Micah P. Hinson [intervista] – Vi racconto il mio romanzo americano

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Intervista di Luca Franceschini

Avrei voluto incontrare Micah P. Hinson e parlarci di persona. Il cantautore di Memphis, Tennessee, ha da poco pubblicato “The Holy Strangers”, il suo nuovo disco, ennesimo capitolo di una carriera ancora breve ma già decisamente corposa per quanto riguarda le uscite. Il suo songwriting è quanto di più affascinante si sia sentito in ambito americano negli ultimi anni e anche questo nuovo lavoro non è da meno.

Se consideriamo che stavolta c’è anche un libro vero e proprio ad accompagnare le canzoni, si può capire di essere in presenza di un progetto importante, che non va lasciato scorrere via, va esaminato con attenzione. Questo fine settimana avrò occasione di vederlo a Lugano, nel solito, ottimo Studio Foce, dove si esibirà da solo con la sua chitarra acustica, come da sempre è solito fare. Avrei voluto intervistarlo di persona per farmi raccontare qualcosa di più di questo nuovo progetto, ma non è stato possibile: mi sono dovuto accontentare di un breve scambio via mail che comunque, come avrete modo di leggere qui, non è stato poi così male…

“The Holy Strangers” è veramente un bel disco, penso uno dei tuoi migliori, senza dubbio il più ambizioso. Sei soddisfatto di come è venuto fuori?
Ti ringrazio molto delle belle parole. È un’affermazione pesante dire che questo disco sia il mio migliore e anche che sia il più ambizioso: in che misura dici questo, paragonandolo coi miei altri lavori? Ad ogni modo, non sono mai soddisfatto. Un album non è mai veramente finito. Le canzoni non sono mai veramente finite. Ad un certo punto devo semplicemente fermarmi perché l’etichetta ne ha bisogno e me le chiede. Ma in termini di resa sonora e di canzoni allora direi di sì, sono contento di quel che è venuto fuori alla fine. Sono diventato matto con la registrazione, credo di aver usato più di dieci macchinari diversi. Ma alla fine ho capito che non erano così importanti e nelle liner notes non ho scritto nulla… Avevo bisogno di realizzare una collezione di canzoni su cui avessi davvero lavorato.

Come ti è venuta l’idea di scrivere un disco che fosse nello stesso tempo anche un libro? È stato un qualcosa che ha in qualche modo cambiato il tuo modo di scrivere canzoni?
Con una canzone puoi raccontare una storia, ma solo ad un certo livello. Utilizzando la letteratura, sono invece stato in grado di espanderla, anche se poi magari molte persone non leggeranno il libro: ne ho stampate solo duecento copie. Non ho cambiato il mio modo di scrivere: ho iniziato a lavorare al libro solo dopo aver cominciato le registrazioni, quindi direi che le due cose non si sono influenzate. Era semplicemente una storia immensa che avevo bisogno di raccontare.

Purtroppo non ho ancora avuto modo di leggere il libro (e a questo punto dubito che ci riuscirò, visto che ce ne sono in giro così pochi NDA): potresti raccontarmi brevemente di che si tratta?
E’ la storia di una famiglia durante un periodo di guerra. Non è una guerra precisa, diciamo che non è ambientato in un’epoca definita. Si svolge dalla nascita alla morte, dalla gentilezza all’assassinio, dalla vita al suicidio. È una storia di moralità sui pericoli di una vita che si sente al 100% appartenente alla propria fede, nel vivere l’esistenza in un certo modo, perché senti che Dio ti ha dato proprio quella vita. Il libro gira attorno al tema del cristianesimo, perché è la religione in cui sono cresciuto, quindi in qualche modo parlo di ciò che ho conosciuto. Penso che sia il mio lavoro più autobiografico, ci sono dettagli in ogni personaggio, ogni evento rappresenta in un certo senso qualcosa contro cui ho lottato nel corso della mia vita. Me ne sono accorto solo dopo averlo finito ed è stata una scoperta strana.

Quanto del nuovo disco avremo modo di ascoltare nel corso dei tuoi prossimi concerti?
La maggior parte. Non posso suonare le tracce strumentali per cui riempirò questi spazi con dei brani vecchi che si possono legare dal punto di vista lirico alla storia raccontata nel disco. È davvero strano notare quante delle mie canzoni possano andare bene con le diverse parti della storia.

Ho letto parte del diario che hai scritto durante l’ultimo tour. Penso che tu abbia una scrittura meravigliosa, hai davvero un bel modo di raccontare l’esperienza e di guardare la realtà. Come hai imparato tutto questo?
Non sono sicuro di averlo imparato. Ho semplicemente trascritto sulla pagina le cose che mi giravano in testa. Non sto a pensare troppo, a lavorarci troppo su. Adoro scrivere. Avrei sempre voluto diventare uno scrittore, piuttosto che un musicista. Quando ho firmato il primo contratto con una casa discografica non possedevo ancora una chitarra, ma avevo una vecchia macchina da scrivere del 1930.

Puoi raccontarmi qualcosa del tuo processo creativo? In che modo lavori alle idee e le trasformi in canzoni?
Scrivo alla chitarra, ma principalmente al pianoforte. Trovo un giro di accordi che mi dice qualcosa, arriva una melodia, le parole giungono di conseguenza. Non so dire come accada, è un mistero per me. Non direi quindi che trasformo delle idee in canzoni; sono le canzoni che si tramutano da sole in idee.

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Un pensiero riguardo “Micah P. Hinson [intervista] – Vi racconto il mio romanzo americano

    […] P. Hinson. E io stesso, che non l’avevo mai incontrato se non fugacemente via mail, nell’intervista che avevamo fatto prima di questa data, ne avrò un assaggio breve alla fine, quando, uscito per […]

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