9: il viaggio tra città, suoni e storie di Carlo Barbagallo

Postato il Aggiornato il

Intervista di Giovanni Tamburino, immagini di Valentina Brosolo 

Maggio è entrato nel suo periodo più afoso, quando incontriamo Carlo Barbagallo nei pressi di Corso Sempione, con dietro chitarra e valigia. È arrivato la sera prima a Milano per parlare del suo nuovo lavoro da solista, “9”, prima del release party che terrà a Torino.
Troviamo posto in un bar nei paraggi e davanti ad una birra fresca inizia a raccontarci.

Da cosa nasce 9? Come è nato e in che modo si è sviluppato?
Ha avuto una gestazione molto lunga. È iniziato quando ho finito l’altro disco – alcune registrazioni risalgono al periodo in cui stavo ancora incidendo il precedente. Da quando ho finito quell’album sono passati quattro anni. Nel frattempo ho suonato con altri gruppi, ho anche un’attività da produttore, faccio il compositore elettroacustico, sono in un collettivo di musica elettronica… in questi ultimi anni, quindi, tra un tour e l’altro – rispetto al passato, in cui producevo ininterrottamente la mia roba da solista – ho prodotto questo disco.
Fino ad un certo punto ancora non era molto definito, poi due anni fa un paio di vicende personali mi hanno fatto capire la direzione del disco da vari punti di vista.
C’è anche da dire che, in quanto produttore – faccio dischi e registro fin da quando sono piccolo – ho dedicato il disco precedente a uno studio di registrazione, il Blue record studio: sfruttando al massimo le sue potenzialità, vivendolo notte e giorno come era nei miei sogni. Trovandomi poi lontano da questo luogo per altre esperienze, ho iniziato a costruirmi questo studio mobile con il quale ho registrato il disco in giro per l’Italia, dalla Sicilia a Torino e andando fino a Maastricht. Tutti i musicisti con cui ho collaborato in questi quattro anni, in un modo o nell’altro, sono rientrati in 9. Ad un certo punto mi è stata chiara la direzione, ho registrato tutte le basi di chitarra e batteria e nei due anni successivi ho cominciato ad aggiungere materiale improvvisando, arrangiando con altri musicisti, aggiungendo cose eccetera. Alla fine del 2016 ho deciso di chiudere la cosa e montare il tutto con un approccio “cinematografico”. Mi trovavo ad avere una quantità di materiale pazzesca su uno stesso brano, un sacco di arrangiamenti diversi. Dopo un montaggio molto ossessivo e maniacale è uscito fuori il disco.

Hai detto che hanno collaborato una ventina di musicisti. Come si è svolta la coordinazione?
E’ stato tutto molto naturale. Credo che la collaborazione sia importante per me innanzitutto, ma anche per la musica in generale, il fatto di scambiarsi le proprie esperienze. I miei dischi, per quanto solisti, sono sempre stati un luogo di collaborazione. Quarter Century (2011) è una compilation di collaborazioni con altri musicisti amici; per Blue Record (2013) – fatto in questo studio mobile – invitavo tutte le persone che vi giravano attorno al Blue Record Studio a registrare insieme a me.
Quest’ultimo disco è stato fatto in giro e ho chiamato tutte le persone che avevo desiderio partecipassero. Ci siamo visti, mi hanno mandato il materiale, o magari dopo le session per registrare un altro disco ne facevamo un’altra notturna per il mio… Abbiamo registrato in un soggiorno, una cucina, un bagno… tutto in maniera abbastanza libera. Li ho lasciati liberi di muoversi, di esprimersi liberamente – infatti il disco è pieno di influenze diverse, un po’ volute da me, un po’ date dall’apporto di musicisti stessi che vengono dal rock, dal jazz, dalla musica elettronica… ci si è mossi sia liberamente che caoticamente, magari cercando io di dare una direzione che più o meno avevo chiara in testa. Quando ho avuto in mente tutte le canzoni, ho registrato in pochissimi giorni chitarra e voce doppiando le tape e aggiungendo le batterie, che hanno seguito la struttura dei brani. Poi si sono aggiunti anche gli altri strumenti.
A lungo il disco è rimasto così, dopo ho iniziato a mettere altro materiale molto liberamente e quando ne ho avuto di più ho iniziato a dirigere meglio, ma è stata una cosa veramente collaborativa tra noi musicisti.
Non mi piace l’idea di predisporre tutto e questo è un valore aggiunto ai live: non avendo una formazione fissa, ma una trentina di musicisti disponibili a suonare con me sparsi per l’Italia, varia tanto la tipologia di formazione e come loro possono dare sfumature diverse alle mie canzoni.

