Petrina – Be blind (Ala bianca, 2016)

Postato il Aggiornato il

BE BLIND COVER

Articolo di Giovanni Carfì

Pianista, cantante e compositrice, Petrina condensa in quest’ultimo lavoro tutto il suo background.
Ha lavorato a vari progetti, di carattere nazionale e internazionale, con collaborazioni anche di un certo rilievo.

Ha pubblicato un disco di inediti pianistici di Morton Feldman, vinto il Premio Ciampi, dato alle stampe nel 2009 il suo primo lavoro autoprodotto: “In Doma”, a cui ne è seguito un altro nel 2013 dal titolo “Petrina”.
Nel 2015 Paolo Fresu – con la sua etichetta Tùk voice, ne ha pubblicato “Roses of the Day”, che racchiude in realtà più cover che inediti. Dopo una breve attesa, eccola nuovamente nelle vesti di autrice del suo terzo album: “Be blind”.
Una copertina sfuggente, ci regala un’immagine rapida e indefinita. Evitiamo di concentrarci solo su ciò che vediamo; chiudiamo gli occhi e apriamo i sensi…

VISTA
Uno dei sensi principali, o almeno siamo spinti a pensarlo. Tutto ciò che ci circonda, si basa sull’impatto visivo, la facilità di acquisizione che ne risulta ci destabilizzerebbe se venisse a mancare.
Be blind parla in modo provocatorio della sensazione di cecità, da non intendere come handicap, ma da leggere con significati contrapposti. Se da un lato non riusciamo a vedere e a comprendere la realtà che ci circonda, perché troppo intricata, complessa, rapida e piena di filtri, dall’altro, proprio l’essere ciechi, ci permette di vedere oltre la superficie delle cose, elaborando in modo personale la sinestesia degli altri sensi.

GUSTO
Non è un disco di musica classica, né di musica jazz, ma sono presenti questi e altri ingredienti.
C’è una base di pop-rock, ben steso, miscelato con basso e batteria calibrati, chitarre folk ed elettriche, sporche se necessario. Qualche sfumatura elettronica e abbondante uso di voci, corali, sovrapposte o raddoppiate, utili per creare quel sapore etereo e psichedelico quanto basta.
Disporre il tutto in 10 tracce, per una quarantina di minuti circa.

UDITO
“November 10th”, un basso che pesca dal subliminale, un pizzico di elettronica, chitarre che ci affiancano passeggiando tranquille, la batteria che interviene e si nasconde all’occorrenza. Si nota subito una voce che sembra girarti intorno e che si assottiglia in modo caratteristico, fondendosi con altre nella parte finale del brano.
“Wild Boar”, contiene gli stessi suoni e intenzioni, ma non si può fare a meno di perdersi in un ritornello, dove il vento porta via le parole e le moltiplica, e in cui le basse del pianoforte si sfidano con il rumore selvaggio di un cinghiale, togliendo un po’ di poesia al pezzo.
Seguono due canzoni nelle quali traspare maggiormente l’influenza pop, in un’eccezione comunque molto particolare. “Supercharged machine” è più dinamica, con delle corse strumentali, e dei suoni leggermente più spinti. “Paperdebris” ha qualcosa di già sentito, ma ci perdiamo in piccole gocce di tastiere ipnotiche e suoni scivolosi, avvolgenti, rapidi, con una sensazione di straniamento, ma la voce di Petrina ci guida.
Una sferzata rock, apre la parte centrale del disco quasi in due con “Miles”, ma è solo un pretesto, non ci sono grossi stravolgimenti. La struttura stessa dei brani  è regolare nella sua piacevole irregolarità, o meglio ci sono tante piccole parti, che si fondono tra loro, inserendosi senza rubare nulla.
Ben presente il basso, con un suono spinto in molti casi, e la batteria che da regolare e pulita, riesce a diventare piccola ed elettronica. Il pianoforte c’è, ma in tanti casi, resta nascosto, o comunque non è in primo piano. Il disco tende a prendere una sua veste specifica con il passare dei minuti.

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OLFATTO
Le atmosfere sono molto particolari. Appaiono e scompaiono piccole sirene, cori ed elettronica si fondono e sfumano. Si è sempre in bilico tra una piacevolezza melodica, fusa con suoni meno rassicuranti, e una sorta di voce dominante, che orchestra come in una sorta di giostra, suoni e strumenti.
“Broken embraces” ha una struttura più lineare, inizia in modo molto morbido, ma si arriva presto al ritornello, dove i suoni stracciano e graffiano la sensazione di calma apparente, in un’altalena dove la voce e le chitarre ci spingono sempre più in alto sul finire del pezzo.
Scendiamo dall’altalena, e troviamo gli ultimi due brani: “The war you don’t see”, sembra pronta da un momento all’altro ad un balzo o ad una fuga, viene trattenuta e domata con un ritornello mantrico; chitarre acide e strani echi, ci costringono in un cerchio.
“The loony”, chiude e suggella questo lavoro con un passo lento e trascinato, un bellissimo ritornello dalla melodia inaspettata, apre e ci proietta all’esterno. Suoni e interferenze, cadenzati da una batteria lontana, creano una sensazione di tranquillità in cui ritroviamo, proprio verso la fine, la piacevolezza del pianoforte.

TATTO
È un lavoro uniforme, anche se la superficie non è completamente liscia, presenta delle lievi increspature, come quelle generate dal velluto quando lo si accarezza in modo contrario. La struttura è sempre molto simile, inserendo e orchestrando parti inaspettate, con arrangiamenti per nulla banali, con suoni  calibrati più volte, anche all’interno dello stesso brano.
Colpiscono il senso di voce guida e narrante di Petrina, così come la percezione di un suono ammaliante e leggermente sinistro fusi insieme, che ci accompagnano fino alla fine del disco.
Un velluto ricco e pregiato, che non rassicura per la sua morbidezza, ma conferisce uno stato di autorevolezza a chi lo indossa, e di eleganza per chi lo guarda.

Tracklist:
01. November 10th
02. Wild Boar
03. Supercharged Machine
04. Paper Debris
05. Miles
06. I Like
07. Frog Song
08. Broken Embraces
09. The War You Don’t See
10. The Loony

[Foto – Francesca Bottazzin]

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