Portico Quartet – Art In The Age Of Automation (Gondwana, 2017)

Postato il Aggiornato il

Articolo di ElleBi 

La musica per me è una  presenza che scandisce, emozionandomi, il fluire eterogeneo dei giorni.
Ci sono occasioni in cui mi metto in ascolto spinta dall’esigenza di trovare note in cui, in quel preciso momento, confluiscano, contaminandosi, stati d’animo differenti…
Questo è successo al meglio guardando il video di “A Luminous beam” dei Portico Quartet

Dopo 30 secondi di accattivanti tamburi tribali, con piacevole sorpresa, ho sentito emergere una melodia elettronica sintetica e dilatata. L’atmosfera si è fatta ipnotica, i suoni urban hanno continuato ad alimentare un cuore che batteva incalzante, irradiando schegge emotive su cui si è innestato un sax languido e struggente. Solo nel finale il ritmo energico è stato stemperato dall’arrivo in primo piano di riverberi elettronici distorti. Il tutto accompagnato da immagini “visual” in movimento che scorrevano, si intrecciavano, scomparivano per poi riapparire, sempre dominate da affascinanti giochi luminosi di colori e luci.

Sei minuti in cui sono rimasta conquistata da una musica intensamente stratificata, che mi ha invitata subito al riascolto nel desiderio di coglierne nuove sfumature, magari anche solo minimali.

Ho letto poi che il video, pubblicato il 26 luglio scorso, ha anticipato l’uscita il successivo 25 agosto, dell’album Art in the Age of Automation, di cui a quel punto, con vero interesse, sono andata ad approfondire la conoscenza.
Ho appreso così che si tratta del quarto disco in studio della band londinese che, dopo una breve parentesi come Portico, ha ripreso il nome completo di Portico Quartet. La formazione attuale è la seguente: Duncan Bellamy (batteria ed elettronica), Milo Fitzpatrick (basso), Keir Vine (Hang e tastiere) e Jack Wyllie (sassofono e tastiere).

Una sorta di ritorno alle origini che, allo stesso tempo, costituisce un’amalgama di tutto quanto ascoltato fino ad ora partendo da basi jazz, elettroniche ed ambient, per esplorare nuovi confini. Il disco è stato ottenuto lavorando meticolosamente sia sotto il profilo del sound, che della produzione e grafica. In particolare, le immagini rappresentate in copertina sono il risultato della scansione in movimento delle stesse, utilizzate successivamente anche per i video. Ciò che vi è rappresentato, quindi, è qualcosa creato dallo scanner, che in questo modo stabilisce una relazione con il titolo dell’album (l’arte al tempo dell’automazione). Il suono è stato in parte realizzato miscelando strumenti acustici ed elettronici, cercando così un’interazione con le tecnologie più moderne. Questa scelta ha portato alla creazione di melodie inedite, dai tratti quasi futuristi, ma che colpiscono per quanto mantengano un vivido impatto emotivo.

Ho percepito nitidamente quanto appena descritto durante l’ascolto dell’intero album. Undici brani che costituiscono quasi un concept, per quanto emerge forte ed omogenea l’identità musicale di origine che li contraddistingue, fra drumming, sassofoni ed elettronica.

Già dal primo singolo “endless” (infinito) si sente  l’esigenza di lasciare ad ogni singolo strumento la possibilità di esprimersi col più ampio respiro, creando così note che implementano il valore  “umano” del suono, qualcosa da sentire, oltre che da ascoltare…
Arriva poi in primo piano anche il suono dello hang, che colpisce in Beyond Dialogue, strizzando l’occhiolino ad un’inedita ed ammaliante “urban-world-music”.
Suggestivo è l‘uso di un campione vocale e un pianoforte che si ripetono in loop, divenendo gli elementi portanti di Rushing, traccia caratterizzata da un crescendo accattivante che si fa sempre più ballabile, fino ad essere interrotto da effetti elettronici distorti, che ancora una volta sorprendono e affascinano.

Le note si fanno più distese nel singolo che da il titolo all’album; la sensazione è quella di trovarsi in una foresta tropicale, immersi in una rigenerante, fresca ed incessante pioggerellina alla quale, nel finale, il suono del violoncello conferisce una densa, struggente umanità.
Un disco, che, negli ascolti, rivela un’attitudine sempre più cinematica e che allo stesso tempo diventa una piacevolissima sfida. E’ veramente difficile capire in questo suono così seducente e  palpitante quale sia la componente ottenuta dalla “fredda” manipolazione tecnologica.
Davvero consigliatissimo per chi come me, nella musica, predilige chi non si limita a percorrere sentieri già conosciuti, ma evolve mantenendo un’attitudine fortemente emozionale…

Tracklist:
01. Endless
02. Objects To Place In A Tomb
03. Rushing
04. Art In The Age Of Automation
05. S/20005S
06. A Luminous Beam
07. Beyond Dialogue
08. RGB
09. Current History
10. Mercury Eyes
11. Lines Glow

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