Verso 10 anni di carriera – Selton sempre più convincenti e universali – l’intervista

Postato il Aggiornato il

Articolo di Iolanda Raffaele

Il 2018 è vicino e i Selton si preparano a spegnere la candelina del loro decimo anno di carriera.
In questa intervista il simpatico Ramiro Levy ha ripercorso con noi la storia della band cosmopolita, parlandoci del nuovo e quinto album Manifesto Tropicale, uscito a settembre per la Universal Music e già diventato un successo.

Brasiliani nel cuore, Barcellona è il luogo in cui vi siete formati, Milano la terra di adozione, chi sono i Selton e quanto cosmopolitismo c’è in voi?
Eh, direi tanto! Siamo tutti e quattro brasiliani di Porto Alegre, però, devo dire che abbiamo origini altrove: io ho il papà egiziano, Daniel è un mix tra tedeschi e portoghesi, Dudù è polacco. Noi quindi siamo originari del Brasile, ma mixati; è come se fossimo nati già stranieri. In più, ad un certo punto, abbiamo iniziato a viaggiare per conoscere un po’ il mondo, poi è successo quello che è successo…
Ci siamo formati a Barcellona, dove facevamo i pezzi dei Beatles per strada, perciò direi che di mix culturali ce ne sono.

Avete viaggiato molto, come tu dicevi, per voi emigrare non è stato scappare, ma partire per conoscere il mondo. Come vi trovate in Italia e lascereste mai questo paese?
E’ una bella domanda, anche perché questo è un punto molto importante.
Siamo emigrati per scelta, per il desiderio di viaggiare, di scoprire. A noi è andata bene, perché ci hanno accolti molto bene in Italia, ci troviamo ottimamente, ma siamo consapevoli della nostra condizione, anche perché non per tutti è così.
Ci sono tante persone che devono emigrare per forza, per guerra, per mille motivi, che sono gli stessi che hanno spinto gli esseri umani ad andare da una parte all’altra, credo che per quelle persone purtroppo ancora ci sia un po’ di lavoro da fare.
Credevamo che andava affrontato l‘argomento, anzi volevamo parlare di questa cosa nel nuovo disco.
Noi non saremmo esistiti se i nostri genitori non fossero andati in Brasile anni fa per brutti motivi. Questo, però, secondo noi, ha generato una cosa molto bella, che è il mix tra culture, la possibilità di ideare qualcosa di nuovo grazie a questo incontro.
Oggi, in questo mondo in cui assorbiamo stimoli da tutti i lati, con internet, con l’informazione che abbiamo, è quasi un controsenso dire che non va bene la migrazione, è già così, noi già “consumiamo” quotidianamente culture che provengono da altre parti del mondo.

Voi d’altra parte, siete molto legati ad un punto specifico dell’Italia, avete un posto a cui siete affezionati, ossia Loreto…
Sì, il nostro quartiere milanese, che è ormai un po’ casa.

E anche ad una persona: la signora Cosimina?
Sì, la custode del palazzo, che ci protegge tutti.

Ha imparato ormai le vostre canzoni?
Certo, le conosce bene…

E vi bacchetta?
E’ un po’ severa, ma fortunatamente le siamo simpatici.

Il 2008 per voi è stato importante, coinciso con l’uscita del primo album Banana à Milanesa, a cui hanno collaborato anche Enzo Jannacci, Cochi e Renato. Da allora sono passati tanti anni, che nel 2018 diventeranno 10, come vi preparate a festeggiare questo lungo percorso?
Sinceramente non ci abbiamo ancora pensato, guardiamo al presente.
Manifesto Tropicale è il nostro cavallo di battaglia e vogliamo portarlo ovunque. Rispetto a Banana à Milanesa sarebbe bello realizzare un’edizione vinile che non è stata ancora fatta, non ci abbiamo mai pensato.

Magari in bianco e nero, qualcosa che ricordi gli anni passati…
Sì, non sarebbe male.

