Of Shadows: come lasciarsi guidare dalle ombre – intervista a Fabrizio Cammarata

Postato il Aggiornato il

Articolo di Eleonora Montesanti

Of Shadows è il nuovo disco di Fabrizio Cammarata, cantautore palermitano molto apprezzato sia in Italia, sia oltreconfine. La sua firma, da sempre, è basata su delicatezza, introspezione e globalità.
Of Shadows, difatti, è un lavoro intimo ma cosmopolita, in cui due protagonisti – l’ombra e l’amore – si fiutano, si scontrano, si indagano a vicenda e si mettono in mostra – come in un’eclissi – tra luce e oscurità.
Of Shadows è anche un vero e proprio viaggio, sia dentro sia fuori di sé. In quest’intervista abbiamo provato a muoverci insieme a Fabrizio attraverso luoghi fisici, letteratura, poesia, solitudine, incontri e rivelazioni.

Vorrei iniziare quest’intervista con una citazione della poetessa Alda Merini: l’unica cosa che mi piacerebbe tenere in pugno è il suono dell’ombra. Mi è venuta in mente mentre ascoltavo il tuo nuovo disco, Of Shadows, in cui le ombre hanno un ruolo assoluto di protagoniste e antagoniste. Che effetto ti fa avere il suono dell’ombra tra le mani?
Bellissima citazione. Non la ricordavo ed è buffo perché nel mio disco precedente, Rooms, era proprio un verso di Alda che accoglieva l’ascoltatore quando apriva il booklet. Recitava «Non sanno che piango, che ho una solitudine bambina». Se Rooms era il diario di quella solitudine, Of Shadows è una ricerca attiva nei meandri più nascosti e scomodi della mia anima, a seguito di alcuni avvenimenti che hanno riguardato la mia vita sentimentale. È durante l’abbandono che ci viene data l’occasione di spogliarci, davanti agli altri e a noi stessi, delle nostre sicurezze, è lì che ci possiamo rendere conto di cosa stia veramente alla base della nostra personalità. L’eclissi è la storia di un’ombra che rivela invece di nascondere, sembra un controsenso ma è così. Ci racconta com’è fatto il sole e la violenza e l’imperfezione della sua superficie (è l’immagine che ho messo in copertina), e ci svela inconfutabilmente la sfericità della Terra. Allo stesso modo è un’eclissi dentro di noi che ci dà l’opportunità di quella conoscenza. Ma come ogni eclissi il buio è temporaneo e basta aspettare per rivedere la luce e scoprirsi più maturi, più saggi.

Of Shadows è un disco intimo e viscerale, a tratti molto cupo, ma con piccoli slanci di luminosità. E’ stato al contempo difficile e liberatorio il percorso che l’ha portato alla vita e, successivamente, regalato al mondo?
Io sono una persona molto ottimista, non riuscirei mai a scrivere un disco o anche una sola canzone fatta di disperazione. E questo è perché credo nel ruolo attivo che possiamo avere noi nel raggiungimento della felicità. La felicità è una scelta, si dice spesso, ed è vero, ma lungi da me cedere alla tentazione di convincere se stessi che basta crederci. Ci vuole un processo attivo, in cui occorre studiare se stessi, una vera e propria ricerca fatta senza sconti, nei nostri segreti più nascosti e scomodi. Il percorso verso Of Shadows è stato lungo, ma mentre nelle stanze segrete della mia anima facevo questa ricerca “alchemica”, come suggerisce anche il titolo, un po’ “scientifico-filosofico” che ho scelto per il disco, all’esterno succedevano cose meravigliose: i miei tour intorno al mondo, due dischi, Skint And Golden e Un Mondo Raro, fatti con altrettanti amici con cui mi sono messo pesantemente in discussione… È stato un continuo contrappunto, e questa dinamica ha generato un’energia che adesso è implosa nel disco.

Un altro protagonista irrinunciabile dell’album è l’amore, a volte complice dell’ombra, a volte – più raramente – il nemico che l’ha sconfitta. Ho provato a giocare con le tue canzoni e ne ho scelte due per rappresentare la dualità del rapporto tra i protagonisti: amore ed ombra. Ho sentito il massimo della complicità in Naked for you, intriso di dolore e solitudine, mentre il pezzo più positivo del disco è Mi Vida, che lascia presagire che l’amore troverà il modo per brillare. Ci racconti la storia di questi due brani?
Avete mai sognato di essere nudi in mezzo a una moltitudine di persone vestite che vi guardano? Naked For You nasce da un sogno simile alle scene descritte da Cecità di Saramago. Anche questo però va declinato nel mondo delle relazioni sentimentali: ecco, questa canzone è nata quando mi sono sentito l’unico a essersi denudato fra i due, o l’unico ad essere in grado di vedere. Tuttavia mi piace da sempre giocare sull’ambiguità delle canzoni, in questo caso ogni singolo verso di Naked For You può essere interpretato come un’invettiva sociale, contro un mondo che ci spoglia della nostra intimità. Mi Vida sfrutta anch’esso questo mio gioco con le ambiguità. Qui lascio all’ascoltatore il dubbio: è alla sua amata che sta cantando? O è una ninna nanna per una bambina? Come ogni ninna nanna che parla dell’uomo nero ma fa rilassare, è una canzone che cerca la dolcezza, l’unione, la pace e la riconciliazione, soprattutto con se stessi. Ho viaggiato tanto per l’America Latina, e una delle cose che amo di più sono le anziane signore dei Caraibi che ti chiamano “mi vida”, anche se non ti conoscono, e da quando sono nato succede la stessa cosa nella mia Sicilia, dove chi ti vuole bene ti chiama “vita mia”.

