Beach House @ Mojotic – Sestri Levante (Ge), 16 Agosto 2017

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di
Silvia Saponaro

Probabilmente gli anni Duemila in ambito rock saranno ricordati come il periodo della normalità, almeno dal punto di vista  della condotta di vita dei suoi principali esponenti. Le trasgressioni, le droghe e l’alcol, l’annullamento di sé perseguito ostinatamente come obiettivo primario, sono probabilmente fenomeni appartenenti ad un passato lontano e conservato solo nei ricordi di chi l’ha davvero vissuto (cioè praticamente nessuno qui da noi).

Sarà che in questi nostri tempi ancora troppo difficili da inquadrare a dovere, la rabbia, la protesta, il grido di insoddisfazione hanno trovato altre forme per esprimersi; sarà che questo grido è stato alquanto omologato e ridotto a fenomeno di consumo (le celebrazioni del quarantennale del Punk potrebbero essere un esempio); oppure c’entra il fatto che si tende oggi a dare più attenzione alla proposta musicale piuttosto che a quelli che potrebbero essere considerati come meri elementi di contorno. Fatto sta che, mentre ci avviamo al termine anche del secondo decennio del nuovo millennio, tolte giusto un paio di eccezioni, il rock in senso lato rischia di non essere più interessante e pittoresco come prima. Ma forse, molto più semplicemente, c’è che alla stampa interessano altre cose, sono altri i personaggi che tirano, che riempiono le prime pagine, e allora ciò che prima era noto al grande pubblico solo per i propri lati extramusicali (le bizze dei fratelli Gallagher ne hanno forse costituito l’ultima grande espressione), oggi non esiste più, siamo lasciati a noi stessi con un sacco di bei dischi, ma di cui diventa sempre più difficile raccontarne i protagonisti.

Prendete i Beach House, ad esempio. Cosa sono, se non il prodotto tipico di un sodalizio nato all’interno dei college, in un ambiente medio borghese dove lo studio della musica e delle arti in generale assume un livello accademico, ben lontano dalla irruente istintività delle glorie del passato?
Ne abbiamo visti tanti, di gruppi così: basta nominare gli XX, che sono i più famosi, oppure i Daughter, o ancora solisti dal viso pulito come Car Seat Headrest o Mac De Marco (che pure non è certo uno che sta dentro gli schemi). È la nuova generazione del rock (sempre che si possa ancora usare questa parola senza complicarsi la vita in mille distinguo), o del Pop, se volete (ancora peggio!) ma se pensate che ancora esiste gente che tende a contrapporre queste due etichette e tendenzialmente a rigettare la seconda in nome della prima, capirete che le cose non sono davvero così semplici.

Tutto questo per dire che Victoria Legrand e Alex Scally, il duo che di fatto compone i Beach House (perché il batterista James Barone è di fatto un membro esterno, anche se suona con loro da diverso tempo), sono due bravi ragazzi, per nulla appariscenti, che da sempre hanno usato la loro musica (e i video che realizzano per i singoli) come unico canale comunicativo, tagliando fuori qualsiasi altro elemento che potrebbe essere tirato in ballo per parlare bene di loro, in primis l’avvenenza e il particolare fascino della cantante e tastierista di origini francesi (e anche figlia d’arte, visto il notevole curriculum dei genitori).

Quando si parla di loro è facile tirare in ballo l’etichetta “Dream Pop”, gruppi come Mazzy Star e Galaxie 500; nomi di culto, ma fondamentali nel plasmare un certo tipo di sonorità. Vero è, tuttavia, che il duo americano persegue da sempre una propria ricerca personale. Nel corso degli anni e dei sei dischi realizzati ha saputo esplorare di volta in volta aspetti differenti, pur rimanendo fisso su riferimenti precisi, che sono poi quelli appena elencati.
Esistono dal 2004 e per loro, fino ad ora, è stato tutto in discesa. Osannati dalla critica già col primo singolo “Apple Orchard”, esplosi col terzo disco “Teen Dream”, da lì in avanti non si sono più fermati e “Depression Cherry”, nel 2015, era atteso come una delle uscite più importanti dell’anno.

Io me ne sono accorto tardi, più o meno nel periodo di “Bloom”, che all’epoca era fuori da poco. Mi sono piaciuti subito, però non sono mai riuscito ad unirmi all’estasi di una certa fetta di ascoltatori. Non saprei dire perché, certo mi hanno sempre dato sensazioni ambivalenti: bravissimi autori, lavoratori indefessi nel cesellare alla perfezione ogni singolo dettaglio, ripetitivi, ma solo perché fanno loro i canoni di un certo genere, sono il classico gruppo che in alcuni giorni mi affascina al punto tale che non smetterei mai di ascoltarlo e in altri mi annoia a morte. È stano, perché c’è tanto cuore nei loro pezzi così come c’è anche tanto studiato artificio, e le due peculiarità, per quanto possa essere assurdo, non si escludono a vicenda.