Dopo Selton del 2010 e Saudade del 2013 con Tommaso Colliva e la partecipazione di Dente, nel 2016 il quarto album-successone Loreto Paradiso, che vi ha dato molta popolarità permettendovi di raggiungere tanti ascoltatori della radio e della televisione. Una voglia di infinito che vi ha portato lontano, che esperienza è stata per voi?
E’ stato molto bello, perché frutto di un percorso lungo: abbiamo iniziato a Barcellona, suonando per strada, poi è arrivata Banana à Milanesa, poi la musica indipendente. È stata proprio una costruzione mattoncino per mattoncino, quando poi è arrivato Loreto Paradiso abbiamo avuto un riscontro un po’ più ampio. Anche nei concerti c’era molta gente, conoscevano i testi delle canzoni che cantavamo e questa è stata una grande soddisfazione per noi, difficile da spiegare a parole…

E casa vi manca, ogni tanto?
Credo che ad ogni persona che viva o sia andata in qualche altro luogo, anche a studiare, è comprensibile che possa mancare. Tuttavia è parte della vita, un giorno dobbiamo andare via tutti dalla casa della mamma e fare il nostro percorso.

Arriviamo a Manifesto Tropicale, il vostro album, il cui titolo è tutt’altro che banale perché riprende il Manifesto Antropofago di Josè Oswald de Sousa Andrade. Come è nato quest’album e cosa volete esprimere con quello che in realtà è diventato il vostro Manifesto?
Hai detto bene, l’ispirazione del titolo deriva dal Manifesto Antropofago di Andrade, che faceva un’analisi approfondita sull’identità del brasiliano, su chi è il brasiliano vero.
Lui diceva, appunto, il brasiliano chi è? E’ l’indios che è sempre stato lì? Sono i portoghesi? Sono gli africani? Chi è il portoghese? E quindi in quell’opera lui ha concepito questo termine di antropofagia culturale, descrivendo la tradizione brasiliana come antropofaga, perché è sempre stata abituata a mangiare culture che derivavano da fuori, a digerirle e a trasformarle in qualcosa di nuovo.
Così, durante il processo del disco, questo discorso ci è tornato molto in mente, perché è quello che stavamo provando a fare da un po’ di anni, ossia sintetizzare tutte queste nostre influenze.
Le cose che respiriamo in Italia, i Beatles, quello che abbiamo vissuto a Barcellona, il bagaglio di musica brasiliana che abbiamo dentro. E’ da un po’ che cercavamo questa sintesi, quindi ci solleticava molto l’idea di parlare di questa antropofagia culturale che siamo noi, ma anche che stiamo diventando un po’ tutti.
Ci piaceva raccontare, attraverso la nostra storia e la nostra musica, di quello che stiamo vedendo attorno a noi, perché credo che l’Europa non abbia mai vissuto un periodo con così tanta contaminazione da altre culture, da gente che arriva da fuori.
In effetti è un tema anche un po’ polemico, ma questo era un po’ il nostro tentativo.

Un tentativo attuale perché ormai c’è una globalizzazione non solo dei prodotti e di tutto ciò che è materiale, ma anche dei costumi, delle tradizioni che diventano quasi una seconda pelle per noi…
Infatti io credo che ormai viviamo un periodo post globalizzazione, perché con la globalizzazione quello che era moda in America lo diventava anche qui, ora siamo uno step oltre, perché sono frequenti sempre più le cose particolari.
Prendi ad esempio Liberato, è qualcuno che  canta in dialetto napoletano però con un stile rap, credo che la post globalizzazione sia un po’ lì.  Non è detto che tutto il mondo ascolti la stessa cosa, però le proposte,  più particolari e più strane sono,  maggiormente hanno la capacità di richiamare attenzione.  Penso anche a Ghali, un ragazzo nato qui, ma di origine marocchina, che canta in italiano, misto al marocchino; ammiriamo molto quello che fa, perché anche noi ci esercitiamo tanto e capiamo questo tipo di lavoro.

