L’Introverso: siamo fieri di essere persone normali

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Articolo di Eleonora Montesanti

Poche settimane fa è uscito il video di “Manie di grandezza”, terzo singolo estratto da “Una primavera (2015), secondo disco de L’Introverso, band della Barona, quartiere della periferia sud di Milano. Il brano parla di chi da piccolo veniva marchiato come qualcuno dal futuro certamente disastroso, solo per lo status sociale di appartenenza. E’ una canzone contro i pregiudizi, è un brano di riscatto. Crescere, sognare in grande, impegnarsi, fare errori, disattendere i pronostici pessimistici, ritrovarsi persone normali.
il video, realizzato totalmente in DIY è realizzato da Futre, bassista della band, e Mauro Ferrarese.


Per l’occasione abbiamo voluto scambiare due chiacchiere con Nico Zagaria, voce e autore delle canzoni de L’Introverso.

Manie di grandezza” è il terzo singolo di “Una primavera”, il vostro disco che è uscito quasi un anno fa. Come mai avete scelto di produrre un video a costo zero?
Non avevamo più budget per un altro video, ma avevamo voglia di farlo. Così ci siamo detti: “Giriamolo da soli, a costo zero.” Abbiamo buttato sul tavolo qualche idea e poi Futre, il nostro bassista, e Mauro Ferrarese, un caro amico d’infanzia, si sono messi sotto e l’hanno realizzato. Per tutti questi motivi, è il video di cui siamo più orgogliosi.

Avete descritto “Manie di grandezza” come un brano contro i pregiudizi, poiché parla di chi da piccolo veniva marchiato come qualcuno dal futuro certamente disastroso, solo per lo status sociale di appartenenza, ma che, da adulto, si è ritrovato ad essere una persona normale. La normalità può essere una conquista, un riscatto?
Secondo noi, sì. Viviamo in un mondo che ci spinge sempre a dover sorprendere, a dire e fare cose eclatanti per farci notare. Il risultato è tanto ego e tanta frustrazione da parte di tutti. Nonostante le previsioni di alcuni, oggi siamo fieri di essere persone normali, che lottano onestamente per quello in cui credono.

Qualche anno fa, quando facebook esisteva da un tempo relativamente breve, mi ritrovai taggata in una foto piuttosto misteriosa, che poi vidi anche appiccicata nel bagno di un locale di Milano. Sulla foto c’era solo una scritta: “CHI E’ L’INTROVERSO?”. Io mi sono data la mia risposta personale. Ma voi, invece, chi siete?
Digressione: da ragazzini, scrivevamo sui muri e nei vagoni della metropolitana di Milano, quindi attaccare quegli adesivi mentre eravamo in giro, qualche anno dopo, ci sembrava una cosa educatissima!
Chi siamo? Siamo degli amici che suonano insieme, che hanno viaggiato insieme e che hanno condiviso vittorie e sconfitte, sogni e delusioni. A volte ci chiedono perché, nonostante siamo una band, il nostro nome sia al singolare: perché, proprio per tutti questi motivi, quando suoniamo non ci consideriamo una somma di elementi, ma un’unica entità.
Comunque non scappi, ormai siamo curiosi di conoscere la tua risposta personale…

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A proposito di questa foto, quanto sono importanti la creatività e le idee di marketing per la musica? Qual è, secondo voi, il confine tra sostegno alla propria arte e bluff?
Se fatte con divertimento e sincerità, le idee di marketing rientrano nella sfera espressiva di un musicista e sono anche utili. L’importante è che non diventino il centro del progetto. Per quanto riguarda i bluff… è un argomento complesso. La maggior parte dei cantautori e gruppi indie italiani è composta da figli di papà che però danno un’immagine di sé completamente opposta. Non c’è niente di male a essere nati in una famiglia ricca e non c’è neanche bisogno di dirlo per forza, ma quando senti alcuni testi e leggi alcune interviste ti chiedi come si possa bluffare così. Il pubblico però ci crede e, siccome la musica è anche spettacolo, quell’aspetto va valutato anche come un’effettiva abilità.
Poi, sono d’accordo con Guè Pequeno quando dice che in Italia va lo sfigato. Se guardiamo all’ultima ondata di “rockstar”, sembra proprio La rivincita dei nerds, come quel film anni 80.

Appartenete fieramente alla Barona, quartiere periferico nel sud di Milano. Quanta Barona c’è in voi e nella vostra musica?
Ce n’è tantissima, perché la viviamo ogni giorno. La nostra sala prove, che è la nostra seconda casa, è in Barona. Molti nostri amici sono qui. Io, in particolar modo, ci abito dall’età di tre anni, tutta la mia vita cosciente l’ho passata in questo quartiere e vorrei che un giorno anche i miei figli crescessero su queste strade. E’ la culla della tolleranza alla diversità: ci trovi dalla famiglia molto povera alla tipica famiglia del ceto medio – che però qui sembra ricca -, dal milanese doc al meridionale, dal bianco al nero, dal cattolico al musulmano, passando per il buddista. E si cresce insieme, nelle stesse scuole, nella stessa squadra sportiva, nelle stesse piazzette. Siccome noi siamo un gruppo che scrive di quello che vive, la Barona è lo sfondo di tutte le nostre canzoni. Anche se l’argomento è l’amore, per esempio.

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Come è avvenuto l’incontro con Davide “Divi” Autelitano, cantante dei Ministri e produttore del vostro ultimo disco?
Ci siamo conosciuti un bel po’ di anni fa al Noise Factory, uno studio di registrazione di Milano. Noi eravamo dei ragazzini alle prime armi che registravano un demo e i Ministri cominciavano a far parlare di sé, ma non erano ancora affermati nell’ambiente. E’ nata subito un’intesa particolare a livello umano. Qualche anno dopo Alessio Camagni, il proprietario dello studio nonché produttore dei loro primi tre o quattro dischi, ha prodotto il nostro album d’esordio, Io. In fase di pre-produzione e di registrazione, Divi passava spesso, dimostrando di prendere a cuore il nostro progetto. Già per quell’album ci diede qualche consiglio prezioso. Così, un po’ di tempo dopo, durante una serata in un locale di Barona, chiacchierando e ricordandomi dell’efficacia dei suoi suggerimenti, mi è venuta questa idea: “Perché il prossimo album non lo facciamo insieme?“. Nonostante non avesse mai prodotto nessuno, ne fu subito entusiasta e, da quel giorno, è nata una collaborazione durata un anno e mezzo, che ci ha portato a vivere di tutto, dalle sbronze fino alle sei del mattino, alla serietà assoluta nel lavoro.

“Da oggi voglio una primavera per me”. Così recita il ritornello della title track. Qual è (o quale è stata), come band, la vostra primavera? 
Ce ne sono state diverse. L’incontro con Alessio Camagni ci ha sicuramente aiutato ad alzare l’asticella e ad avere un approccio più professionale alla musica. Il rapporto con Divi ha approfondito ed estremizzato questo aspetto, arrivando a prepararci con metodi e mentalità da serie A. Da entrambi abbiamo appreso tanto. L’ultima primavera, invece, è abbastanza recente ed è stata la “distruzione” di tutto questo. E’ la ricerca dello spirito originario: tornare a suonare divertendoci, a farlo con leggerezza, proprio come quando abbiamo iniziato da ragazzini. Ma con una consapevolezza più adulta, dovuta alle esperienze.

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