Tu chiamale se vuoi Baustelle: Baustelle, Teatro Politeama Catanzaro – 30 luglio 2017

Postato il Aggiornato il

Foto di Iolanda Raffaele
Live report di Iolanda Raffaele e immagini sonore di Vito De Filippis e Iolanda Raffaele

La quindicesima edizione del Festival d’autunno, dopo la dolcezza di Arisa e lo spirito folle e balcanico di Goran Bregovich e della sua ineguagliabile Wedding & Funeral Band, spalanca le porte alla musica ricercata dall’ascolto sottile e impegnato con i Baustelle. È il 30 luglio non è autunno ma a confondere le idee in questa summer edition non è solo il nome o la musica o il Teatro Politeama di Catanzaro che incanta in ogni stagione, ma è anche e soprattutto l’attesa band toscana con un tour “L’estate, l’amore e la violenza” che sa di mare e di vacanza ma che si mescola bene ad un inconfondibile stile retrò, un po’ cupo, un po’ autunnale.

Promuovere il centro storico, diffondere al sud la buona musica, ma anche valorizzare gli artisti calabresi” – così il direttore artistico Antonietta Santacroce ha dato il via ad una serata dalle emozioni irripetibili. Il 15 luglio la musica nostrana aveva già fatto il suo ingresso con il duo EfeitoBrasil di Roberta Piccirillo (voce e percussioni) e Giovanni Guaccero (pianoforte, percussioni) e la produzione originale del Festival “A história do samba” ed ora è toccato agli Skelters.

Skelters – Foto di Vito De Filippis
La band pop rock catanzarese di Giuseppe Russo (voce, chitarra, synth), Domenico Martinis (voce, chitarra solista), Luigi Longo (basso) ed Emanuele Russo (batteria), attiva dal 2007, ha realizzato quasi un sogno nel cassetto aprendo il concerto degli speciali ospiti, ma non è rimasta certamente indietro e ha sfoderato tutta la sua grinta. “È un pubblico che abbiamo preso in prestito ma ce lo godremo a pieno” con queste parole il frontman della band ha presentato tra commozione e sorrisi il nuovo album Rivoluzione 9 uscito per Irma Records il 20 aprile che nel titolo richiama il brano di matrice beatlesiana Revolution 9, contenuta in White Album, così come il 9 ritorna nel numero delle tracce. L’amore, il lavoro, gli affanni della vita, la voglia di realizzare il proprio io emergono fin da subito con Eroe, Londra, singolo che ha anticipato l’album, e Anima. Il sogno, filo conduttore dell’intero disco, spunta invece con “Siamo”, a dimostrare che i desideri si avverano perché “siamo tutto ciò che vogliamo, siamo tutto ciò che crediamo, siamo tutto ciò che pensiamo”, mentre sul finire Chimica dell’amore è un’esaltazione di questo sentimento nelle sue contraddizioni, nei suoi opposti e nella sua naturale universalità.

Da qui in poi lo sfondo cambia e per circa due ore il palcoscenico diventa un misto tra un set televisivo degli anni 80 e un club, una discoteca vintage. La storia si ripete e, come anche in altre esibizioni, nel buio si staglia la scritta Baustelle con il suo font particolare, inconfondibile, convincente. Nulla è al caso ma tutto è perfettamente in ordine: la scenografia è frutto di una costruzione meticolosa e attenta in cui le luci cambiano colore in un suggestivo intreccio di effetti ottici e scenici, gli spazi si allargano e le distanze rispetto al pubblico sembrano aumentare.

La strumentazione affolla il palco ma non c’è caos, tastiere, piano, sintetizzatori, mellotron e chitarre convivono perfettamente e fanno da contorno agli 8 elementi presenti. Sebastiano De Gennaro (percussioni), Ettore Bianconi (elettronica e tastiere), Diego Palazzo (tastiere e chitarre), Andrea Faccioli (chitarre) e Alessandro Maiorino (basso) si posizionano come una corona tutto intorno, mentre Francesco Bianconi (voce, chitarre, tastiere), Rachele Bastreghi (voce, tastiere, percussioni) e Claudio Brasini (chitarre) occupano la scena e, quando la sala si riempie e le barcacce restano vuote per ballare, in breve tempo hanno già monopolizzato il teatro.