Rispetto agli album precedenti i tempi della musica sono più dilatati, senza la necessità di dire tutto e dirlo subito, ma prendendoti i tuoi tempi. Ci sono stati ascolti, musicisti in particolare che hai ascoltato e che ti hanno indirizzato?
Non mi viene in mente nessuno in particolare. Nell’arco di questi quattro anni ho ascoltato un sacco di cose diverse, quindi è rientrato un po’ tutto quello che mi piace, è normale ci sia stata un’influenza.
Rispetto a questa dilatazione, è un disco molto strumentale, anche se incentrato sulle canzoni e ho avuto un’attenzione molto più forte nei confronti della voce rispetto ai lavori precedenti. Ho ascoltato tantissimo soul, ho fatto tanta musica elettronica, ho collaborato con molti musicisti nell’ambito dell’improvvisazione, quindi tutte queste influenze si riflettono nel lavoro. Poi c’è anche il mio background, che viene comunque anche dal rimpianto (sono passate poche ore dalla notizia della morte del frontman di Soundgarden e Audioslave) Chris Cornell… Sicuramente rispetto ai dischi precedenti ho fatto davvero attenzione all’utilizzo della voce. Per il resto è stato tutto molto spontaneo.
Forse è vero che nella struttura dei brani in qualche modo ci sia la volontà di prendersi lo spazio per dire le cose a poco a poco, ma è molto istintiva. Mi viene da pensare che sia venuta dal fatto che, partecipando molti musicisti, ci sia stata la necessità di allargare i brani per lasciare esprimere diverse personalità e diversi riferimenti. Ad esempio, Any Girl’s Eyes nella versione originale dopo l’intro e il primo ritornello strumentale partiva subito con la voce, mentre nel disco ho allungato perché c’era un arrangiamento di archi e ho voluto metterlo in primo piano come fosse la voce cantata perché mi piaceva molto il lavoro fatto con Giovanni Fiderio sugli archi e in qualche modo avevamo lavorato per ricordare il loro utilizzo nel soul e nella black music degli anni ’70 – mi ricorda tantissimo Etta James – e quindi dargli una prevalenza; oppure la parte centrale di Save Hide Save, già pensata come strumentale funk, è diventata un dispiegarsi di diversi arrangiamenti, diverse citazioni di musica del passato e continua giocando con questi a livello di montaggio, oltre ad un lavoro di registrazione di altri strumenti fatto da me che amalgamasse il tutto.

E, al di fuori dell’album, ci sono musicisti che ti fanno da riferimento o sono tanti pezzi che sono andati a creare un mosaico?
Sono tanti pezzi. Nella mia vita ho sempre solo suonato e registrato, non ho fatto nient’altro. Vengo da una famiglia di musicisti: dalla parte di mia madre sono tutti musicisti d’orchestra – quindi la parte di musica classica e contemporanea è venuta da là; mio padre e mia zia suonano, sono entrambi autori, chitarristi legati alla musica anni ’70, al soul, al blues, quindi ho quel background.
A dieci anni ho iniziato a suonare con una band in cui suono tutt’ora – i Suzanne’Silver -, con cui abbiamo iniziato facendo grunge, per poi spostarci verso il sound di Louisville, Chicago, tutta la scena post-rock degli anni ’90. I miei studi mi hanno portato alla musica elettroacustica, sono diventato un compositore elettroacustico, poi un fonico – cosa che prima facevo per gioco, fissandomi sulla registrazione partendo dall’utilizzo dello studio nella maniera più creativa, dal pop dei Beatles e Beach Boys ai pionieri della musica elettronica.
In questi anni, oltre alle mie esperienze di musica elettroacustica – tra cui il COMET, il collettivo che ho co-fondato a Torino -, per quanto avessi già un duo di improvvisazione e sperimentazione su basi più istintive, ho cominciato a lavorare molto a Torino con collettivi di improvvisazione. Arrivando da autodidatta che partiva dal rock, mi sono avvicinato al mondo dei jazzisti, del free jazz, e quindi all’esasperazione di questo, ad un connubio tra elettronica, sperimentazione, improvvisazione nell’ambito della cultura di strada – quindi anche tutti i collettivi di improvvisazione noise, come Noise Delivery e Multiversal. Questo è il percorso che mi ha ispirato. Poi è indubbio che io ascolti tantissima musica, esclusa quella cantata in italiano.