Spesso, nelle tue canzoni, ci sono dei riferimenti a luoghi fisici. In questo caso, mi è parso di capire che il tuo viaggio in Messico abbia avuto un impatto molto forte su di te e sulla tua scrittura. E’ così?
Certo, come ogni viaggio. Il Messico in particolare è un amplificatore di sentimenti, storie, magie che solo chi ci è stato può capire. Il Messico mi ha fatto conoscere quello sciamano che per la prima volta mi parlò di ombre per cercare la felicità. Il Messico mi ha regalato Chavela Vargas, per me e la mia voce esiste un prima e un dopo averla ascoltata. E mi ha dato La Llorona, una delle cose più influenti della mia vita, mi sembra pure riduttivo chiamarla “canzone”, “leggenda”, “mito”. Per me La Llorona è un rito magico che si rinnova a ogni mio concerto.

Le sonorità di Of Shadows hanno un profumo squisitamente cosmopolita e internazionale. E’ stato un processo spontaneo o prendere questa direzione è stata proprio una decisione?
Fin dagli inizi della mia carriera ho considerato sempre il mio territorio come qualcosa di globale. Non mi sono mai pensato come un artista di base in Italia con velleità di esportazione. È per questo che la gavetta l’ho fatta da subito in ogni parte d’Europa e Nord America, senza pensare a un territorio “privilegiato”. È una forma mentis istintiva, per me. Questo chiaramente rende tutto più lento e difficile, ma anche molto più divertente, inaspettato e seducente.

Com’è, invece, il rapporto con la tua città, Palermo?
Come chi ha la fortuna di vivere in città dal carattere così forte, di amore e odio, ovviamente. Non riesco a pensare a un mio futuro felice che escluda del tutto Palermo, e al contempo Palermo si comporta come quelle donne che ti fanno diventare pazzo: non si concede mai del tutto, non ti ama mai al massimo, ma non ti abbandona, aspettando che sia tu a farlo. Ma io le tengo testa.

Siccome tra i titoli dei brani spunta il nome del poeta spagnolo Federico Garcìa Lorca e, all’inizio dell’anno, insieme al disco Un mondo raro, tu e Dimartino avete scritto un libro biografico su Chavela Vargas, mi viene da pensare che la letteratura abbia una certa importanza per te. Qual è il libro che senti più vicino a te, al momento?
Ho scoperto García Lorca proprio grazie a Chavela Vargas, che nell’ultimo disco ne fece un omaggio, e a Leonard Cohen, che lo ha sempre considerato un modello. Ti posso dire che non passo mai più di 5 minuti dentro a un negozio di dischi, mentre dentro a una libreria posso dimenticare il tempo e stare ore, sentendomi come Borges nella Biblioteca di Babele. Sì, la letteratura è fondamentale per la mia scrittura più della musica, è un’influenza meno immediata e quasi impossibile da individuare per l’ascoltatore, ma molto più profonda. In Of Shadows, più di Bon Iver, Benjamin Clementine e Nick Drake, aleggiano Federico García Lorca, Fernando Pessoa, San Giovanni della Croce e Fabrizio De Andrè.

Se la tua musica fatta di suoni e ombre avesse un colore, quale sarebbe? Perché?
Il blu del mare a cui appartengo. L’unica entità per la quale sento un senso di appartenenza, il Mar Mediterraneo. Non mi sento abbastanza siciliano, né italiano e non mi emoziono davanti alla storia e alle bandiere. Ma riconosco il mio mare perché è la sostanza di cui sono fatto.

Chiudiamo con una domanda un po’ più pragmatica: cosa succederà nel tuo futuro più immediato? Viaggi, concerti, presentazioni, tour…
Il 29 novembre parte il tour europeo di Of Shadows. La prima data è nella mia amata Parigi, poi Londra, Amsterdam e a metà dicembre un tour in Germania. A natale si torna a casa, a Palermo, dove farò un concerto che sarà più un modo per stare con le persone a cui voglio bene, a gennaio si riparte per l’Europa e comincia anche un tour in Italia, fino a marzo, quando andrò negli USA per il South By Southwest.

 

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