Silenziosi e trincerati entrano in maniera disinvolta e immediata sulla scia della breve e strumentale Love che all’inizio è quasi come una favola d’altri tempi, nel prosieguo si evolve in un crescendo da film thriller e poi in un’aria di festa e alla fine si dissolve in un tonfo. Stilisticamente eleganti e affascinanti, irrompono così: Bianconi con il suo fisico magrissimo e longilineo, accentuato dal nero degli abiti, si sposta un po’ al centro del palco e un po’ per i gradini dietro di lui dove ci sono le tastiere, Rachele con la sua femminilità classica e l’immancabile cappello a tesa larga mostra tutta la sua potenza vocalica e Brasini in giacca e cravatta trasmette quel senso di equilibrio e stabilità che bilancia il dandismo e la piacevole eccentricità degli altri due.

Foto di Iolanda Raffaele
La scaletta si sviluppa come di consueto dando ampio spazio all’ultimo settimo album “L’amore e la violenza”, pubblicato il 13 gennaio 2017, un “disco colorato e oscenamente pop” come l’ha definito lo stesso Bianconi, un “disco d’amore in un tempo di guerra”. Si procede seguendo l’ordine della tracklist con Il Vangelo di Giovanni che nel suo andamento ricorda i ritmi di Franco Battiato e della sua Bandiera Bianca e volge positivamente lo sguardo al passato verso cui c’è desiderio di ritorno perché “non c’è voglia di ascoltare la musica leggera e le idiozie di questi anni”, né di restare impassibili ad un’esistenza di violenza, bisogna riflettere sul significato dell’amore e “imparare il sesso nell’amore”, scoprire la vera identità, ma occorre affrettarsi perché “il tempo è poco per capire”.

Hello Baustelle io sono Amanda Lear, vi abbraccio, sono così contenta di avere una canzone a nome mio, guarda posso morire tranquilla” questo simpatico messaggio vocale della cantante, attrice, modella, scrittrice e presentatrice televisiva introduce all’omonima canzone Amanda Lear, una semplice storia d’amore, di tradimento e di distacco che diventa sia un’occasione per omaggiare l’artista immortalata nel ritornello, sia per sottolineare che niente dura per sempre, nemmeno la musica e neanche le coppie. Serio e composto Bianconi spezza il silenzio, saluta il pubblico caloroso e affezionato anche alla sua dialettica contenuta e scarna e, dopo la presentazione del nuovo album, lascia ogni attenzione a Betty, la fotografia della condizione di una donna o forse di un’adolescente, ma anche di una situazione che accomuna ormai tutti, tra apparenza social e realtà sociale, tra capacità e omologazione, tra finta indifferenza e fragilità che condanna alla dipendenza e alla solitudine.

Eurofestival, invece, è un duetto tinto di rock che elenca paure, malesseri e pregiudizi moderni, mode, stereotipi e tipi umani in un grande festival che è la vita in cui non c’è speranza, ma solo voglia di fuga o di morte, non si sa. “Nonostante l’estate, nonostante Milano, nonostante Catanzaro”, come dice Bianconi, arrivano anche Basso e batteria, un titolo che accenna a due strumenti musicali importanti per loro, ricco di personalità e di riferimenti autobiografici, tra elettronica e suoni metallici e un finale eccezionalmente in inglese, e La musica sinfonica straordinariamente interpretata in solitario da Rachele. Tra giochi di luci e colori la bellissima cantante con il suo volto cinematografico, i suoi occhi allungati e la voce suadente ci riporta ai motivi anni 70, a Claudia Mori, a Viola Valentino e, nella descrizione di un amore finito, lancia un messaggio senza tempo “vivere è rimanere giovani nel cielo con le rondini in terra in mezzo agli uomini, essere felici non è facile è folle ma impossibile è musica sinfonica in discoteca”.

Foto di Vito De Filippis
Un’intro elettronica apre Lepidoptera che mescola suoni vibranti e poesia, rievoca De Andrè nel suo incidere e nel ritmo sognante e sul finale è impreziosita dal coro di Rachele e dalla morbidezza del flauto. Parla del tema della vita con “io non sono stato mai così tanto schiavo del mondo e attaccato alla vita, una falena di luce drogata” ed anticipa la successiva canzone intitolata appunto “La vita”. Si tratta della nona traccia di un album da incorniciare, una sinfonia intensa, che commuove il pubblico del Teatro Politeama con le sue strofe forti, ma profonde in cui ognuno può specchiarsi perché “la vita è tragica, la vita è stupida, però è bellissima, essendo inutile, pensa al contrario e poi ti ammazzi subito, pensare che la vita è una sciocchezza aiuta a vivere”. È un invito a non aver paura e a non addolorarsi per ciò che non c’è, ricordandosi che “stai giocando a un gioco senza vincitori”.

