Carla Dal Forno @ Standards, Milano – 26 gennaio 2017

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Lara Zacchi

Carla Dal Forno, che ha evidenti origini italiane come moltissimi australiani, è nativa di Melbourne ma vive da alcuni anni a Berlino. Nell’universo globalizzato del nuovo millennio, i suoi precedenti progetti Mole House e F Ingers non sono mai usciti da una ristretta nicchia di appassionati (specialmente il primo), ma il fatto di averli disponibili online ha reso quest’artista non esattamente un fulmine a ciel sereno.

“You Know What It’s Like”, il suo debutto da solista, ha incantato immediatamente per la profondità della scrittura, per l’espressività della performance vocale e per l’efficacia della produzione (confrontare il singolo “Fast Moving Cars” con la ben più scarna e ingenua versione live dei Mole House, che gira su YouTube).
Elettronica minimale e scurissima nella miglior tradizione Blackest Ever Black, l’etichetta londinese diventata negli anni il punto di riferimento per questo tipo di sound (cito i Raime e Tomorrow The Rain Will Fall Upwards, giusto per dare qualche coordinata in più), ma echi e suggestioni sia di Brian Eno che di Angelo Badalamenti (le atmosfere sospese ed inquietanti di “Twin Peaks” vengono alla mente in più di un’occasione).

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Abbiamo avuto la possibilità di ospitarla in Italia per tre date e dunque siamo andati immediatamente a verificare di persona la tenuta live di un progetto che, almeno nella sua versione in studio, rientra tra le cose più interessanti che il sottoscritto abbia ascoltato nel 2016.
La location prescelta per la data milanese è già un buon punto di partenza: lo Standards è una piccola ed accogliente sala dal design elegante, nata per ospitare essenzialmente installazioni di visual art, ma che negli ultimi tempi si sta aprendo anche a performance Pop. La capienza è ristretta, rigorosamente 100 persone (anche se, a giudicare dall’affluenza, alla fine ce n’era qualcuna in più) e per una volta si decide di iniziare alle 21.
E la gente, manco a dirlo, si presenta puntuale. La riprova, se ancora ce ne fosse bisogno, che basterebbe un po’ di coraggio in più da parte degli organizzatori, per poter avere degli eventi infrasettimanali ad orari normali, senza che siano solo universitari fuori corso a presentarsi all’appello. Chiaro che il discorso è più complesso di così, ma ci è sembrata da lodare questa scelta e da considerarla come un possibile punto di partenza.

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Carla Dal Forno è in compagnia di Tarquin Manek, suo partner artistico anche nei F Ingers e che ha collaborato al disco per gli arrangiamenti.
È un concerto di elettronica, essenzialmente: la cantante suona il basso, ma per il resto è tutto digitale, con Tarquin che armeggia tra pedaliere, sintetizzatori e altre diavolerie difficilmente decodificabili, per chi come me non ha dimestichezza con questo tipo di sound.
Rimane tutto suonato, comunque: non ci sono chitarre, tastiere e batterie, ma ogni suono, ogni frequenza che ascoltiamo, viene riprodotta in tempo reale, senza nessun ausilio di basi registrate.
Il risultato è ottimo: dal vivo i brani escono molto meno scuri, più ritmati (i beat vengono messi maggiormente in evidenza) e la voce risulta meno dentro la musica, esce di più ed è anche meno effettata. Sono versioni forse più “esplicite” rispetto a quelle con cui eravamo famigliari, un tentativo di andare dritto alla componente immediata del brano, tralasciando o mettendo in secondo piano quel vestito languidamente elettro dark che, immagino, è quello che ha conquistato maggiormente chi ha ascoltato il lavoro in questione.

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Questo non è per forza un bene: la ragazza non è certamente dotata vocalmente e stonature e imprecisioni sono molto più che frequenti. Ciononostante, l’effetto complessivo è più che gradevole: non esiste solo la precisione tecnica e la qualità dei brani, e le atmosfere evocate sono abbastanza per entusiasmare.
Set brevissimo, poco meno di cinquanta minuti, con al centro i quattro brani cantati del disco, mentre le tracce strumentali sono state tralasciate (forse perché contengono soluzioni sonore difficilmente riproducibili in quel contesto); alcuni pezzi inediti, tutti molto convincenti e indicativi del fatto che potremmo avere un secondo lavoro altrettanto valido.
Al termine, applausi scroscianti e richieste per un bis, alle quali lei, timidissima, risponde un po’ imbarazzata che hanno finito il repertorio…
Ci sono senza dubbio alcune cose da mettere a posto ma in generale direi che il debutto live di Carla Dal Forno è stato in linea con le promesse portate dal disco.
Attendiamo ovviamente un secondo lavoro, prima di poter rafforzare il nostro giudizio, ma nel frattempo appare evidente che questa sia un’artista su cui puntare fortemente per il futuro.

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Grazie per la grande collaborazione a Lara Zacchi e Sound36 Music magazine

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