Slowtide – Slowtide (Prismopaco Records, 2017)

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Articolo di Luca Franceschini

Se mai in futuro mi capiterà di intervistare questi Slowtide, non mancherò certo di chiedere loro come mai, in un mondo zeppo di band emergenti fino alla saturazione, abbiano avuto la bella pensata di scegliersi un nome semanticamente e foneticamente così vicino a quello di uno dei più grandi act della scena indipendente internazionale. Immagino che sia stato perché la parola in sé evocava suggestioni che i cinque avevano voglia di trasmettere. E poi, diciamolo, non è lo Shoegaze il genere che i nostri vogliono esplorare, quindi direi che non c’è il rischio di fare confusione, a patto ovviamente che si stia attenti.
Il disco di debutto degli Slowtide, un quintetto che, da quel che abbiamo capito, si muove tra Milano e Torino, è uscito ad aprile ma non c’è stato tempo di occuparsene prima. In precedenza erano uscite un paio di tracce autoprodotte, che avevano in qualche modo attirato un po’ di visibilità sul gruppo, fino alla firma con la Prismopaco e l’uscita di questo lavoro.
Annalisa Bosotti (voce), Michele Rossetti (voce), Carlo Franchini (chitarra), Mikel Peruch (batteria) e Lorenzo Crippa (sintetizzatori), si presentano come musicisti preparati e dotati di ottimo gusto sia per quanto riguarda la scrittura che gli arrangiamenti.
In regia, Lucantonio Fusaro e Claudio Piperissa dei MasCara, che hanno svolto davvero un egregio lavoro, dotando queste undici canzoni di quell’appeal internazionale che potrebbe farle amare anche oltre i confini del nostro paese.
Quella degli Slowtide è una ricetta semplice: base ritmica sempre in primo piano, con la batteria frequentemente accompagnata dai beat, pianoforte e sintetizzatori a creare il tessuto sonoro principale, con una dose discreta di elettronica ad integrarsi con le chitarre.
Su tutto, le voci di Annalisa e Michele, ora insieme, ora in solitaria, a creare atmosfere rarefatte ma anche più energiche, costantemente in bilico tra Dream Pop, Trip Hop e semplice Pop da classifica, in un continuo alternarsi di suggestioni sonore, ma con uno sguardo costantemente fisso al mondo anglosassone.

Quel che colpisce maggiormente è la costruzione dei pezzi, sempre molto variata al proprio interno, mai banale, merito anche di linee vocali che sanno far compiere alla canzone percorsi quasi mai lineari o di atmosfere sonore particolarmente cangianti.
Degli undici brani che compongono il disco, quasi tutti sono di grande livello, a cominciare dai due singoli, posti in apertura: “Leeway” si muove su coordinate più Dream Pop (vicino a certe cose dei Beach House), mentre “Alaska” ha un andamento più robusto, con le due voci che si muovono su tonalità più aggressive, è un break centrale dove prevale l’elettronica e sembra di sentire il minimalismo dei primi XX.
C.Y.S. è invece sorprendente per come fonde il Trip Hop di band come Portishead e Massive Attack a melodie vocali che sembrano richiamare una certa scena “Post Gothic”, di gruppi particolarmente amati in America: penso soprattutto ai nostrani Lacuna Coil, ma anche agli Evanescence o ai Within Temptation.
Da questo punto di vista, sono “Knights” e “Rats” gli episodi da guardare, se si vuole capire la quintessenza degli Slowtide: due brani orecchiabili, potenti e piacevolissimi, che si muovono tra vocals di grande impatto emotivo e, perché no, commerciale (la prima affidata ad Annalisa, la seconda a Michele) ed un tappeto sonoro che vede l’alternanza tra sezioni più rock con le chitarre in primo piano ed altre più “vuote” dove è l’atmosfera a prevalere.
Nel prosieguo del disco, non mancano soluzioni più tipiche del mondo del Pop, come “Anchorites”, dove il piano accompagna una voce filtrata, oppure la conclusiva “What a Great Place”, che è una tipica ballata di impronta anglosassone, con tutto quello che serve per scalare le classifiche, se fosse presentata nel modo giusto.

In conclusione, se dovessimo individuare un difetto in questi Slowtide, è che a mettere insieme così tanti generi, stili e soluzioni di scrittura differenti, si rischia di creare un po’ di confusione negli ascoltatori. Il suono è omogeneo (merito anche di una grande produzione) ma accanto a brani ben riusciti e di ottimo livello, ce ne sono altri che incorporano buone idee ma che risultano nel complesso fuori fuoco.
Il risultato complessivo però premia il quintetto, che sembra avere tutte le potenzialità per non farsi dimenticare in fretta come ormai, purtroppo, sembra possa accadere spesso.
Mi hanno detto che dal vivo sono molto bravi: se vi capita, non fateveli scappare.

Tracklist:
01. Leeway
02. Alaska
03. C. Y. S.
04. Knights
05. Anchorites
06. Rats
07. Interlude
08. Caves
09. Reprize
10. Talk in circle
11. What a great place

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Un pensiero riguardo “Slowtide – Slowtide (Prismopaco Records, 2017)

    […] (Can’t You See e Too Easy To Twenty), poi il 21 aprile di quest’anno, esce l’album “Alaska”, con i singoli “Alaska” e “Leeway”, e se non bastasse da pochi giorni il video di […]

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