Les Enfants – Isole (UMA Records, 2017)

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Articolo di Giovanni Carfì

Scegliete quattro colori, uno a testa; ora usateli per esprimere voi stessi, ma usando la stessa tela. Loro sono i Les Enfants, in una visione astratta, ma neanche così lontana dalla realtà.
Quando ascolto un brano, o vedo per la prima volta un gruppo, sono immancabilmente critico; la voce, troppa elettronica, poca interazione… invece in tempi non sospetti, in un locale di provincia loro mi colpirono al primo ascolto, ed oggi in veste più ufficiale vi racconterò del loro debutto discografico.
Isole contiene otto tracce, otto tappe o storie che parlano delle esperienze maturate in questi anni, dove raccogliendo consensi ad ogni concerto, sono riusciti a crescere e a fare esperienze in giro per l’Italia, compresa anche una partecipazione in quel che una volta veniva definito “tubo catodico”, ma su questo non mi soffermerò.
La musica riflette ciò che siamo, e loro prima di tutto sono amici; dai tempi delle scuole e dai tempi degli scout. Non c’è una formula perfetta per avere un buon gruppo musicale; alle volte certe alchimie nascono per caso, altre volte è solo il riflesso di ciò che lega i componenti. E forse non è un caso che la loro musica e le loro esibizioni riescano a bilanciare trasmettendo una sensazione serena e sognante.
Niente chitarroni distorti, Francesco Di Pierro ha un suo suono, arricchito da eco, delay e riverberi. Niente bassi a sei corde con slap incorporato, Michele Oggioni accompagna con poche note. Niente batterie da sedici pezzi, con fondo alto un centimetro (ctz.), Marco Manini canta e si accompagna attraverso la batteria, o meglio pochi elementi sui quali trasmette il proprio carisma. E in tutto questo, niente elettronica? Il giusto con gusto, Umberto Del Gobbo passa dalle tastiere alla chitarra folk, al metallofono, arricchendo il lavoro dei compagni.

Isole vuole essere ciò che è stato fatto fino ad ora, esplorando nuove sonorità, pur mantenendo la loro matrice sonora, con l’aiuto e la collaborazione di Giuliano Dottori che li ha seguiti nella realizzazione del loro lavoro.
La prima traccia prende il nome dall’album, e dichiara subito le sonorità scelte, la batteria si fa più elettronica e la voce viene coadiuvata in modo quasi impercettibile da seconde voci e qualche effetto; il resto invariato. Gli elementi naturali entrano ed escono dai testi, vi è questo continuo passaggio da uno scenario quasi bucolico a contesti più urbani, attraversando il proprio mondo interiore con le paure e le ansie che ci accompagnano ogni giorno. Ciò è ben chiaro in “Santa Pazienza”, dove abbiamo anche qualche citazione sonora anni ’80, mentre la traccia successiva, parla proprio di “Mostri”, interiori o esterni a noi, ed è uno dei brani più vicini a ciò che era presente nei loro primi Ep, una semplicità sonora, e piccole melodie di chitarra che fanno camminare sull’erba bagnata ma senza fastidio. Segue “Polvere”, dove il basso si fa più presente, almeno all’inizio giocando con la chitarra;si parla di ricordi, di rapporti forse da ricucire, forse da rielaborare, un po’ di cori e un alone sonoro che circoscrive il tutto per terminare in modo quasi improvviso. Non ci sono troppe variazioni, e arriviamo agevolmente a “Miracolo”. Le melodie di chitarra accompagnano una sorta d’invocazione, non si sa bene chi sia il destinatario, una sorta di preghiera, condivisa e solitaria allo stesso tempo, forse in una notte buia, in una strada di periferia o lungo un sentiero poco battuto, ma lungo il quale il cammino procede con sempre più foga, accompagnato dalle ultime note di chiusura.
Giungiamo ora al termine con “Soli no”, anch’essa con questo mood lento e ondeggiante, come una sorta di amuleto contro la solitudine, e venti sonori che ci fanno socchiudere gli occhi, portando la mano verso il capo per preservare la vista, su qualcosa di visibile ma non troppo definito, chiudendo così il disco in modo sospeso regalandoci una piacevole conclusione strumentale.

Il punto forte dei Les Enfants, è la semplicità, non a caso la scelta di un nome e una grafia che ben descrive il loro “giocare”. Credo che solo in Italia si dica “Suonare” e non “Giocare” uno strumento, perché in fondo è così che dovrebbe essere. Ai concerti si presentano con pantaloni di diverso colore, sul loro merchandising, autoprodotto, spiccano sempre pochi colori in libertà. Sono scelte e modi di approcciarsi alla musica in modo ingenuo e genuino; le loro canzoni sanno così di terra e pioggia, ma anche di sole, perché l’amicizia è calore ed è gialla, la natura presente nei testi è verde, l’acqua che scorre attraverso le varie tracce è blu, e il rosso è l’energia, che attraversa un filtro urbano, ed è capace di far nascere una margherita attraverso la crepa di un muro o far riprendere il proprio spazio ad una radice che rompe l’asfalto.

Tracklist:
01. Isole
02. Lupo
03. Santa pazienza
04. Mostri
05. Polvere
06. Pezzi
07. Miracolo
08. Soli no

 

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