Marillion @ Teatro degli Arcimboldi (Mi) – 4 ottobre 2017

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Roberto Maestrini (The Web Italy)

Il palco degli Arcimboldi è grande, forse fin troppo. Il gruppo si trova a suonare verso il fondo, con le spie sistemate molto indietro rispetto allo spazio disponibile. Di conseguenza, le prime file risultano decisamente distanti e non si crea quel contatto, quella vicinanza che normalmente c’è ad un concerto dei Marillion.

Così il cantante Steve Hogarth prende l’iniziativa e, durante l’esecuzione di “Easter”, va personalmente ad aprire le barriere che separano lo stage dalla platea e fa accomodare tutti quelli che lo desiderano nello spazio, ovviamente vuoto, riservato all’orchestra. Poi scende dal palco e canta tutta la parte del brano con la gente che lo abbraccia e gli stringe la mano, mentre chi è troppo dietro per avvicinarsi annuisce felice e filma il momento col telefonino. È un momento di gioia, di condivisione pura, che dice meglio di qualsiasi altra cosa chi sono i Marillion. Una band che ha sempre detto di non poter esistere senza il proprio pubblico ma che, contrariamente a tanti altri, ci crede veramente e agisce di conseguenza.

Il concerto non è finito, anche se si sta avviando verso la conclusione e ovviamente la gente, una volta alzatasi in piedi, non ha nessuna intenzione di tornare al proprio posto. Io assisto dalla galleria e riesco chiaramente a vedere le maschere che, confuse e preoccupate, cercavano molto gentilmente di invitare gli spettatori a sedersi. Il cantante le ha viste e ha spiegato loro di non preoccuparsi, di fare rimanere lì tutti, perché i fan del gruppo sono gente tranquilla e che garantiva lui per loro.
Una scena bellissima, davvero. Se non fosse che al termine di un altro brano, Hogarth è stato chiamato dietro le quinte da un roadie e quando è ritornato, ha spiegato un po’ imbarazzato che il management del teatro gli ordinava di sgomberare tutto, perché c’era il rischio che l’orchestra potesse crollare! Ovviamente, a quel punto, non c’è stato niente da fare: la festa è finita e le ultime tre canzoni la band le ha suonate con tutti ancora seduti al proprio posto.

I Marillion sono questa cosa qui: un gruppo che suona per divertirsi, perché ha qualcosa da dire e perché ama incontrare la propria gente. Non era la prima volta che li vedevo dal vivo ma questa sera ne ho avuto la conferma. Del resto sono stati loro i pionieri di un certo tipo di promozione musicale: sono stati loro che quando ancora le case discografiche erano solidissime, il file sharing una tecnologia avveniristica e i dischi vendevano ancora tantissimo, si sono inventati la formula del Crowdfunding e dell’autodistribuzione. All’epoca era stato semplicemente un modo per essere più liberi, per creare musica al di fuori dei condizionamenti e per rimanere a più stretto contatto con chi li seguiva da sempre e li amava davvero.
Siamo nel 2017, i dischi non vendono più, tanti artisti hanno dichiarato fallimento o sono stati pesantemente ridimensionati, siamo tutti qui a trattare un tour degli Stones come se fosse l’unico modo di ascoltare vera musica ma i Marillion ci sono ancora. E, quel che è importante, non hanno ridotto di un briciolo la loro attività. Suonano tantissimo, in ogni angolo del mondo, registrano nuovi album ad intervalli regolari, non sono più un fenomeno contemporaneo ma hanno una delle fanbase più larghe e affezionate di tutto il panorama musicale contemporaneo. Bisognerebbe spiegarlo a tutti quei ragazzini che pensano che un like in più su Facebook faccia la differenza ma adesso non è il caso di fare polemica…

Il loro ultimo lavoro (il diciassettesimo!) si chiama “F.E.A.R.”, che sta per “Fuck Everyone And Run” e che sì, in un certo qual modo ha a che fare con le paure che ci prendono di mira da più parti in quest’epoca. Un disco forse più impegnato socialmente di quanto lo fossero stati gli ultimi, sicuramente molto più ostico musicalmente di quanto non lo fosse “Sounds That Can’t Be Made”. Un buon lavoro, a mio parere. Criticato da alcuni, osannato da altri, indubbiamente tutto si può dire tranne che sia un disco di mestiere. I britannici, per quanto mi riguarda, non hanno quasi mai sbagliato un colpo; hanno forse solo smesso di esplorare da una quindicina d’anni a questa parte ma credo che nessuno possa sostenere con valide argomentazioni che non sono più in grado di scrivere bei pezzi.
Il sottoscritto si era clamorosamente perso la data di Verona della scorsa primavera (volete sapere perché? Non ne avevo saputo nulla! Pazzesco, vero? Ma per fortuna in quest’era da controllo di massa orwelliano si può ancora riuscire a non scoprire tutto) per cui la mia fame di Marillion era altissima, dato che erano ormai quasi quattro anni che non li vedevo dal vivo.