La tua formazione è avvenuta in Sicilia, un ambiente musicale sicuramente diverso da quello nel Nord Italia. Facendo un confronto, come li hai vissuti?
In generale, non sono molto legato ai luoghi. Mi sono trasferito prima a Catania poi a Torino e ho sempre trovato persone con cui collaborare. Ho sempre fatto quello che volevo fare, trovando il modo di vivere di ciò ovunque mi trovassi. Potrei essere a Siracusa, a Parigi, a Milano, ma farei comunque quello che voglio fare.
I luoghi non mi creano limiti, anche se comunque creano delle condizioni particolari, diverse. Se sei un musicista e vuoi fare ciò che ti piace il contesto ti influenza. Ad esempio, sono cresciuto musicalmente fino a 18 anni a Siracusa: un posto in cui fino ad un certo punto – poi ha chiuso – l’unico negozio di dischi era quello di mio padre, era lui a portare la musica a Siracusa. Per quanto poi ci sia stato un movimento di musica originale negli anni ’90, oggi non c’è un posto dove fare qualcosa del genere, non c’è un club dove si ascoltano determinate musiche. A volte ci sono dei tentativi, ma falliscono in breve; non c’è un negozio di dischi fornito, ma ormai siamo nell’era di internet e tutto si può procurare, mentre quando ero piccolo era più difficile procurarsi certe cose.
Il boom del grunge ci ha sicuramente influenzato molto, questa musica che veniva da un luogo freddo, ostile – che, in realtà, da noi è arrivata dieci anni dopo – con una malinconia di fondo legata a qualcosa di simile nostro, ad un’impossibilità di poter vivere una certa socialità. Questo ha creato il link in tantissime parti d’Italia, d’Europa e negli Stati Uniti. Sicuramente noi non avevamo niente da fare tutto il pomeriggio e stavamo in sala prova a suonare, a cercare di fare i Nirvana e poi facevamo i pezzi nostri. Essere a Siracusa, quindi, mi ha influenzato sicuramente.
A Catania è stato diverso: ho avuto modo di conoscere tutta una scena legata da molti scambi all’America, c’erano molti gruppi che venivano dagli Stati Uniti, c’erano posti dove si suonava e per un periodo si è creata una comunione di intenti fra band in cui si organizzavano degli eventi.
Torino è stata tutta un’altra esperienza. Se devo fare un paragone tra la Sicilia e Torino, la grande differenza è che hai molti più stimoli e quindi cambia il tuo modo di fare musica, perché hai la possibilità di avere dei confronti molto più ampi in settori che ti interessano e che si possono ampliare.

C’è una storia, un filo conduttore che lega i vari pezzi di 9? Si può considerare un concept?
Sì, assolutamente: tutti i brani parlano di un periodo. Non come un concept album anni 70, che segue un filo e racconta in maniera narrativa, però c’è una storia che parte da un punto di crisi personale, relazionale, di un personaggio contestualizzato in una sorta di movimento continuo e quindi i luoghi principali sono non-luoghi: mezzi di trasporto, macchine, treni… è in viaggio e dalla crisi relazionale passa ad una personale che nel corso dell’album si risolve attraverso una riflessione sul tempo.
Questa è una macro-storia che non viene spiegata nel dettaglio, è come se ci fossero tante scene di un film che, se visualizzate nel modo giusto, ti narrano una storia. Un po’ come i concept anni ’90, come Gentleman degli Afghan Whigs, o Serenade in Red degli Oxbow, entrambi dischi che raccontano una storia dal punto di vista di alcuni personaggi di questa storia prendendo momenti particolari come fossero delle pagine del diario personale.

Parlavi del fatto che il personaggio arriva ad una conclusione sul tempo…
Arriva ad una risoluzione della sua crisi nei confronti di alcune relazioni per lui importanti attraverso la riflessione sul tempo, sul pensare al tempo trascorso, a quello che lui fa, a come poter andare avanti. Dopo Nothing, Rust è il momento in cui si chiede: «Perché non posso andare avanti?», mentre prima era stato il momento di depressione totale in cui pensava di non riuscire ad andare avanti. In Any Girl’s Eyes si rende conto della crisi e inizia a viverla e i due brani successivi sono dettagli degli altri personaggi di questa storia, che spiegano il loro punto di vista.
Da Rust in poi si vuole andare avanti, c’è Cypress Tree che è un ricordo del passato, poi 9 Years in cui realizza di aver capito, di essere già andato avanti, per poi dire addio a questa storia con Clowns.

Cosa lo fa andare avanti?
Quello che che fa nella vita, fondamentalmente se stesso. Asseconda la sua natura. La crisi fa mettere in discussione il personaggio su se stesso, perché sembra che tutto il problema derivi da sé, mentre non è così, per cui continua ad andare avanti nel suo viaggio.