La stessa cosa succede dal vivo: li ho visti per la prima e unica volta al Primavera Sound di Barcellona nel 2016, ricordo un’esibizione intensa, ma anche alquanto rarefatta, come un suono distante in uscita dalla nebbia; una manifestazione al contempo solenne e colloquiale, estatica e prosaica, così diversa dalla precisione chirurgica dei Radiohead,  o dalla caciarona spacconeria dei Last Shadow Puppets, gli artisti che si erano esibiti subito prima di loro nella stessa area del Festival. Erano le tre del mattino e forse, mi sono sorpreso a pensare, era proprio l’orario giusto per un gruppo come il loro: si ha bisogno di essere ben svegli e allo stesso tempo di non esserli completamente.

È passato un anno e ho avuto l’occasione di ripetere l’esperienza. Non è successo molto, nel frattempo: alla doppia uscita “Depression Cherry”/”Thank Your Lucky Star” è seguita, poche settimane fa, una raccolta di B side e rarità varie, composta da versioni diverse di brani già editi, episodi che non avevano trovato posto sui dischi regolarmente pubblicati (c’è anche una cover di “Play The Game” dei Queen che è veramente impensabile) e due pezzi mai usciti, ma che provengono dalle sessione dei due album precedenti. Si sarebbe tentati di definirlo un prodotto per soli fan, invece è un lavoro solido, con tantissima qualità al suo interno, la riprova è che due di questi brani, “Equal Mind” e “Wherever You Go”, stanno trovando posto nelle scalette di questa nuova leg del tour.

Questa volta riusciamo a vederli anche da noi: per le prime tappe italiane del post “Bloom” vengono scelte due location suggestive, come spesso avviene nel nostro paese durante il periodo estivo. I più fortunati li hanno potuti vedere nella cornice dell’Ypsigrock di Castelbuono (al momento una delle cose musicalmente più belle che succedono in Italia; prima o poi riuscirò ad andare a vedere di persona) ma anche a noi non è andata male: sono stati infatti ospitati dal Mojotic Festival, che è in realtà una lunga rassegna musicale che si svolge da luglio ai primi di settembre, con un nome per serata, sempre di livello qualitativo altissimo (giusto per fare alcuni nomi, quest’anno sono passati Primal Scream, White Lies, Car Seat Headrest, a settembre arriveranno anche i Daughter).

Siamo a Sestri Levante, all’interno dell’ex convento dell’Annunziata, che si affaccia diretto sulla famosa Baia del Silenzio, uno dei luoghi più belli di tutta la Liguria. Spettacolare il colpo d’occhio all’esterno, un po’ meno dentro, visto che il palco, piuttosto piccolo, è montato all’interno del cortile, in una posizione che toglie del tutto la vista del panorama. Lo spazio è poi piuttosto stretto e la fruizione, pur ottima dal punto di vista sonoro, risulta a tratti difficoltosa (complice anche i soliti disturbatori che non fanno altro che spostarsi avanti e indietro per bere e per chiacchierare incessantemente; per fortuna, almeno stavolta, non erano tantissimi).

I tre, mi dicono, hanno tirato in lungo la cena e quindi salgono sul palco solo alle 22.30, mezz’ora dopo l’orario previsto. Non c’è nessuna introduzione a preparare il loro ingresso: la musica in diffusione si blocca, le luci si spengono, Victoria, Alex e James arrivano in sordina e attaccano a suonare. Il via alle danze lo dà come sempre “Levitation”, ma la parola “danza” è totalmente fuori luogo: a un concerto dei Beach House non si balla, al massimo si ondeggia leggermente, rapiti dal ritmo della musica e ipnotizzati dalle atmosfere eteree che sanno così sapientemente creare (non a caso iniziano con l’opener di quello che è in assoluto il loro disco più sognante).

A proposito di quel che si diceva prima, sul far parlare solo la loro musica, i nostri da sempre scelgono di non farsi mai vedere: luci bassissime, sempre accese alle loro spalle, fondale ora colorato, ora decorato a cielo stellato, per l’intero concerto tutto quel che possiamo vedere di loro sono le silhouette, stagliate in controluce. Frustrante, certo, perché questo è un concerto dal vivo e c’è una parte del pubblico che vorrebbe guardarli, studiare ogni loro mossa, capire che tipi sono, come si comportano, ecc.

Dall’altra parte, però, capisco che questa è l’unica soluzione praticabile: non solo perché la loro musica in un certo senso esige che se ne stiano lì, impassibili, ombre che cantano di un mondo di ombre; ma anche perché questo rientra nella loro poetica, nel loro stesso modo di guardare allo spettacolo dal vivo. Per esserci, le canzoni hanno bisogno che gli autori se ne stiano in disparte, senza nulla concedere a gesti che tradiscano un affettato protagonismo.
Ma non prendetela per una sorta di divismo alla rovescia. Non se la tirano, i Beach House. Sono spontanei e naturali, dietro quel tenebroso gioco di luci. Miti e pacati, a volte addirittura timidi, nelle pause tra un brano e l’altro, ogni tanto, Alex e Vittoria salutano, ringraziano, rispondono con pazienza e gentilezza alle manifestazioni di entusiasmo che vengono lanciate loro dalle prime file. “Questa sera stiamo molto stretti, questo è un luogo piccolo, ci sentiamo veramente tra amici!” dice Victoria dopo pochi minuti dall’inizio e si capisce perfettamente che non è così tanto per dire.