Due date italiane a questo giro, Roma e Milano. Non siamo uno dei paesi dove vanno meglio, non organizzeranno mai un Marillion Weekend da noi (il raduno che fanno ogni due anni, in Olanda soprattutto, e dove suonano per tre sere di fila speciali set a tema) ma c’è un fan club molto agguerrito e appassionato e lo zoccolo duro anche qui non manca.
Non so come sia andata a Roma ma il Teatro Arcimboldi di Milano (location ottimale per una band del genere) era quasi del tutto pieno, con qualche piccolo buco solo nell’ultima sezione della galleria. Età media comprensibilmente avanzata e look tra i più variegati, per un gruppo che è l’essenza della trasversalità, amato com’è dai metallari, dai progster e dai rockettari più tradizionalisti.

Si inizia alle 21 esatte, con una puntualità quasi irreale. Zero fronzoli, da parte loro. Salgono sul palco, salutano e iniziano a suonare “El Dorado”, la prima delle tre lunghe suite contenute nel nuovo album. Me lo aspettavo, sinceramente. Quello che invece mi ha sorpreso (non ho volutamente letto le setlist passate per non avere spoiler indesiderati) è che “F.E.A.R.” fosse suonato per intero, andando ad occupare tutta la prima ora e un quarto del concerto. Un’ottima scelta, se volete il mio parere. Non si tratta di un lavoro facile: le tre suite da più di 15 minuti ciascuna sono parecchio discontinue per atmosfere e a volte sembrano poco coese nella costruzione, difficili da seguire, per cui che siano poi intervallate da due brani più diretti e radiofonici (sempre nello standard dei Marillion, comunque) risulta un fattore di poco conto. Invece, proprio la dimensione live permette di cogliere al meglio tutte le sfumature e di comprendere un lavoro che va ascoltato proprio così, in silenzio e senza distrazioni. Hogarth ci dice qualcosa più o meno di ogni brano, scherza e chiacchiera in maniera disinvolta come se fosse nel salotto di casa sua. Sono comunque brevi intervalli perché il materiale da suonare è tanto, non bisogna perdersi troppo via.

Alla fine risulterà la parte migliore del concerto. Detto da uno come me, che ha un sacco di loro live a casa e che sogna sempre di sentire la chicca introvabile, può sembrare strano. Eppure, il risultato complessivo, tra la performance incredibile della band, il bellissimo gioco di luci e i Visual che hanno accompagnato i brani, unitamente all’alto valore del materiale suonato, ha prodotto un’esperienza difficilmente ripetibile.
Aggiungeteci la particolare resa acustica degli Arcimboldi, che ha offerto una migliore qualità sonora rispetto ad un normale Club, e avrete il quadro completo.
Dal canto loro, i cinque non hanno più niente da dimostrare a nessuno. Dal vivo hanno davvero pochissimi rivali, la formazione è la stessa da 30 anni e si divertono come non mai, si capisce che questo è il loro pane quotidiano. Quindi, per una volta, nessun commento sulla scaletta ma semplicemente la constatazione che è stato un concerto meraviglioso, riflessivo, impegnativo ma anche denso di emozioni.

Se la prima parte è stata quella più accademica, “discorsiva”, la seconda, col vecchio repertorio, è stata indubbiamente più “narrativa”, più fruibile anche da parte del pubblico, che infatti ha partecipato molto di più con battimani e cori vari.
Si parte con “The Space”, da quel “Seasons End” che nel 1989 inaugurò l’era post Fish, e si prosegue con una commovente “Afraid of Sunlight”, dedicata per l’occasione a Tom Petty. Poi ci si rifugia nei territori sicuri di “Brave”, con una “The Great Escape” toccante e meravigliosa come sempre. Poi l’altrettanto classica “Easter” e la bella sorpresa di “Go!”, direttamente dalla fase più sperimentale e coraggiosa del gruppo, quella del trittico “Radiation-Marillion.com-Anoraknophobia”.
Una improvvisata “House of The Rising Sun” accompagna il ritorno a sedere della platea e fa capire per l’ennesima volta che anche se non lo dice mai nessuno, Steve Hogarth è uno dei più grandi cantanti della storia del Rock.
“Man of a Thousand Faces”, con tanto di singalong, è un altro grande momento di comunione tra band e audience, nonché una delle più belle canzoni “Pop” del loro repertorio. Siamo alla fine, purtroppo. I bis prevedono la vecchia “Waiting to Happen” e una telefonatissima, ma sempre splendida “Neverland”, al termine della quale i nostri salutano e se ne vanno.
Non so quando torneranno da noi ma sicuramente sarà sempre passato troppo tempo. È impossibile stare senza questa band troppo a lungo.

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