Bianconi è un tipo tutto d’un pezzo, canta tanto ma parla poco, non si concede ad esternazioni e quando lo fa sorprende per la pacatezza. Non manca, tuttavia, in lui un po’ di ironia quando confessa la preoccupazione di non trovare pubblico per questa data perché è estate e il mare attira di più o quando mette in guardia dicendo di andare al mare, ma di non scrivere mai canzoni di Natale e per i figli. Lui, però, ammette di averlo fatto e subito dopo intona Ragazzina, una ballata che dondola tra gli effetti della marimba, trascinando con sé citazioni favolistiche e un inconsueto tu scendi dalle stelle e che, con un dolce spaccato di rapporto padre – figlia, chiude lo spazio dedicato all’album L’amore e la violenza.

La seconda parte del concerto, infatti, è un tuffo nel passato musicale della band con “Charlie fa surf” (Amen, 2008) tra ribellione adolescenziale e condanna al conformismo di tutti quei giovani costretti a trasgredire per uniformarsi e con Un romantico a Milano, cantata insieme al pubblico catanzarese che con difficoltà potrà dimenticare questa prima volta Baustelle, che tra chitarre, tastiere e tocchi di sonaglio riporta all’album La malavita del 2005. Dopo Milano – per la par condicio come dice Bianconi – il Politeama si infiamma con Piangi Roma, un omaggio a Roma e al cinema, attraverso il celebre brano del 2009 incluso nella colonna sonora di Giulia non esce la sera dell’omonimo film di cui fu protagonista Valeria Golino, che ha anche partecipato alla canzone, realizzata per questa occasione magistralmente con Rachele; mentre la frivola freschezza di Gomma diverte, ricorda un po’ gli Stereolab anni 90’ e va a ripescare l’album Sussidiario illustrato della giovinezza del 2000.

Foto di Vito De Filippis
Il concerto è ascoltare musica, ma anche ripercorrere la storia di un artista e con i Baustelle il materiale da rispolverare di sicuro non manca, né servono smartphones per ricordare i testi, inconsciamente impressi nella mente. “Ce ne dicono di tutti i colori, che siamo snob, dandy, pessimisti, e cose simili. Quanto siete tristi, ma forse un po’ lo siamo”, così il buon Bianconi, un po’ lontano fisicamente dai suoi fans, ma visibilmente coinvolto emotivamente dalla serata, lancia “Bruci la città”, canzone del 2007, conosciuta per la versione interpretata da Irene Grandi che ha collaborato alla sua stesura, ma che con lui diventa qualcosa di diverso, di misterioso, di teatrale.

Domani è lontano” nei ritmi incalzanti e nei sospiri, nella melodia a scatti di La Canzone del parco (Sussidiario illustrato della giovinezza, 2000) in cui si intreccia la storia di due giovani amanti, mentre “Aeroplano” (Amen, 2008) è “la canzone che fa sottofondo all’indecifrabile”, mentre “la verità se ne sta tra le stelle più lontane”. Cantata in modo sublime da Rachele, la scena è tutta per lei e la sua potenza, mentre le luci simulano quasi il passaggio di un aereo, quel passaggio che l’ascoltatore percepisce guardando nella canzone e sentendo le immagini in un personale effetto sinestetico. La chitarra di Bianconi e il coro del pubblico in sottofondo portano subito al 2003 con La moda del lento tratta dall’omonimo album, una moda che “tra 100.525 anni tornerà o forse no”, ma non mancano l’internazionalità e la magia con la cover della canzone K. della band pop americana Cigarettes After Sex abilmente riadattata dal cantante della band toscana.

Come ogni concerto la finzione di uscire e rientrare incrementa la suspense e scalda i fans, così i Baustelle si adeguano alla prassi e ritornano con La guerra è finita (La malavita, 2005), canzone attuale in un periodo storico che appare involuto e in cui i conflitti non sembrano cessare, e con le note dell’inedito Veronica n.2, un appuntamento fisso da scaletta capace di stupire sempre e di catturare per il senso di smarrimento e straniamento che lascia. A chiudere il cerchio è La canzone del riformatorio (Sussidiario illustrato della giovinezza, 2000) una storia di amore e morte gravata dall’interrogativo “cos’è che ci rende prigionieri” che conclude una serata senza fine, degna di essere vissuta, raccontata e condivisa.

Al di là dei pregiudizi e del tempo che passa, la musica sa regalare ancora tanta emozione e questo i Baustelle senza dubbio hanno saputo dimostrarlo, perché si può sorridere con le lacrime agli occhi ascoltando le loro canzoni e “in fin dei conti c’è sempre un azzurro che fa piangere oltre le nubi”.

Foto di Iolanda Raffaele
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