Le Luci della Centrale Elettrica – Terra (La Tempesta, 2017)

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Articolo di Giovanni Tamburino

«Possiamo crescere ma ricordare per sempre
La tua piccola cicatrice a forma di fulmine
Poi continuare a vivere e non avere niente da perdere»

Un viaggio non da poco, quello di Vasco Brondi e della sua carriera da musicista: attraverso i suoi album è volato da una spiaggia deturpata al firmamento e ritorno a terra. La stessa che aveva lasciato, eppure non più la stessa. È cambiato qualcosa, almeno in quello che ha da raccontare.
La storia è sempre quella: la gente soffre, la gente si illude, si ammazza e qualcuno ogni tanto fa l’amore esattamente come cantava agli inizi della sua avventura, solo che adesso non è lì che mette il punto. Adesso ad aprire il disco c’è A forma di fulmine, col suo crescendo di tono e l’invito a ricordare i dolori del passato, a proseguire con “tutto da vincere, niente da difendere”. Non più un asettico cinismo esistenzialista, tra ciminiere che fumano e grandi scritte Coop come surrogati di realtà, a condire quest’album quanto un frenetico carpe diem che non si censura a nulla e abbraccia l’intero arco dell’esistenza e della storia umana, con tutta la sofferenza e la freschezza che secoli su secoli hanno visto succedersi.
È questa l’energia di Qui, nella sua esplosione di bonghi africani e trombe “sudamericaneggianti”, e sempre questa la dolcezza che attraversa Coprifuoco – secondo estratto del disco –, con le sue sonorità a metà tra una spiaggia sull’Adriatico e Bombay, che dalle macerie di antichi dolori e dallo scoprirsi “assediati da quello che manca” trae la promessa della rinascita che potrà ricondurre ad un unico punto, ad un unico motore tutti gli sforzi che generazioni di uomini hanno portato avanti in bene e in male:

«E dove c’era un minareto o un campanile
c’è un albero in fiore tra le rovine
Ci siamo noi due accecati dal sole
mentre cerchi di spiegare cos’è che ci ha fatto inventare
la Tour Eiffel, le guerre di religione,
la stazione spaziale internazionale,
le armi di distruzione di massa e le canzoni d’amore».

Vasco ha imparato qualcosa non da poco in tutti questi anni: ha imparato a sorridere.
E questo è Terra: un sorriso che dura dieci canzoni, che brilla tra le macerie di un passato che si ostina a ricostruire e a fondersi con un futuro che in tasca tiene qualcosa anche per noi, chiunque di noi. Persino chi ai nostri occhi non dovrebbe meritarlo, come in Waltz degli scafisti, in cui nemmeno chi guadagna sulla pelle altrui non può non guardare le stelle, guardare in alto e oltre sé, per vivere.

Non tutto è oro quel che luccica. Se da una parte è evidente il sogno di unità, dall’altra Iperconnessi è il monito del baratro di una totale spersonalizzazione, in cui l’io è smarrito in mezzo al mare del progresso, ma in cui “da qualche parte c’è ancora sporchissimo il reale”.
Sporchissimo, flebile, ma il reale c’è ancora e l’apertura ad esso è l’unica salvezza dall’annichilimento. Ma cosa ci può rispalancare a questa possibilità?
Decisamente non a caso a seguire troviamo la dolce Chakra: un addio che, forse, non dimentica la gratitudine per l’incontro che lo ha preceduto prima di riprendere il proprio cammino:

«Ti sogno spesso
Nel sogno la città si sta per allagare
ti do l’ultimo bacio sul portone
e ti libero dal male e mi liberi dal male»

Lo stile dei testi è cambiato: ci si allontana dall’ideale di un correlativo oggettivo indie e la semplice narrazione di eventi, incontri. Questi elementi ci sono ancora, ma affiancati al dialogo, da Brondi che parla con chi lo ascolta e segue e, magari, anche col resto del mondo. Allo stesso modo, la chitarra acustica è una compagna inseparabile, ma non è più voce di uno che grida nel deserto. Ad accompagnarla adesso c’è uno stuolo di strumenti dalla più varia provenienza, da Occidente a Oriente, in un tripudio di pop e world music.
Ed è proprio dai tratti spiccatamente etnici il primo inedito del nuovo lavoro di Brondi: Stelle marine, in cui i toni vagamente cupi facilmente associabili agli album precedenti, percorrono tutto il cielo e tutta la terra sfogliando una dopo l’altra immagini sempre più veloci ed evocative, fino a culminare nelle mani di un bambino appena nato. In questo stesso brano si torna a sottolineare quale sia il motore, il punto fermo di cui già aveva parlato: l’assenza, il bisogno. Ciò che è alla base di ogni passo, dal primo che abbiamo fatto, è stato compiuto in nome di una mancanza incalzante e inevitabile che ci induce ad interrogarci sulla nostra natura più intima, in un processo quasi in negativo che dura tutta la vita:

«L’acqua si impara dalla sete
la terra dagli oceani attraversati
la pace dai racconti di battaglia»

Ed è proprio sulla scia di questo bisogno che si muovono gli ultimi passi di questo quarto capitolo dell’artista emiliano, con Viaggi disorganizzati, dove le sei corde aprono da sole, per poi farsi raggiungere da un’intera fanfara, in una parata o una processione che va verso quel domani che incontreremo tra una lacrima e un abbraccio, e spariscono in dissolvenza.

«Queste sono notti senza pericoli
Di nazioni con i debiti, internet senza limiti
Di cieli superati, con viaggi disorganizzati
E tu che ti dimentichi che è una corsa a ostacoli
Allegri e disperati, nei secoli dei secoli»

Tracklist:
01. A forma di fulmine
02. Qui
03. Coprifuoco
04. Nel profondo Veneto
05. Waltz degli scafisti
06. Iperconnessi
07. Chakra
08. Stelle marine
09. Moscerini
10. Viaggi disorganizzati

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