Tommaso Landolfi – Racconto d’autunno (Vallecchi, 1947)

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Articolo di Sabrina Tolve

«E, in seguito, rividi quei luoghi nel crepuscolo lagrimoso, come la prima sera che vi ero giunto, o spesso e violaceo, come la prima volta che la avevo trovata, o colla pioggia diritta e insistente, come quella notte, colla tempesta, col vento urlante come una creatura incatenata, colla nebbia sbrindellata sulle cime; in una delle mille figure di quella inebriante e malinconica stagione, che erano altrettante figure della mia anima.»[1]

Racconto d’autunno è un romanzo davvero malinconico. Eppure, come sempre accade in Landolfi, si volteggia: ci si avvicina e allontana dal discorso cardine, in un’altalena di emozioni e sensazioni che sembrano talvolta spingerci in tutt’altra direzione.
La malinconia di Racconto d’autunno è forse più viva se si conosce il dolore patito da Landolfi nello scriverlo: gran parte delle opere dell’autore, soprattutto le opere della sua fase iniziale, sono state scritte nella casa di famiglia a Pico del Lazio, un paesino a poca distanza da Montecassino, terra martoriata nella prima metà del 1944, durante la seconda guerra mondiale. In questo periodo, anche la casa della famiglia Landolfi viene distrutta.
In questo recondito angolo di terra, dove si addensano tutti gli altri episodi emblematici della vita dello scrittore (la morte prematura della madre, il rapporto difficile col padre, per esempio), Landolfi scrive e ambienta questo testo, nel 1946 (Vallecchi pubblicherà il testo nel 1947): l’unico suo testo sulla Resistenza, tra l’altro, a due anni dalla profanazione della casa, a un anno dalla fine della guerra.

È la dimora di famiglia che si fa personaggio, divenendo la meta di un desertore che cerca un rifugio o un luogo dove nascondersi, poco importa se sembra impossibile da penetrare; di fatto, la casa si mostra e si snocciola pagina dopo pagina, vasta, aperta, accogliente, elegante, in aperto contrasto con il clima di tensione e oscurità che si respira intorno al vecchio proprietario, ai suoi perversi desideri erotici e ai suoi rituali di necromanzia.
È come se da una storia nascesse un’altra storia, a nascondere o sublimare l’esistenza stessa di Landolfi: dall’autobiografia a una rete fittizia di dettagli, scene, descrizioni, rappresentazioni.
La storia si sgretola, si spezzetta, si fa carico di quello che nella letteratura landolfiana è quasi un leit motiv: la disperazione del perdersi, la casualità della vita (che la rende identica a un gioco d’azzardo – e Landolfi da buon giocatore lo sa fin troppo bene), la ridondanza della realtà.

Ancora, si può cogliere un senso allegorico al tutto, una menzogna che svela una verità, e che nell’essere inganno riesce in qualche modo a lenire il dolore e la frustrazione dell’uomo – impotente – di fronte al mondo e agli altri esseri umani.
Ci sono innumerevoli scontri e dicotomie: tra il protagonista e il proprietario della casa prima, poi tra il protagonista e la fanciulla, infine, tra il protagonista (la ripetizione è voluta, è bene si sappia) e gli uomini bruni.
Se si è parlato del primo scontro-incontro come quello tra la vita e la morte, e della fanciulla come dell’essere femminile che diviene ossessione per Landolfi (soprattutto per l’aspetto di madre, moglie e figlia), il finale è sicuramente quello più realistico e crudo, e sicuramente più sarcastico e grottesco, all’interno del testo: componenti dell’esercito liberatore che stuprano e uccidono, che poco hanno del liberatore (o forse no?) e che incarnano sicuramente la totale perdita di umanità durante il confitto bellico.

Non si è più umani, siamo oltre l’essere uomini e no, siamo all’autunno dell’esistenza reale, siamo completamente perduti e mendici di qualsivoglia brandello di conforto, e a guardare avanti c’è solo il desolante inverno.
Sono trascorsi settant’anni e Landolfi non si era poi troppo sbagliato.

rac-autunno

[1]    T. Landolfi, Racconto d’autunno, Firenze, Vallecchi, 1947

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