Per quanto riguarda il profilo propriamente musicale, in quest’album c’è meno rock e più romanticismo, con la ripresa del genere bossa nova. Che impronta e che impostazione avete voluto imprimere a questa nuova produzione?
In realtà è stato tutto abbastanza naturale, perché non abbiamo pensato “vogliamo fare un disco così o altro”.  Lo vedo un po’ come una continuazione di Loreto Paradiso, nel senso che in Loreto alcune caratteristiche della nostra identità erano molto solide e da lì siamo partiti per fare il Manifesto.
Non saprei dire, ma alcune suggestioni, come la bossa nova, erano  presenti in Loreto Paradiso o in Settembre, credo che in questo disco siamo andati più in profondità in ognuno di questi elementi e ci sembra sia venuto abbastanza bene, anche nella sua naturalezza. Tante volte non si va a cercare quel risultato, ma l’effetto si ottiene ugualmente se desiderato…

Per quanto riguarda le canzoni parliamo un po’ di Terraferma …
Credo che a livello di testi racconti tutto quello di cui abbiamo parlato fino ad ora, perché è nato come un pezzo molto personale, molto autobiografico, quasi come una lettera alla mamma, però, poi ci siamo resi conto che in realtà potevamo farla diventare più universale, proprio per il discorso della scelta.
In un primo tempo, quando stavo scrivendo, l’inizio era:  “mi spiace mamma ma devo andare ho già fatto la mia scelta”. Poi abbiamo pensato: se ci affidiamo all’ipotesi di uno che non ha questa scelta, subito diventa un’altra cosa.
È stato un tentativo di raccontare attraverso la nostra storia qualcosa di un po’ più universale ,cioè questo bisogno che abbiamo tutti ad un certo punto di andare via.

E Luna In Riviera ?
Penso sia il pezzo in cui si sente più l’influenza della musica italiana, perché c’è stato un periodo in cui stavamo ascoltando tanto Lucio Dalla. Credo che questo brano abbia quell’atmosfera lì, con un po’ di Brasile.
Penso sia una canzone che esprime tanto la nostra attrazione verso il cantautorato e la cultura italiana. 

Tupi or not Tupi, invece, è un gioco sull’aforisma di Shakespeare “To be or not to be” che manifesta tutta la vostra scherzosità,  il vostro animo giocoso…
Sì, in effetti questa frase “Tupi or not Tupi” è una citazione dal Manifesto Antropofago di cui parlavamo prima. È proprio un’espressione creata con il Manifesto ed è geniale,  perché Tupi è una delle tribù più importanti in Brasile, quella più numerosa e forse anche più antica.
Dunque, siccome il Manifesto faceva un’analisi proprio su chi è il brasiliano, su qual è l’identità del brasiliano, Tupi or not Tupi dice tutto, offre una sintesi incredibile della questione.  Si tratta di un discorso  molto attuale  per noi,  abbiamo riproposto questo dubbio esistenziale :  “sono 10 anni che sono in Italia,  non so se sono indios o indi”, non sappiamo ancora come ci etichettano oggi…

E il vostro tour?
Il tour riparte verso novembre, siamo molto gasati, abbiamo cominciato le prove, quindi vi aspettiamo tutti. Sul nostro profilo facebook e instagram abbiamo messo le date (ed anche qui sotto, Ndr).

Quindi possiamo rimanere aggiornati dei vostri spostamenti?
Assolutamente, sì, sempre.

Cosa pensi delle radio e delle moderne web radio?
Sono bellissime, penso che qualsiasi realtà che abbia a che fare con l’arte e che faccia da tramite per essa abbia un’importanza fondamentale; senza di questa si farebbe molto più fatica ad arrivare alla gente, che in fondo è la finalità dell’arte, della musica, è proprio la bellezza del contatto, la percepisci…

Ti auguro e vi auguro buon tour, perché i vostri concerti danno sempre l’idea di casa, di affetto
Ti aspettiamo e aspettiamo tutti.

Grazie a Radio Iolex per la preziosa collaborazione

 

 

 

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