, fonda nel 2010 l’etichetta “Gas Vintage Records”, ma nel 2016 ci porta addirittura in cielo con l’album “Spazio”.
Dieci canzoni dal sound pop, a tratti un po’ nervose ed isteriche, con spruzzi di techno e ritmi elettrici. Brani colorati di originalità e personali, ma capaci di dialogare musicalmente con le tonalità di Battisti, Battiato e De Gregori, in un’atmosfera sognante e malinconica tra passato e futuro.
Sotto il cielo della Gas Vintage Records scorrono stati d’animo contrastanti: le varie facce dell’amore (Bacia Brucia Ama Usa, Non ci ruberanno l’amore), il disincanto e il cinismo (I piccoli segreti degli uomini), il mestiere antico della canzone (I Cantautori), l’atteggiamento romanzesco, sacro e profano che coabita dentro di noi (Werther, Ave Maria), ma anche il senso della resistenza, malgrado tutto, perché “arriverà la fine del mondo ma non ci stupirà e non ci ucciderà”(La fine del mondo).
In questa piacevole intervista, approfondiamo l’universo “Leo Pari”, curiosando più da vicino.

Le canzoni sono un po’ lettere in note ad un pubblico indefinito del presente o futuro, qual è la tua “Lettera al futuro”?
A parte la canzone che ho scritto nel 2006 che aveva questo titolo, credo che in Spazio ci sia “Non ci ruberanno mai l’amore” a svolgere questa funzione. E’ un’analisi del tempo che stiamo vivendo che inevitabilmente avrà ripercussioni sul futuro, e se perdiamo di vista le poche cose importanti che abbiamo sarà un bel disastro.
In generale quasi in tutte le canzoni di questo disco parlo di futuro, in contrasto con il sound che invece è volutamente retrò.

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Secondo te esiste oggi una formula artisticamente valida per comporre?
Oggi come ieri, nessuna formula, solo istinto e buon senso, se una canzone emoziona me per primo, allora è il caso di lavorarci. L’importante è cercare di mantenere una coerenza compositiva, una propria personalità, ma anche in questo caso c’è da fare ben poco, non ci sono studi o formule magiche, è come la chimica tra due amanti, c’è o non c’è.

La musica dà occasioni o sono le occasioni a creare la musica?
Le occasioni lavorative legate alla musica sembrano essere sempre meno, e non credo dipenda dalla musica, ma dagli ascoltatori. Sembra che in questo periodo l’ascoltatore indie medio abbia attenzione per uno, massimo due artisti contemporaneamente, che in genere sono i fenomeni del momento, poi è pronto a dimenticarsi di loro molto presto. C’è poca ricerca, poca curiosità, il fatto di aver reso la musica gratuita e di facile consumo ne ha sensibilmente diminuito il valore intrinseco. E’ una roba tristissima, vedere che anche nel mondo della musica “alternativa” ci si limita a seguire le tendenze così come accade nel mondo orrendo della musica leggera da network italiano.

Da “Non parlerò d’amore”, a “Se tu sapessi Innamorarti di me” a “Non ci ruberanno mai l’amore”, progressiva apertura al tema dell’amore o semplice casualità nei titoli?
Le canzoni di tutti parlano solo d’amore, è il tema più utilizzato in assoluto. Ci sarà un motivo…

In “I cantautori” affermi che “i cantautori sono i depuratori della società”, spiegaci meglio questa suggestiva espressione.
Ho sempre immaginato l’artista in generale come una specie di operatore ecologico dei sentimenti. E’ come se chi scrive una canzone si facesse carico delle energie che sono in circolazione nell’etere, che spesso suscitano emozioni forti, anche dolorose, e in qualche modo le metabolizzasse per trasformarle in qualcosa di positivo, una canzone appunto, che abbia valore catartico per chi la ascolta. In questo senso il cantautore diventa un depuratore della società, offre un servizio emotivo agli ascoltatori.

Nel 2010 la fondazione dell’etichetta “Gas Vintage Records”, cosa ti ha spinto a questo progetto?
Un cocktail micidiale composto da: 20% follia, 30% insoddisfazione della proposta musicale che mi circonda, 15% ambizione, 10% spirito imprenditoriale, 20% amore per l’arte, 5% droghe varie. Mescolati, non shakerati.

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Prima la terra di “La Metro C”, poi il mare di  “Sirèna”, infine l’atmosfera lunare di “Spazio”, tòpoi musicali o luoghi dell’anima?
E’ come se ogni disco avesse un suo colore, una tinta di base su cui poi sfumare in varie tonalità. “Spazio” è il disco conclusivo di una trilogia, gli altri due capitoli sono “Rèsina” e “Sirèna”, e “La metro C” è un EP di 4 canzoni che ho pubblicato lo scorso anno, dedicato alla mia città ovvero Roma. Forse sarà mania di ordine mentale, non so, ma vedo i dischi come degli scompartimenti di un armadio, non mi piace mescolare i calzini con le camicie, ogni cosa va al suo posto, everything in the right place.