Quanto di te c’è in questo personaggio?
Tutto. C’è stato un momento della mia vita in cui ho scritto quasi tutti i testi. Poi mi sono reso conto che tutti i brani si potevano mettere in un ordine che poteva raccontare questo. Ho sempre fatto dischi in qualche modo autobiografici e ho sempre parlato di me stesso e di quello che nella mia musica è fondamentale. Registro sempre, continuo a raccogliere materiale finché ad un certo punto mi fermo e ho un disco che chiude un periodo.
Quando penso al passato divido la mia vita in capitoli che sono dischi. A volte sono cambi di luogo o di tecnologie produttive. Magari mi rendo conto che sto prendendo una nuova direzione nel sound e mi sento di chiudere quello che c’è stato fino a quel momento. In questi ultimi quattro anni non mi sono posto il problema, finché ho vissuto delle cose, si è concretizzato e ho realizzato che era tempo di chiudere. Ora sto lavorando su altro.

Il disco è uscito da quasi un mese. Hai già avuto un primo riscontro da parte di chi ti ascolta?
Il disco, per quanto riguarda gli “addetti ai lavori”, ha girato nella sua versione più grezza e in quelle intermedie in tutte le maniere. I miei amici musicisti lo hanno visto evolversi perché partecipavano e io li ho sempre aggiornati. Nell’arco degli ultimi due anni ho sempre avuto dei feedback in itinere.
Il disco, poi, era pronto da dicembre 2016 e a gennaio ho fatto un concerto d’anteprima con una formazione di nove elementi tutta siciliana a Catania, cosa che replicheremo il 25 maggio ai Magazzini sul Po (Torino) con una formazione totalmente diversa, ma la stessa configurazione di nove: batteria, basso, tastiere, due chitarre, io, sax e violino.
In queste ultime settimane ho avuto molti riscontri anche da chi non mi conosceva e sono abbastanza contento che fino ad ora venga percepita questa mia volontà di indirizzare l’ascolto verso una pluralità di generi, la curiosità di andare a ricercare e montare influenze apparentemente lontane tra loro. Il disco, con tutti i suoi riferimenti e deviazioni, invita ad essere curiosi. Il fatto che sia un lavoro “onnivoro” viene notato e sono contento di questo.

Rispetto agli altri album cosa è cambiato? C’è stata un’evoluzione?
Si va sempre avanti. Naturalmente 9 è un’evoluzione musicale, per quanto riguarda determinati aspetti, ma perché sono io ad essere cresciuto ed è passato del tempo. Credo che il prossimo sarà qualcosa del genere, anche se qualcuno potrebbe vederlo come una de-evoluzione, per me sarà sempre un approdare a qualcos’altro.

Ora che 9 è venuto alla luce, quali altri lavori seguirai?
In questo momento sono totalmente concentrato sulla promozione del disco. Poi credo ci saranno un paio di concerti estivi in formazione più limitata e da ottobre l’album verrà portato dal vivo in tutta Italia e anche per l’Europa, anche perché c’è una produzione all’estero e si tenterà di fare un po’ di giri fuori dal confine.
Nel frattempo sto lavorando a diverse cose. In quanto produttore, ho alcuni dischi a cui collaborerò nel loro sviluppo futuro in diversi scenari in cui ho registrato e co-prodotto con altri artisti.
L’8 giugno a Torino mi confronterò con l’esibizione di un brano di Phil Niblock per chitarra elettrica e nastro per un festival di tre giorni dedicato a questo compositore americano che avrò il piacere di conoscere.
Sto anche lavorando insieme al collettivo E<->CB sui video di 9 – da poco è uscito quello di Any Girl’s Eyes, ma stiamo lavorando a quelle che saranno le nuove clip legate al disco – e allo stesso tempo ci stiamo dedicando alla sperimentazione elettroacustica e al teatro. In più, ho finito un disco per chitarra elettrica ed elettronica che spero di far uscire il prima possibile.

C’è già un pubblico a cui ti rivolgi fuori Italia o è la prima scommessa?
Come solista è sicuramente la prima scommessa, il primo tentativo di lavorare fuori. Sicuramente so di avere un minimo di seguito all’estero per via di feedback diretti. La mia esperienza fuori dall’Italia finora è legata a quella coi Suzanne’Silver, con cui abbiamo fatto tre dischi per un’etichetta americana di Olympi, Washington. Siamo andati a suonare lì dopo il primo disco e per gli altri due siamo spesso andati in Francia e in Svizzera. Già c’è un backgroud, quindi, ma per altri progetti.
Come solista ho sempre girato, da solo o con formazioni piccole, per l’Italia quasi continuamente negli ultimi cinque anni.
Quindi sì, è la prima scommessa..

Il tempo è passato ed è ora di andare via. Ci saluta amichevolmente sulla soglia del bar, prima di recuperare le cose che si è portato dietro.
Noi gli facciamo i migliori auguri!

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