Carenne, una bestia libera – intervista a la bestia Carenne

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Articolo di Eleonora Montesanti

Ho conosciuto la musica de la bestia Carenne incuriosita dalla descrizione che la band fa della propria musica: “Immaginate se per uno strano scherzo del tempo i cantautori italiani del Folkstudio si trovassero catapultati al Club to Club (n.d.r. un festival di musica avant-pop ed elettronica) e viceversa. Ecco, il suono de la bestia CARENNE sta lì.”
Non si può, dunque, non essere curiosi quando nella musica non solo c’è necessità, ma c’è anche ricerca. Così ho scambiato una lunga chiacchierata con loro proprio in occasione del loro ultimo disco, Coriandoli. Ne è uscita un’intervista irrinunciabile. Buona lettura! 

Chi o che cosa rappresenta la bestia Carenne? Ha una forma, un colore e un’identità? Oppure rappresenta qualcosa di astratto?
Carenne è una bestia, resa tale dalla durezza delle cose, si nasconde manifestandosi in varie forme e vaga da un’identità all’altra come un lupo di notte va a caccia della sua preda. Spesso la sua preda è se medesimo. È stato titano nella mitologia greca. L’ottavo titano, precisamente, quello dimenticato, quello che non esiste. Muratore indurito dal lavoro, che accetta la sfida a braccio di ferro di uno spaccone muscoloso e lo stende senza nemmeno la parvenza di uno sforzo dopo essersi scolato a fondo una peroni. Una volta l’abbiamo sentito tossire e sputare muco nel bagno di un posto dove dormivamo dopo aver suonato. Fu l’incontro più ravvicinato. In ogni caso, l’ultima sua identità attestata è quella di realvisceralista. Si, Carenne è un poeta realviseralista. Non so bene, ma credo che il realvisceralsmo sia un movimento di avanguardia messicano, forse, scrittori, pittori o rivoluzionari. Secondo alcuni, i realvisceralisti si sono persi nel deserto del Sonora. Altri, invece, affermano con certezza che i realvisceralisti contemporanei camminano all’indietro, di spalle, allontanandosi in linea retta verso l’ignoto. Senza dubbio volevano cambiare la poesia messicana, imbrigliata fra “l’impero di Octavo Paz e l’impero di Pablo Neruda. In altre parole fra l’incudine e il martello”. Beh, a voi la decisione se Carenne rappresenti un’entità reale o qualcosa di astratto.

Coriandoli è la vostra terza uscita discografica, a distanza di tre anni dal precedente Catacatassc, i cui strascichi appaiono nella prima traccia del nuovo lavoro, L’uomo che cammina. Quali sono le cose più importanti che sono cambiate nella vostra musica negli ultimi tre anni?
Certamente è cambiata la consapevolezza. Spesso nella musica ci si trova a suonare per una serie di coincidenze, incontri, nottate a caccia dell’alba e altri fattacci del genere. Quando andammo a chiuderci nella casa della nonna di Gigi a Ponte, da cui è uscito il primo lavoro, non esisteva nemmeno la bestia CARENNE. Andammo per suonare e così, istintivamente, è nato “Ponte”. In “Catacatassc”, invece, c’era la necessità di fermare tutta quella musica che avevamo solo suonato e suonato un po’ dappertutto. L’ultimo disco, “Coriandoli” appunto, l’abbiamo affrontato con un altro atteggiamento, cercando di plasmare, ordinare e indirizzare, tutto quel ammasso di cose raccolte nei live, nei ventimila chilometri di ascolti fatti con la multipla di Salada in giro a suonare e via dicendo. Ci siamo detti: facciamo un disco. Ecco, questa consapevolezza è una cosa importante che è cambiata nella nostra musica. Consapevolezza, che è sempre un punto di partenza e mai un punto di arrivo, perché già è manchevole un attimo dopo essere stata acquisita.

Il vostro stile musicale è molto eterogeneo, imprevedibile e soprattutto libero. Credete che nel mercato musicale italiano attuale questa libertà abbia un prezzo?
La libertà ce l’ha sempre un prezzo, ma il vantaggio sta nel fatto che ciò che ottieni con un gesto o un azione libera, supera di gran lunga qualsiasi prezzo da pagare e questo porta, come in una sorta di dialettica, ad affermare il suo contrario e dire: la libertà non ha prezzo. Questo è quello che conta. Poi il mercato ha le sue regole e quando condiziona artisticamente un’opera, la imprigiona imbrigliandola con catene orribili e togliendole l’unica cosa che la rende tale. La libertà appunto. Noi speriamo che il disco si faccia strada e arrivi alle persone.

Rimanendo per un attimo dentro (o fuori) questo mercato, ci sono degli artisti italiani che vi piacciono?
Citiamo spesso Toni Bruna, musicista triestino che, qualche anno fa, ha fatto un disco che procede in maniera trasversale e fuori della morsa del mercato. L’album si chiama “Formigole”. Ci piace molto.

Uno dei miei pezzi preferiti di Coriandoli è Il cecchino, unica vera ballata del disco. Vi va di raccontarci la sua storia?
Allora, raccontiamola a partire da un’immagine della canzone stessa. Il cecchino fa un lavoro pulito, sta al suo posto. Arriva, monta il suo fucile, aspetta, non gli interessa chi o casa deve colpire, fa quello che deve fare senza una goccia di sudore. Poi smonta, non lascia tracce sul pavimento e se ne va. Fa questo sempre, freddo, impassibile, come una macchinetta, fino a che un giorno, puntando il fucile verso il suo obiettivo, si specchia nei suoi occhi ed ora il fucile, per effetto del riflesso, ce l’ha puntato contro. Diventa, insomma, il bersaglio di se stesso. Ecco, la canzone vuole essere con ciò metafora del logorio del lavoro, delle cose fatte per abitudine, della vita vissuta occupando il proprio posto, senza mai un’emozione, un grido, una ribellione, senza mai mettersi in gioco veramente. Sembra tutto apposto, ma più passa il tempo e più ti mangi dentro, scavando un vuoto che nessun’altra vita ti potrà più riempire, sprecando un tempo che mai nessuno ti restituirà. Beh, rileggendo la risposta che ho dato, penso che la canzone dica meglio tutto ciò.

Nel disco appare spesso la tematica della sessualità, ma non sempre ha valenza positiva. Cosa si cela dietro a Le gambe belle?
Il paradosso comunicativo della nostra generazione dove le distanze sono 0 e 100 in ogni luogo e in ogni momento.

Quali sono le ispirazioni che vi hanno accompagnato durante la fase primordiale – quella più creativa – di questo disco?
Più che “ispirazioni” siamo stati accompagnati da necessità. Il mito dell’artista ispirato non funziona più da qualche decennio. Sono altre le cose interessanti ora: le intuizioni hanno ceduto il passo alle occasioni.

Cosa rappresenta per voi il palcoscenico?
Credo sarebbe il blu, perché è un colore che racchiude sia la malinconia della pioggia, che la limpidezza di un cielo sereno. La leggerezza dell’aria come la profondità del mare. E’ un colore pieno di contrasti e sfumature, proprio come la nostra musica.

Cosa rappresenta per voi il palcoscenico?
La giustificazione perfetta.

E se vi dico futuro, cosa mi rispondete?
Luminosissimo e radioso. Successo e infinite possibilità. Tanti soldi.

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