Nessuna parola di introduzione alle canzoni, a parte un divertito “Questo è un pezzo vecchio e lo dedichiamo a tutte le donne, ma anche a tutti i ragazzi cattivi di Sestri Levante”, per annunciare “Master of None” e una sorta di proverbio americano che nessuno capisce, prima di “Wishes”; ciò che suonano, verrebbe da dire, si spiega fin troppo bene da solo.
Le storie che la Legrand racconta non si possono certo definire allegre, ma neanche così tragiche o disperate. C’è piuttosto un senso di attesa, ma anche di accettazione, come se la vita fosse una cosa troppo seria per banalizzarla dicendo sempre che semplicemente andrà tutto bene.

Lo spettro sonoro è semplice, quasi banale. Sul palco sono solo in tre, i compiti ben definiti: alla Legrand le voci e tutto ciò che concerne tastiere e sintetizzatori; Alex suona sempre e solo la chitarra, ora in Slide, ora insistendo su fraseggi che si muovono spesso nella parte bassa del manico, quasi a fare da controcanto alle narrazioni della cantante. James Barone invece si limita alla batteria, coi suoni della drum machine perfettamente fusi con quelli analogici. Pochissima elettronica, a parte questo, giusto qualche piccolo campionamento di voce e qualche altro suono di tastiera. Per il resto, quel che esce è suonato al 100% e il risultato finale è davvero impeccabile. Si capisce che sono una band che considera il concerto non come un mero accessorio, ma come una componente fondamentale della propria identità. Sono rodati, si muovono benissimo insieme, danno l’impressione di un affiatamento creato a forza di lunghi giri attorno al mondo.

Statica la presenza scenica, con Alex che quasi sempre suona seduto, la sola Victoria, dal look particolarmente Dark e aggressivo col suo giubbotto di pelle nero, si fa talora trascinare dalle canzoni, muovendosi con espressività, quasi a voler comunicare i testi anche coi movimenti del corpo, in una sorta di reminiscenza dei suoi precedenti studi teatrali.
E per quanto possa sembrare strano, risultano coinvolgenti. Non nel senso più banalmente Pop del termine, anche se ci sono episodi come “Lover of Mine” (quasi una serenata), “Take Care” o “10 Mile Stereo” che vanno in questa direzione e in effetti, a conti fatti, si può dire che “Teen Dream” sia il loro disco più accessibile. Sono coinvolgenti dal punto di vista delle sensazioni profonde che suscitano. Sono lenti nel carburare, appare tutto molto sospeso, eppure lentamente ti prendono, quando arrivano episodi come “PPP”, “Silver Soul” o “Space Song”, quest’ultima ricca di reminiscenze pinkfloydiane, ci si accorge che la musica ci è penetrata dentro le ossa e non ce ne possiamo più liberare.

Ci sono anche momenti in cui le sonorità eteree si solidificano lasciando il posto ad un maggior peso della distorsione e della ritmica. Succede per esempio in “One Thing”, dove anche Victoria imbraccia la chitarra, e che costituisce il momento più specificamente rock del concerto. Ma anche “Elegy to The Void”, (che è probabilmente il brano più rappresentativo dell’inspiegabilmente mai troppo valorizzato “Thank Your Lucky Star”), con la sua lunga coda strumentale dove la chitarra di Lasky si produce in un crescendo rumorista sottolineato magnificamente dal martellante drumming di Barone.
Finisce così come era iniziato, con un rapido congedo dopo la cavalcata cosmica di “Sparks” e il rientro, altrettanto rapido e privo di retorica, per un paio di bis, concludendo il tutto con “Myth” che, neanche a farlo apposta, è proprio la canzone con cui me li fecero conoscere, all’incirca cinque anni fa.

 

Devo dire la verità: ho deciso all’ultimo di andarli a vedere e senza troppo entusiasmo. L’ho fatto perché mi interessa la loro storia, la loro evoluzione, volevo essere sicuro di riuscire a vederli un’altra volta, perché un solo concerto non è mai sufficiente per farsi una vera idea di un gruppo. L’ho fatto con quel piglio un po’ spocchioso con cui negli ultimi anni mi accosto a quasi tutti i concerti a cui assito. Non sono mai stato un fan dei Beach House e non credo proprio che lo diventerò in futuro. Riconosco cosa succede quando un gruppo ti azzanna alla giugulare e non ti molla più. Non è il loro caso. Ma credo che i Beach House si meritino il loro successo anche se da fuori possono apparire, non del tutto a torto in verità, noiosi e pieni di mestiere. C’è molta genuina autenticità anche nei gruppi del nuovo millennio. Semplicemente, bisogna accettare che la forma con cui si presenta sia qualcosa di radicalmente nuovo, che forse dobbiamo ancora imparare.

 

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