Nel tuo percorso musicale si intravede trasformismo e sperimentazione, esperienza e bravura, quali sono gli ingredienti o, meglio, gli “arnesi” del tuo successo?
Continuo a citare l’istinto; mi piace buttarmi in percorsi sconosciuti, quindi anche pericolosi, e imparare a percorrerli nel momento stesso in cui mi ci trovo. D’altronde chi fa sempre lo stesso disco per tutta la vita riesce ad annoiarmi mortalmente, ed è un vizio abbastanza diffuso quello di trovare la formuletta che funziona e ripeterla all’infinito. Allo stesso tempo bisogna associare all’istinto anche un po’ di mestiere, quello sì, sennò si diventa dei cialtroni improvvisati; un conto è avere il coraggio di lanciarsi da una montagna, un altro è ricordarsi di indossare un paracadute.

“Spazio”, il tuo nuovo album, riprende motivi e suggestioni che richiamano il grande Lucio Battisti, come mai questa decisione, nostalgia del passato o omaggio ad un pezzo di storia?
Il mio legame alla musica di Battisti è sempre stato piuttosto netto ed evidente, il mio timbro vocale somiglia al suo come quello di Kevin Parker dei Tame Impala somiglia a quello di Lennon, non si scappa. Quindi difficile ascoltare la mia musica senza che venga in mente quella intramontabile di Lucio. Allo stesso tempo ho cercato di portare il discorso da un’altra parte, con melodie personali e soluzioni armoniche inedite, che hanno reso Spazio un disco perfettamente in linea con il 2016, non avevo alcuna intenzione di scimmiottare un suono del passato. Penso che Lucio Battisti sia stato l’unico in Italia che abbia saputo mescolare grandi melodie con un sound internazionale al passo con i suoi tempi; negli anni in cui scriveva lui, il cantautore italiano doveva avere la barba, la chitarra classica e il fiasco di vino, una noia mortale.

“La fine del mondo” recita “arriverà la fine del mondo ma non ci stupirà, ma non ci ucciderà”, che messaggio vuoi lanciare?
Che la società occidentale è composta da gente viziata, empia, abituata ad avere qualunque cosa e a consumare tutto con voracità; potrebbe scoppiarci la luna sotto gli occhi e qualcuno penserebbe che è una nuova trovata pubblicitaria. Questa abitudine al consumo ha spogliato di qualsiasi valore anche l’arte: io impiego 6 mesi chiuso in uno studio di registrazione per realizzare un album come Spazio, e tu te lo ascolti gratis, in qualità infima e senza alcuna attenzione perché tanto non ti è costato niente, ti sembra corretto?

“Bacia brucia ama usa”, una sequenza di verbi per un’escalation di emozioni, come nasce questa canzone?
Come tante altre, in un pomeriggio noioso passato a strimpellare al pianoforte. Se fai attenzione il giro armonico della strofa è praticamente lo stesso di “Alabama” di Neil Young, anche se poi il vestito funk con cui l’ho arrangiata ti fa pensare a tutt’altro. L’idea iniziale del testo era quello di una storia d’amore ambientata all’inizio degli anni ’80, con tanto di telefono a gettoni, maglioni della Lacoste e una doppietta di Boniek. Poi ho cambiato idea e l’ho attualizzata, lasciando i personaggi sospesi in una notte qualunque di inizio estate, pronti a scambiarsi la pelle, ma senza usare espressioni inutili come “per sempre”. I due protagonisti lo sanno come vanno le cose oggi, amiamoci adesso, subito, senza promesse, il resto si vedrà.

In un mondo in cui tutto si mostra, ma poco si riesce a dimostrare, che posto hanno “i piccoli segreti degli uomini” ?
Sembra che tutto sia cambiato intorno a noi, viviamo nell’epoca della microtecnologia, del web e del sesso online, eppure gli istinti primordiali sopravvivono, non ci hanno tradito loro. Intendo dire che alcuni comportamenti, maschili o femminili che siano, fanno parte del nostro imprinting, e sì possiamo camuffarli, sopirli, razionalizzarli, ma restano sempre lì da qualche parte, nel profondo delle nostre personalità. Faccio un esempio: passa una ragazza con un bel culo di fronte a un bar, tutti gli uomini (etero ma anche no) si volteranno per guardarla andare via di “spalle”, è matematico. I piccoli segreti degli uomini sono un po’ questi, quelle chiacchiere che si fanno nello spogliatoio dopo il calcetto, dopo un paio di birre ad un pub, che tutte le donne sanno già, ma che sarebbe meglio non sentissero mai. Un po’ quello che le donne non dicono al contrario.

Quali altre invenzioni e impegni hai in cantiere?
Intanto sto lavorando molto sul live di Spazio, ho una nuova band e vogliamo riproporre il suono fedelmente, senza l’ausilio di computer e sequenze che vincolano troppo l’esibizione. Sto ricevendo diverse richieste di produzione artistica di altri dischi, è un lavoro che mi appassiona quello di vestire con il mio stile canzoni scritte da altri. Poi porterò Anima Latina di Battisti in tour, parallelamente alle mie date come Leo Pari, dunque, un bel da fare.

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Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

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